Ritorna all’attacco il fondo Knight Vinke sulla necessità di scorporare le attività oil e gas dell’Eni per incrementarne il valore.

In un’inserzione a pagamento di due pagine sul Financial Times, il fondo pubblica la traduzione in italiano di una lettera spedita all’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, lo scorso 4 novembre. ”E’ nostra convinzione che la valutazione dell’Eni da parte del mercato sia fortemente penalizzata dalla struttura conglomerata del Gruppo. E che effettuando uno spin-off, basterebbe la distribuzione agli azionisti Eni delle azioni di una nuova società che racchiuderebbe l’importante e preziosa attività di downstream, per far emergere un incremento di valore stimabile in oltre 50 miliardi di euro. E da tale incremento trarrebbe vantaggio, più di ogni altro azionista, il Tesoro italiano”.

Secondo Knight Vinke con l’attuale struttura del gruppo, Eni è ampiamente sottovalutata in Borsa rispetto ai concorrenti. Per il 2009, sottolinea il fondo, il valore in Borsa dell’Eni è 5,9 volte il cash flow contro una media dei suoi rivali pari a 7,5 volte. E in base alle stime per il 2010 l’Eni è trattata in Borsa a 5,3 volte il cash flow, contro il 6,1 che è la media del comparto.

Quindi, ponendo la domanda a Scaroni, Knight Vinke chiede: ”Non crede che se il mercato accettasse la tesi dell’esistenza di notevoli sinergie derivanti dalla struttura singola del Gruppo, sarebbe logico attendersi che l’Eni fosse trattata con un premio – rispetto tanto al settore del petrolio quanto a quello delle utilities – invece di subire uno sconto rispetto ad entrambe?”.

Knight Vinke propone quindi due piani per lo scorporo del gruppo. Il primo prevede la separazione dell’Eni ”in due società specializzate: una GasCo formata dalla grande e preziosa utility dell’Eni (divisione Gas e Power compresa Snam Rete Gas) e una OilCo raggruppante l’upstream e tutte le attivita’ del gruppo”. Il Tesoro italiano conserverebbe la propria quota del 30% sia nella OilCo che nella GasCo. Il piano B prevede ”l’acquisizione da parte di Srg di tutte le attività non consolidate riguardanti infrastrutture per una cifra approssimativa di 6-7 miliardi di euro in contanti. In tal modo si creerebbe una società molto più grande (Netco) dedicata esclusivamente alle infrastrutture, sia in Italia che all’estero. A questo punto l’Eni potrebbe fare lo spin-off della sua quota nella Netco offrendola ai suoi azionisti, incluso il Tesoro, deconsolidando così i 9 miliardi di Euro di debito della Srg e lasciando l’Eni con solo 2-3 miliardi di debito, invece degli attuali 18 miliardi consolidati.

Questa, la versione degli americani.

In realtà, sappiamo benissimo che la tendenza economica generale, quando s’intende rafforzare il valore di un gruppo, comporta la sua estensione e l’eventuale inglobamento di altre società, non il suo scorporo… Ma se qualcuno volesse capire i motivi dell’ennesimo attacco statunitense all’Eni e quindi alla politica estera ormai condotta personalmente dalla coppia Berlusconi-Scaroni, dovrebbe svolgere lo sguardo a quanto accade a Mosca.

Il premier russo, Vladimir Putin, ha annunciato che Ankara ha confermato la sua disponibilità ad esaminare entro il 10 novembre prossimo tutto il pacchetto di documenti riguardante il progetto italo-russo per il gasdotto South Stream e a concedere entro la stessa data l’autorizzazione per la sua costruzione. Lo riferisce l’agenzia Itar-Tass. Il capo del governo russo lo ha reso noto dopo aver incontrato a Mosca il suo collega turco, Recep Tayyip Erdogan. A realizzare il South Stream sara’ una joint venture Gazprom-Eni.

Il premier russo Vladimir Putin ha quindi proposto che Russia, Turchia e Italia firmino un accordo trilaterale definito a livello governativo per la costruzione dell’oleodotto Samsun-Ceyhan, che collegherà la costa turca del Mar Nero con quella turca del Mediterraneo. Il capo del governo russo, sempre secondo l’agenzia Itar-Tass, ha riferito che Erdogan si e’ detto d’accordo con la sua proposta. ”Presto cominceremo a studiare la questione con l’Italia”, ha aggiunto. Lo scorso 19 ottobre a Milano era già stata firmata una dichiarazione congiunta fra i tre Paesi, un protocollo d’intesa siglato dai ministri dell’energia dei tre paesi coinvolti.

L’Italia parteciperà al progetto con l’Eni. Alla faccia del Nabucco…

* Stefano Vernole è redattore della rivista “Eurasia”

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