L’accordo raggiunto a Mosca tra Russia e Turchia sul cessate il fuoco “lungo le linee esistenti” nell’area di Idlib, se da un lato riconosce il controllo di Damasco sulle strategiche arterie stradali M4 ed M5, dall’altro rappresenta l’ennesima ancora di salvezza per quella che è stata definita come la “politica suicida di Erdogan”[1]. L’accordo, ancora una volta, sembra estremamente fragile. Anche se le parti si impegnano al rispetto dell’integrità territoriale della Siria, la sempre più complessa soluzione del conflitto è riposta nei prossimi incontri a tre fra Russia, Iran e Turchia. Va da sé che la Turchia, al pari degli Stati Uniti ed a differenza di Russia e Iran (invitati dal legittimo governo di Damasco), è una forza occupante che ha condotto quattro diverse operazioni militari sul territorio siriano. In questa analisi si cercherà di comprendere come si è arrivati a questa situazione (una “tragedia dell’assurdo” secondo la definizione di Aldo Braccio)[2] e, alla luce di ciò, individuare quale possa essere il futuro della Turchia nel progetto eurasiatico.

Nelle celebri 106 réponses à Mugarza[3] il “geopolitico militante” belga Jean Thiriart affermava che Istanbul, per il suo essere “centro di gravità” tra le due linee di intersezione che vanno rispettivamente dall’Islanda al Pakistan (Nord-Sud) e dalla Azzorre a Vladivostok (Ovest-Est), sarebbe stata la capitale ideale di un potenziale “Impero euro-sovietico”.

Thiriart era ben consapevole del fatto che la Turchia, al pari del resto d’Europa, viveva una condizione di servitù geopolitica dalla quale avrebbe dovuto necessariamente liberarsi. Infatti, un’Europa priva del controllo di Gibilterra e di Istanbul sarebbe stata inevitabilmente “ridicola”, come gli Stati Uniti senza il controllo di Panama. Dunque il teorico belga, da taluni definito addirittura come “filo-ottomano”[4], riconosceva il fatto che un Impero europeo non può prescindere dalla Turchia. Essa non era (e non è) nemica dell’Europa ed era (è) parte dell’Europa. Tuttavia, al pari dell’Europa, era (ed è) rappresentata da una classe dirigente collaborazionista che ragionava (ragiona) in termini divisivi, al preciso scopo di troncare sul nascere ogni forma di cooperazione eurasiatica.

Parte integrante della NATO dal 1952, la Turchia ha avuto un ruolo cruciale nella politica di contenimento dell’Unione Sovietica. Ad oggi, la strategia nordamericana nei confronti del Paese eurasiatico, continua in parte ad essere un’eredità proprio della Guerra Fredda. Di fatto, dopo il colpo di Stato del 1980, i militari turchi, anche per impedire il rafforzamento del comunismo, aprirono la strada al cosiddetto “Islam politico”, contravvenendo a quelle che furono le indicazioni del “Padre della Patria” Mustafa Kemal. Tale strategia era perfettamente tracciata nella dottrina della “cintura verde” del consigliere della Casa Bianca Zbigniev Brzezinski: una strategia rivolta proprio alla formazione di regimi islamisti (più o meno moderati) lungo i confini meridionali dell’URSS, una strategia in cui rientravano sia il progetto di “balcanizzazione” dell’Asia Centrale, sia il sostegno al gihad antisovietico in Afghanistan.

A partire dalla fine degli anni ‘90 del secolo scorso, al pragmatismo di Brzezinski si è sovrapposta una progettualità più propriamente ideologica, che, rispetto alla strategia del teorico di origine polacca, differisce sì nella “linea” da adottare, ma si pone il medesimo obiettivo finale: ostacolare l’eccessivo rafforzamento di alleanze potenzialmente ostili al progetto egemonico nordamericano.

Questa corrente, che si potrebbe definire “huntingtoniana”, è profondamente radicata nell’attuale amministrazione statunitense; per certi aspetti, durante l’era Bush ha influenzato il progetto del “Grande Medio Oriente”: la divisione dello spazio mediorientale lungo linee etnico-settarie, progetto ripreso dal piano sionista di Odet Yinon.

