Sono due gli avvenimenti storici che hanno contrassegnato il passaggio dall’Impero ottomano alla Repubblica turca che tutt’oggi incidono profondamente sul modus operandi dei governi turchi: da un lato, lo smembramento dell’Impero da parte delle grandi potenze occidentali, e dall’altro la storia caratterizzata da persecuzioni e massacri di minoranze etniche e religiose. L’odierna Turchia è fortemente condizionata da questi eventi che hanno favorito la creazione di un’eredità  che condiziona  il rapporto con l’occidente, e il cammino del paese verso le riforme democratiche.

Dopo la seconda guerra mondiale la Turchia è entrata a far parte a pieno titolo del “campo” occidentale, e grazie alla guerra fredda ha mantenuto invariata la propria struttura autoritaria. Da quando è nata, nell’ottobre del 1923, la Repubblica Turca, è rimasta sempre sotto il controllo di una burocrazia civile e militare. Ogni tentativo di democratizzazione del paese è stato soffocato dalla burocrazia militare, sostenuta dall’occidente.

Questa alleanza nata nel contesto della “lotta al comunismo” è durata ininterrottamente fino alla caduta dell’Unione Sovietica. Il crollo dell’Urss ha aperto nuove prospettive: ha sovvertito tutti gli equilibri politici, sociali, economici della regione. I popoli e gli Stati che si ritenevano penalizzati dall’assetto politico sono tornati ad avanzare le loro vecchie rivendicazioni. Lo stato turco si è visto costretto a modificare e ad evolvere i propri orientamenti di politica estera a causa dei cambiamenti che si erano verificati nel mondo.

La fine della guerra fredda ha fatto riaffiorare in Turchia la paura, definita <<sindrome di Sevrès>> (1), che essa possa essere soggetta a influenze esterne, ad esempio, decisioni internazionali di ripartizione dell’Anatolia. Ciò spiega la reazione alla politica statunitense nel 2003, quando il parlamento turco rifiutò di permettere il dispiegamento di truppe americane sul suolo turco, durante l’invasione americana dell’Iraq. La “questione orientale” (2) è, quindi, rinata quando i conflitti etnici del Caucaso e del  vicino oriente hanno conteso i confini della regione. La guerra iniziata in Iraq nel 2003 non ha fatto altro che accelerare questo fenomeno.

Una delle principali premesse per questa svolta storica dello Stato turco è stata la vittoria elettorale di un partito completamente estraneo alla burocrazia civile e militare, l’Adelet ve kaklinma Partisi (AKP), il partito della Giustizia e Sviluppo, che ha segnato una svolta importante nei rapporti tra Stato e società civile. In occidente si pensa sia un partito fondamentalista, in realtà il programma dell’AKP non ha mai previsto la creazione di uno Stato islamico. Piuttosto esso può essere paragonato ai democristiani europei e si propone una riconciliazione tra due mondi apparentemente contrastanti: la cultura islamica e un assetto politico di tipo occidentale.

Oggi esiste un chiaro contrasto tra la struttura dello Stato repubblicano e le nuove ambizioni regionali del paese. La Turchia si è trovata davanti a un bivio: scegliere se restare entro i confini attuali, continuare il processo di democratizzazione oppure rispolverare i propri sogni imperiali. Magari non seguendo la vecchia ideologia panturanica, ma comunque cercando di unirsi ad altri popoli musulmani turcomanni e di ampliare i propri confini.  Chi governa è  l’esercito, prima di tutti, che per ora sembra rifiutare le riforme richieste dall’Unione Europea (si è espresso più volte in questo senso attraverso l’MHP, l’estrema destra parlamentare).

