La questione delle alture del Golan

Nel giugno del 1967, sei giorni cambiarono irreversibilmente gli equilibri della regione vicino-orientale. Durante quella che fu poi chiamata “Guerra dei Sei Giorni”, le forze armate israeliane quadruplicarono l’estensione dello Stato di Israele occupando vaste porzioni di territorio appartenenti ai Paesi arabi confinanti. Tra questi territori, Israele sottrasse alla Siria la regione conosciuta come alture del Golan.

Le alture del Golan costituiscono un’area di 1.160 km2, superficie equivalente a meno della metà della Valle d’Aosta, composta da un altipiano e da una regione montagnosa di carattere vulcanico, che si distende tra Siria, Israele, Libano e Giordania.

Dal 1967 l’area è rimasta sotto occupazione israeliana. Il territorio fu difeso da Israele nel 1973 durante la cosiddetta Guerra dello Yom Kippur, sebbene una parte, comprendente la città di Quneytra, capoluogo della regione, sia stata restituita alla Siria.

Attualmente la Siria continua a domandare la restituzione del territorio, sostenendo che le alture del Golan fanno parte della regione siriana di Quneytra. Negli anni successivi alla guerra, fonti israeliane affermarono che la popolazione araba locale sarebbe emigrata al momento dell’invasione, mentre il governo siriano ha denunciato come gran parte dei residenti sia stata espulsa. A partire dal 1970 sono stati costruiti nell’area conquistata nuovi insediamenti israeliani.

Israele ha sostenuto il proprio diritto di restare nell’area in base alla Risoluzione n. 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che richiama a “confini sicuri e riconosciuti, liberi da minacce o atti di forza”. Nel 1981 Israele ha applicato formalmente le sue “leggi, giurisdizione e amministrazione” alle alture del Golan, con l’emanazione della Legge delle alture del Golan.

Da allora la zona è stata governata come parte del Distretto Nord di Israele.


Il confronto tra Siria e Israele

La storia dei negoziati tra Siria e Israele è caratterizzata fin dal 1967 da una serie di opportunità di pace mancate o perse, principalmente per ragioni territoriali. La questione delle alture del Golan infatti rimane ancora il principale ostacolo nel processo di pace tra i due Paesi. A causa della loro posizione, le alture hanno per Siria e Israele una grande importanza strategica nella regione: infatti il bacino dell’altopiano offre da Nord un facile accesso sia alla regione israeliana della Galilea, dalla parte occidentale, sia a Damasco, dalla parte orientale.

Prima del 1967 Israele appariva particolarmente vulnerabile dal punto di vista topografico: l’artiglieria siriana infatti aveva, dai settori di Hula e Tiberiade, sul Golan, facili bersagli in territorio israeliano. Per questo motivo Israele è ancora riluttante a rinunciare al vantaggio strategico conferitogli dall’occupazione nel 1967 del bacino dell’altopiano.

Di contro la Siria considera inaccettabile la presenza israeliana in una zona da cui i colpi di artiglieria potrebbero facilmente raggiungere Damasco.

Assume inoltre particolare rilevanza anche la questione dell’approvvigionamento idrico: infatti le alture del Golan, con i suoi fiumi, le sue falde acquifere e il lago di Tiberiade, costituiscono una riserva d’acqua preziosa, soprattutto in un’area geografica dove le risorse idriche scarseggiano.

La posizione siriana rimane ancora oggi la stessa fin dalla fine degli anni ‘70: un accordo di pace sotto la condizione di un ritiro di Israele dalle alture del Golan, che dovrebbero essere successivamente demilitarizzate, con garanzie internazionali, tra cui forse una forza di pace internazionale.

Nella prima fase dei negoziati, il presidente siriano Hafez Assad insistette anche sul fatto che un accordo israelo-siriano sarebbe dovuto essere accompagnato da un accordo israelo-palestinese. Entro la metà degli anni ‘90, tuttavia, la posizione siriana era evoluta: la causa palestinese fu lasciata maggiormente in disparte e Assad si disse disposto a includere una risoluzione del problema dell’approvvigionamento idrico e la graduale normalizzazione delle relazioni economiche e diplomatiche con Israele, come parte di una soluzione globale.

Alla fine degli anni ‘90, il processo di pace israelo-siriano si arenò su una questione essenzialmente simbolica, priva di rilevanza economica o di sicurezza: si trattava infatti di una discussione sul possesso di circa 200 metri di territorio sulle sponde del lago di Tiberiade.