Secondo questa corrente (oggi ben rappresentata anche dall’ideologo del trumpismo Steve Bannon), la Turchia, con la sua potenziale ascendenza sul mondo musulmano e turanico, costituirebbe per l’“Occidente” a guida anglo-americana una minaccia non dissimile da quella del confucianesimo gerarchico e comunitarista cinese. Di conseguenza, la vanificazione delle velleità turche a svolgere il ruolo di “popolo guida” del mondo turanico rientra a pieno titolo tra le priorità di Washington.

È in questo senso che devono essere interpretate le continue spinte nordamericane all’intervento diretto turco in Siria.

A questo proposito, in un articolo pubblicato sul sito informatico di “Eurasia” al momento dell’operazione turca “Sorgente di Pace”, si era fatto aperto riferimento all’idea che gli Stati Uniti, se da un lato plaudivano all’intervento turco (sebbene mirato contro l’“alleato” curdo) in quanto generatore di nuova destabilizzazione, dall’altro, non vedevano affatto male un potenziale schianto di Ankara in Siria[5].

Nel corso degli ultimi mesi si è inoltre assistito ad una martellante campagna “informativa” che avrebbe dovuto preparare il pubblico occidentale alla soluzione militare contro Damasco. Risale al 19 settembre 2019 un progetto di risoluzione (presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da Belgio, Germania e Kuwait) volto al mantenimento dello status quo ed alla protezione dei gruppi terroristici all’interno della sacca di Idlib. A questo progetto, negato dal veto di Russia e Cina, ha recentemente fatto seguito un appello di 14 ministri degli esteri europei che “intimava” a Russi e Siriani di porre fine all’offensiva su Idlib e di ritornare ai termini del cessate il fuoco raggiunto con gli accordi di Soci del 2018.

Naturalmente, nella prospettiva fornita ai fruitori occidentali di informazione manipolata viene negata in toto quella che è realtà sul campo e degli accordi. Infatti, i citati accordi di Soci prevedevano la creazione di una zona demilitarizzata attorno all’area di Idlib e l’autorizzazione alla creazione di 14 postazioni di controllo, attraverso le quali la Turchia avrebbe dovuto monitorare l’attività delle milizie islamiste affinché queste non lanciassero alcun tipo di attacco nei confronti della popolazione civile siriana. Al contempo, Ankara avrebbe dovuto provvedere al disarmo di tali milizie. Cosa che, in realtà, non è mai avvenuta. Ed è proprio questo che rende la politica erdoganiana una “politica suicida”.

L’offensiva di Damasco è nata per porre fine ai continui attacchi delle milizie islamiste verso le zone residenziali di Aleppo. I militari turchi morti in Siria non erano affatto in prossimità dei posti di osservazione previsti dagli accordi di Soci (oggi accerchiati e posti a loro volta sotto osservazione degli uomini di Hezbollah ed Iran)[6], ma stavano operando insieme coi gruppi terroristici.

A ciò si aggiunga che le cifre della “crisi umanitaria” sono completamente fuori dalla realtà. Secondo il Centro russo per la riconciliazione delle parti nella crisi siriana, infatti, l’offensiva siriana ha prodotto 35.000 profughi (non un milione!) a fronte dei 350.000 generati dalle operazioni turche nel Nord della Siria. Senza considerare il fatto che la Turchia, lungi dall’aver ricollocato nella fascia di 30 chilometri stabilita al confine turco-siriano a seguito della già citata operazione “Sorgente di Pace”, ha inviato nell’area solo miliziani di etnia turcomanna con le rispettive famiglie, dimostrando, ancora una volta, come la visione erdoganiana si presenti come una sorta di via di mezzo tra il panturchismo dei Giovani Turchi e le aspirazioni internazionaliste della Fratellanza Musulmana: entrambe organizzazioni con una forte componente “massonica” al loro interno, come evidenziato dallo studioso Youssef Hindi[7].