L’opinione secondo la quale la Turchia debba rivolgersi verso oriente e allearsi con le potenze asiatiche emergenti per opporsi all’occidente è sempre più diffusa e ormai concreta. Sembra confermare questo orientamento il “soft power” che la Turchia ha sviluppato nell’ambito delle proprie strategie di politica estera, il quale le ha permesso di appianare i suoi problemi con i paesi vicini, e soprattutto di cercare di porre fine al suo conflitto storico con l’Armenia. I rappresentanti del governo turco si sono recati in visita nell’Iraq settentrionale e meridionale, hanno stabilito un coordinamento di alto livello con l’Iran nel settore energetico, ed hanno posto le basi per un consiglio di cooperazione strategica con la Grecia, sull’esempio di quelli creati con la Siria e con l’Iraq.

Lo Stato Turco si fonda sulla paura e quindi sulla necessità di difendere la propria esistenza da nemici interni ed esterni. Quando la Repubblica fu fondata ruppe col passato imperiale per ripartire da zero, l’aspetto importante di questa rottura radicale è stato la cancellazione della memoria collettiva, una pagina bianca della storia della Turchia riempita dall’ideologia ufficiale. Nella fondazione della Repubblica Atatürk voleva costituire un retroterra comune, tutto ciò che non era turco  era <<esterno>> ed era un serio problema per lo Stato, una vera e propria minaccia. Quest’ossessione è ancora ben viva.

Il <<Documento di Politica Nazionale>> del Consiglio della Sicurezza Nazionale  (detto anche Libro Rosso) viene aggiornato periodicamente in modo da poter sempre neutralizzare queste minacce nel modo migliore. L’ideologia ufficiale consiste nella protezione dello Stato dai suoi nemici. Ogni volta che viene eletto un nuovo governo, questo deve ridefinire i propri nemici a seconda della pericolosità.(3)

I leader dell’AKP si sono resi conto dell’importanza del ruolo turco nel vicino oriente in quanto regione confinante con la Turchia in cui Ankara poteva giocare un ruolo senza scontrarsi con l’opposizione delle potenze mondiali. Si può dire infatti che il ruolo turco nella regione non trovi opposizione da parte americana poiché la Turchia rappresenta un contrappeso all’influenza iraniana nella regione, a cui Washington invece si oppone.

La nuova politica estera turca  si basa sul principio della “pace preventiva” che richiede la risoluzione dei conflitti nelle regioni confinanti con la Turchia, e sul principio della “partecipazione attiva” nelle regioni che rientrano nello spazio vitale turco. I politici turchi si sono sforzati di mettere in pratica questi principi aprendo un dialogo strategico con i partner della Turchia nel Vicino Oriente, in Europa, in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani, al fine di garantire la sicurezza comune, la cooperazione economica e la convivenza culturale.

L’ ascesa del ruolo turco nella regione è culminata con il successo della mediazione turco- brasiliana per l’accordo sul nucleare con l’Iran, il quale potrebbe contribuire a risolvere la questione nucleare iraniana. Ankara ha addirittura trasformato quello che un tempo era un contrastato rapporto con Damasco in un legame di vantaggio reciproco.

L’attivismo turco è stato determinante in occasione dei colloqui indiretti tra Siria e Israele che si interruppero a causa dell’offensiva israeliana “piombo fuso” a Gaza, alla fine del 2008 e si è reso necessario per contenere la crisi sorta tra Baghdad e Damasco dopo gli attentati del “mercoledì nero” del settembre 2009, quando il governo iracheno aveva rivolto le proprie accuse contro Damasco (4).

La Siria è un partner fondamentale per rilanciare i rapporti con il mondo arabo, a questo scopo nel 2004 fu firmato un accordo di libero scambio tra i due paesi. In questo stesso contesto è stato concluso l’accordo per l’apertura delle frontiere tra i due paesi, con l’abolizione del visto di ingresso, e poi la firma di decine di accordi di natura economica.