Fino all’anno 2000, quindi, si nutrivano a livello internazionale buone speranze di una soluzione al conflitto arabo-israeliano: il conflitto israelo-egiziano si era concluso con gli accordi del 1979, il conflitto israelo-giordano era formalmente terminato nel 1994 con il trattato di pace di Camp David, e sia il conflitto israelo-palestinese sia quello israelo-siriano sembravano sulla via della riconciliazione. Eppure, entro la fine del 2000 entrambe le sessioni di negoziati erano fallite ed erano state seguite dalla Seconda Intifada palestinese, dall’elezione di Ariel Sharon come primo ministro di Israele nel febbraio 2001, dai fatti dell’11 settembre 2001 e dalle loro conseguenze sulla regione. Se molta attenzione è stata data alle possibilità perdute di una riconciliazione israelo-palestinese, poca attenzione è stata dedicata al fallimento del processo di pace tra Siria e Israele.

In realtà, i negoziati israelo-siriani erano giunti molto più vicino alla produzione di un trattato di pace di quanto avesse fatto il processo israelo-palestinese. Il loro fallimento era l’ultima di una lunga serie di occasioni perdute per la pace, sia tra Israele e Siria sia in generale nel conflitto arabo-israeliano.

Così dopo il 2000 le posizioni di Siria e Israele si sono allontanate sempre più, anche a causa di eventi esterni, lasciando l’amara impressione che i negoziati degli anni ’90 fossero stati completamente inutili.

Ciononostante, negli ultimissimi anni si sono verificati diversi tentativi di riallacciare il dialogo, sebbene in via indiretta, tra i due Paesi. Questo processo tuttavia sembra procedere a rilento, e non è esente da fasi di stallo e di regressione.


Gli ostacoli che impediscono il processo di pace.

Nei primi dieci anni del 2000 il confronto tra i due Paesi continua, anche se la Siria sembra aver preferito lo status quo al conflitto. Questo atteggiamento è stato rafforzato in seguito ai fatti dell’11 settembre 2001, e in seguito alla politica “antiterroristica” e “preventiva” degli Stati Uniti: infatti un eventuale attacco sulle alture del Golan da parte della Siria, accusata da Washington ed alleati di sostenere alcuni gruppi identificati come terroristici, porterebbe con maggiori probabilità ad un intervento degli Stati Uniti a fianco dell’alleato israeliano. Inoltre, il disequilibrio di potenza militare tra Israele e Siria continua ad espandersi, sia perché Israele spende molto di più per le forze armate rispetto alla Siria, sia perché Israele ha accesso a gran parte delle nuove tecnologie militari degli Stati Uniti.

Così, dopo l’11 settembre la questione delle alture del Golan è entrata in una fase di stallo: il nuovo presidente siriano Bashar al-Assad, in carica dal 2000, continua ad evitare qualsiasi provocazione nella zona palestinese e si sforza di scongiurare il pericolo che il terrorismo o la guerriglia usino il Golan come base per attacchi contro Israele.

Tuttavia, in assenza di un accordo di pace e di misure concrete per evitare futuri conflitti, il rischio di una guerra come conseguenza di circostanze imprevedibili non può essere considerato improbabile.

L’attuale presidenza Obama sembra maggiormente orientata nella direzione del dialogo rispetto all’amministrazione precedente. Tuttavia, da parte israeliana si registrano un irrigidimento e un’estremizzazione della vita politica, culminata nel marzo del 2009 con l’elezione a Primo Ministro di Benjamin Netanyahu, leader del partito conservatore Likud. Le prime dichiarazioni di Netanyahu riguardo le sorti delle alture del Golan non sembrano promettenti, anche se il neoeletto Primo Ministro si è detto disponibile a riaprire il dialogo con la Siria.

A differenza della Siria, poi, Israele deve confrontarsi anche con l’opinione pubblica nazionale. Infatti i coloni israeliani, cha abitano le alture del Golan da ormai 40 anni, non sembrano intenzionati a lasciare quella che nel frattempo ritengono sia diventata la loro terra. Per cui, nel caso in cui Siria e Israele dovessero riattivarsi in negoziati di pace diretti, è verosimile ritenere che la lobby dei coloni e le associazioni degli abitanti del Golan farebbero sentire la propria voce all’interno della Knesset.

Un ulteriore elemento che sembra infine ostacolare il processo di pace è dato dalla pressione esercitata sulla Siria da parte dell’Iran, il forte alleato dal cui abbraccio Assad non può staccarsi, se non vuole rimanere isolato nella regione. I legami della Siria con l’Iran, così come quelli con Hamas e Hezbollah, costituiscono un forte ostacolo alla ripresa dei negoziati con Israele.


Quali prospettive?

Malgrado gli ostacoli delineati, negli ultimissimi anni la linea politica siriana ha abbracciato nuove posizioni, muovendosi verso la creazione di presupposti per iniziare trattative dirette con Israele nel prossimo futuro, dopo aver sperimentato processi di trattative indirette.

Fino all’elezione alla presidenza statunitense di Barack Obama, nel 2009, un chiaro veto da parte dell’amministrazione Bush alla trattativa aveva informato il governo Olmert della necessità di non sperimentare la via del negoziato con la Siria. Questa posizione americana si era ammorbidita dopo che Damasco aveva preso la decisione di prendere parte alla Conferenza internazionale di Annapolis, alla fine di novembre del 2007, malgrado le riserve manifestate da Teheran.

