Fonte: Global Research, 31 dicembre 2010
http://globalresearch.ca/PrintArticle.php?articleId=22586 – Moscow Times

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha, nel suo solito modo, completamente respinto le pressioni di Washington, che cerca di imporre la candidatura di un nuovo ambasciatore statunitense nel suo paese. L’ambasciatore-in-pectore, la cui scelta è
supportata dal Dipartimento di Stato, ma la cui conferma da parte del Senato è ancora in attesa, è Larry Palmer. Le obiezioni di Hugo Chavez derivano dai commenti che il signor Palmer ha fatto all’inizio di quest’anno, durante le audizioni al Senato, quando ha detto che il morale dei militari in Venezuela è basso e che i ribelli di sinistra colombiani delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), trovano rifugio in Venezuela.
E’ vero che le relazioni tra Venezuela e Colombia sono ad un livello molto basso, con i due paesi sull’orlo di un conflitto militare aperto. Ma non è affatto accettabile quando un candidato per la più alta carica diplomatica, rende commenti pubblici sulla politica interna del paese cui si presume sia inviato, Almeno, poteva essere opportuno circa 15 o 20 anni fa, quando l’America Latina era universalmente accettata come una sorta di cortile degli Stati
Uniti. Ma la situazione è cambiata drasticamente da allora.
Durante i tardi anni ’90 e gli anni 2000, un certo numero di paesi latino-americani hanno eletto leader che non sono più d’accordo col ruolo passivo di “yes-leader” verso tutti gli ordini provenienti dal nord. Hugo Chavez del Venezuela è probabilmente il più brillante di loro, ma non l’unico. Bolivia, Ecuador, Nicaragua e, in larga misura e con maggiore delusione di Washington, il Brasile, che è economicamente e politicamente il più forte giocatore del continente, non può più essere considerato come il cortile di casa di Washington.
Gran parte della colpa di ciò risiede nella precedente amministrazione degli Stati Uniti, quando George
W. Bush, occupato dagli affari in Medio Oriente e in Asia meridionale, ha in gran parte trascurato l’America Latina, dando per scontato che non vi era una vera minaccia al monopolio degli Stati Uniti nella regione. Ma sembra che Barack Obama non abbia imparato la lezione ed ha ereditato il lascito del suo predecessore.
Mentre la Cina, a seguito della politica del “soft power”, è penetrata nelle economie latino-americane in una misura da presentarsi come una vera minaccia alle imprese statunitensi, gli stessi paesi stanno realizzando che il loro ruolo maggiore nella politica internazionale non richiede di seguire le linee guida dagli Stati Uniti. L’emergere del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) come giocatore di primo piano sulla scena internazionale, ne è un
esempio, le manovre delle Marine russa e venezuelana del novembre 2008, ne è un altra, tra molti.
Non dovrebbe tuttavia essere chiaro che il ruolo degli Stati Uniti nel continente è diventato irrilevante. I tradizionali legami strategici ed economici restano ancora importanti. Il Venezuela, per esempio, è il principale fornitore di petrolio degli Stati Uniti, e recidere i legami tra i due paesi sarebbe dannoso per gli Stati Uniti e probabilmente disastroso per il Venezuela. Ma il cambiamento della situazione generale suggerisce che il linguaggio della forza non è più accettabile, anche dai paesi che in larga misura contano sui legami economici con il loro vicino del nord.
Si tratta di un diritto sovrano di ogni leadership nazionale, non dare il consenso alla candidatura di un qualsiasi ambasciatore di un altro paese. Il
fatto che il Dipartimento di Stato insiste nella candidatura di Palmer, mostra soltanto che gli Stati Uniti non hanno abbandonato il ricatto come linguaggio della loro diplomazia.
“Se hanno intenzione di tagliare i rapporti diplomatici, lasciateli fare!”, ha detto il presidente Chavez. “Ora il governo USA ci minaccia che faranno delle rappresaglie. Bene, facciano quello che vogliono, ma che quel tizio non verrà.”
E Chavez non è solo nella sua valutazione della politica verso l’America latina dell’attuale Amministrazione. Il presidente uscente del Brasile, Lula da Silva, ha
recentemente affermato che la politica di Obama riflette una “visione” imperiale. E questo, nonostante il fatto che nei primi giorni della presidenza di Obama c’era molta speranza che le relazioni tra l’America Latina e il suo vicino settentrionale potessero migliorare, e Barack Obama ha salutato anche Lula da Silva come “il politico più popolare della Terra”.
“Vorrei che il rapporto degli Stati Uniti con l’America Latina possa essere diverso da quello che è oggi”, ha detto
Lula da Silva. “Negli Stati Uniti devono capire l’importanza dell’America Latina. Gli statunitensi non hanno una visione ottimistica dell’America Latina. Si sono sempre comportati come un impero verso dei Paesi poveri. Questa visione deve cambiare.”
Se i politici di Washington presteranno il loro orecchio a queste parole o no, lo dimostrerà il futuro. Ma insistendo sulla candidatura dell’ambasciatore, quando la leadership di uno paese mostra evidente disaccordo e minaccia il Venezuela di possibili ritorsioni, dimostra che essi non sono
pronti a rinunciare alla vecchia politica imperiale nei confronti di un continente che ancora considerano il loro cortile di casa, quello che sicuramente non è.

Traduzione Alessandro Lattanzio
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http://www.bollettinoaurora.da.ru
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