L’attivismo turco si è esteso poi anche alla questione palestinese. Con l’incursione israeliana contro la flottiglia in acque internazionali, l’esercito israeliano si è reso responsabile dell’omicidio di cittadini turchi e ha perso il sostegno delle forze armate turche. I comandanti turchi potrebbero non voler perdere il loro rapporto con Israele, ma essi hanno altre battaglie più importanti con il governo. Ta l’altro, sostenere la causa di Israele sarebbe molto impopolare. I cittadini turchi morti si sono aggiunti alla lunga lista di martiri palestinesi nella mente degli arabi e degli stessi turchi. Questo vincolo simbolico con la Palestina non sarà infranto molto presto, e rappresenta un vantaggio politico considerevole per i politici turchi che vogliono rompere le relazioni con Israele.

La longa manus della diplomazia turca è riuscita a tessere una fitta rete di rapporti, concludere importanti accordi politici e commerciali ed estendere la propria influenza dall’Iraq, al Libano, fino ai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Istanbul ha anche ospitato il primo vertice turco-africano, a cui hanno preso parte 53 capi di Stato e di governo africani. L’obiettivo del vertice era di rafforzare la partnership turco-africana in svariati settori.

La Turchia gode di una buona immagine presso molti ambienti arabi, e più in generale i paesi della regione sembrano propensi a cooperare con lo Stato turco, anche grazie alla memoria storica condivisa, ed in considerazione del fatto che essa potrebbe costituire un’alternativa rispetto alle potenze tradizionalmente presenti nella regione. Ankara può dunque giocare un ruolo importante negli equilibri regionali e può essere un partner di primo piano nella definizione delle politiche della regione, grazie alla capacità di iniziativa e alla forte presenza in tutte le crisi e in tutti i conflitti regionali.

Le divisioni nel mondo arabo, l’assenza di coordinamento e di cooperazione al suo interno hanno contribuito a creare un vuoto politico che ha lasciato spazio all’ascesa di potenze regionali: Iran e Turchia prima di tutti. Il riavvicinamento tra Iran, Turchia e Siria sta creando un nuovo asse regionale che, ai fini pratici, potrebbe sostituire l’indebolito triangolo arabo composto da Arabia Saudita, Egitto e Siria, trasformando la regione in questo processo (5).

Questo nuovo asse nel Vicino Oriente potrebbe essere spazzato via dalle pressioni occidentali nei confronti dell’alleato turco, oppure dalla competizione turco-iraniana per l’influenza regionale,  nella prospettiva di guadagnare maggiore peso strategico, oppure potrebbe esserci la proposta dell’Arabia Saudita e dell’Egitto del ruolo centrale negli affari regionali come parte di un nuovo asse “sunnita”. Last but not least,  l’obiettivo della Turchia potrebbe essere quello di convincere l’Unione Europea dell’importanza di averla come membro a pieno titolo, essendo il Paese che più di ogni altro è in grado di giocare un ruolo al servizio della stabilità nella regione, garantendo in primo luogo gli interessi occidentali. Il suo ruolo orientale potrebbe, dunque, essere al servizio del suo obiettivo strategico di adesione all’Unione Europea. La scelta della Turchia sulla via da percorrere sarà senza dubbio fortemente condizionata dalle prossime mosse della “superpotenza mediorientale”: gli Stati Uniti.

Note:

(1)     La Sindrome di Sevrès fa riferimento all’omonimo Trattato del 1920 che smembrò al Turchia fra Gran Bretagna, Francia, Grecia, curdi e armeni;

(2)     Con questa espressione si fa riferimento alle vicende che portarono allo smembramento dell’impero ottomano e alla formazione degli stati balcanici in Europa;

(3)     www.thenational.ae;

(4)     Taner Akçam, Nazionalismo turco e genocidio armeno, ed.Guerini, Milano, 2005 (p.32-34);

(5)     blogs.aljazeera.net/imperium/2010/06/08/new-middle-east-triangle.

* Chiara Cherchi è dottoressa in Scienze politiche

Condividi

Articolo precedente

Alberto Rosselli, Islam Nazismo Fascismo, Solfanelli, Chieti 2010

Articolo successivo

"Nessuno potrà mai isolare l'Iran". Intervista all’Ambasciatore iraniano in Italia M. A. Hosseini