Lo stesso Hindi ha brillantemente paragonato la situazione della Turchia odierna a quella della Germania. La Turchia sta al Vicino Oriente come la Germania all’Europa. Il loro “attivismo” è tollerato dagli USA finché esso non va a scontrarsi direttamente con gli interessi strategici di Washington[8]. Tale paragone, tuttavia, si potrebbe ampliare anche riguardo al passato. Adolf Hitler scrisse nel Mein Kampf che la psicosi antitedesca coltivata dalla propaganda di guerra (il riferimento è alla Prima Guerra Mondiale) avrebbe continuato ad esistere finché la Germania non fosse riuscita a risorgere e ad agire come Stato operante sullo scacchiere europeo, uno Stato con il quale sarebbe stato possibile stringere delle alleanze. Con le dovute proporzioni, l’intento attuale della Turchia è il medesimo. L’obiettivo hitleriano era in primo luogo la sopravvivenza della Germania. Solo in un secondo momento questo obiettivo si sarebbe dovuto tradurre nella guerra contro il nemico europeo (la Francia) e nell’espansionismo verso oriente. Ed oggi l’obiettivo della Turchia è in primo luogo la sopravvivenza.

Per questo motivo Erdogan, agisce come la pedina geopolitica più zelante nel portare a compimento i compiti assegnati da Washington, mentre è perfettamente consapevole che il destino riservato alla Siria (di cui egli stesso si è fatto strumento anche favorendo il contrabbando di petrolio siriano verso l’entità sionista) potrebbe toccare un giorno (forse non così lontano) alla Turchia. Tale politica è suicida proprio perché aliena ad Ankara le simpatie di quelle forze che, nella consapevolezza del ruolo cruciale rivestito dalla Turchia nella costruzione di una “cintura di sicurezza” attorno all’Heartland eurasiatico, hanno dimostrato sin troppa pazienza nei suoi confronti[9].

Erdogan, dunque, è al contempo carnefice e vittima. Carnefice perché si è lasciato attrarre dalle lusinghe di un ruolo subimperialista, cadendo nella trappola di Washington che gli aveva promesso (con tutta probabilità) uno Stato a sua volta subvassallo in Siria[10]. Una volta svanito tale “sogno”, ha continuato a sperare (sbagliandosi) che la Russia, in cambio dell’accordo sul TurkStream, gli avrebbe lasciato campo libero per la creazione di una sorta di Cipro Nord nella Siria settentrionale.

Ma anche vittima, perché, come già sottolineato, al Pentagono non vedrebbero affatto di cattivo occhio l’ipotesi di un “Vietnam turco in Siria”. La politica di potenza erdoganiana, di fatto, nasconde un’intrinseca debolezza. È una geopolitica della precarietà, senza una prospettiva di lungo periodo, rivolta alla sopravvivenza giorno per giorno.

Solo un decisivo cambio di rotta potrebbe salvare la Turchia dal pericoloso piano inclinato verso l’abisso in cui l’ha posta il suo presidente. E da una prospettiva eurasiatista sarebbe corretto iniziare a riflettere se si possa continuare a sperare in tale cambio di rotta da parte di Erdogan.


NOTE

[1]Si veda Y. Hindi, Le destin de la Turquie moderne et la politique suicidarie d’Erdogan, www.youssefhindi.fr.

[2]A. Braccio, La tragedia dell’assurdo, www.eurasia-rivista.com.

[3] J. Thiriart, La geopolitica, l’Impero, l’Europa, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. 1/2014, pp. 223-237.

[4]Si veda C. Pantelimon, Ion Ghica, un precursore dell’orientamento eurasiatista, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” 4/2018.

[5]Si veda Il conflitto siriano ad un nuovo livello, www.eurasia-rivista.com.

[6]E. J. Magnier, L’incontro tra Putin ed Erdogan: prevista una tempesta su Idlib, la “madre di tutte le battaglie”, www.ejmagnier.com.

[7]Le destin de la Turquie moderne et la politique suicidarie d’Erdogan, ivi cit.

[8]Ibidem. Si veda anche Y. Hindi, Erdogan face à son destin, www.strategika.fr.

[9]È emblematico il fatto che i vertici delle Guardie rivoluzionarie iraniane abbiano notificato alla Turchia di avere sotto tiro tutte le sue postazioni militari in Siria.

[10]Il Vatan Partisi (Partito Patriottico) ha proprio sottolineato a più riprese come Erdogan stesse rapidamente cadendo nella trappola di USA e sionisti in Siria

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Daniele Perra
Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).