Inoltre nel 2008 la Siria aveva riaperto i canali di dialogo indiretti con Israele, tramite la mediazione del presidente turco Tayyep Recep Erdogan, sulla base della convinzione che un ampliamento degli orizzonti della scelta negoziale avrebbe contribuito a garantire al Paese una serie di vantaggi.

Innanzitutto il recupero del Golan, diventato ormai una priorità per il governo siriano. In secondo luogo la constatazione che l’inizio delle trattative di pace avrebbe sottratto ai nemici di Damasco ulteriori mezzi di pressione politica nei suoi confronti. La Siria infatti appare consapevole del fatto che le trattative con Israele potrebbero contribuire a cancellare il Paese dall’ordine del giorno vicino-orientale della comunità internazionale, ed in particolare da quello di Washington.

Inoltre un eventuale trattato di pace tra Siria e Israele aiuterebbe la ricerca di opzioni alternative per rafforzare gli investimenti e gli scambi commerciali reciproci, alleggerendo il peso della crisi internazionale su entrambi i Paesi.

Dall’altra parte, anche Israele ha degli interessi in gioco per impegnarsi in una trattativa di pace. Innanzitutto un processo di pace potrebbe portare la Siria ad allontanarsi dall’Iran, e determinare così l’indebolimento di Hezbollah e di Hamas. Tel Aviv ritiene infatti che Teheran sia il pericolo maggiore. Proprio per questo motivo, prima della fine del suo mandato, Olmert si era sforzato di convincere Bush, in occasione del loro ultimo incontro, a non opporsi alle trattative con la Siria.

Malgrado ciò, il nuovo governo israeliano di Benjamin Netanyahu sembra meno orientato verso i negoziati per un processo di pace con la Siria.

Inoltre un ostacolo ancora più serio è costituito dalla dura opposizione di una parte importante dell’opinione pubblica israeliana all’idea di restituire le alture del Golan alla Siria. Dopo più di 40 anni di occupazione, il Golan è considerato da molti israeliani parte integrante di Israele. È divenuto un’area di svago, dove gli israeliani si recano per sfuggire ai ristretti confini del loro paese.

Il Golan rappresenta inoltre un’importante riserva idrica ed una risorsa strategica. La lobby dei coloni del Golan è potente e del tutto contraria al ritiro: non mancano infatti i timori che la Siria possa usare le alture del Golan come base per scatenare contro Israele la violenza di vari gruppi identificati come terroristici, o le armi iraniane.

Il contro-argomento presentato dai Siriani è che Israele non dovrebbe dettare le relazioni estere della Siria, ma dovrebbe riconoscere che la pace e le normali relazioni di buon vicinato sono degne di essere considerate un obiettivo di per sé. I Siriani aggiungono, tuttavia, che in un contesto di pace essi sarebbero meno dipendenti dall’Iran, mentre Hezbollah forse si ridurrebbe a diventare un normale partito politico libanese, piuttosto che una milizia armata.

Agli occhi dei Siriani, un accordo di pace dovrebbe comprendere due componenti essenziali: da un lato il ritiro da parte di Israele dall’intera regione del Golan fino a ripristinare il confine precedente alla Guerra dei Sei Giorni; dall’altro un riconoscimento del fatto che gli eventuali accordi di sicurezza, successivi al ritiro, devono avere un carattere di reciprocità e di mutuo bilanciamento. Tali accordi di sicurezza dovranno includere zone smilitarizzate e aree caratterizzate da una limitata presenza di forze.

L’avvio di negoziati fra Siria e Israele contribuirebbe largamente a smorzare le tensioni nell’inquieta regione vicino-orientale. Tuttavia l’abisso che separa i due paesi è ampio e sarebbe imprudente attendersi che esso possa essere colmato così rapidamente.

Restano quindi ancora molte incognite sulla posizione internazionale della Siria e sul destino che aspetta le alture del Golan e i suoi abitanti. Sicuramente un processo di pace con Israele non può prescindere dalla soluzione della questione del Golan che, qualora avvenisse, renderebbe molto più agevoli i negoziati tra i due Paesi.

La soluzione della questione delle alture del Golan potrebbe quindi sbloccare una serie di situazioni che attualmente impediscono un dialogo tra Siria e Israele e, in generale, un concerto di tutti i Paesi della regione per la ricerca di una soluzione di pace ai conflitti vicino-orientali.

Qualora infatti si riuscisse a coinvolgere la Siria in un dialogo proficuo e privo di tensioni con Israele, anche la ricerca di soluzioni della questione israelo-palestinese e della crisi irachena otterrebbe nuova propulsione. Questo risultato può essere raggiunto soltanto con lo sforzo da parte degli attori internazionali per la presentazione di proposte accettabili da tutti e con la continua ricerca di canali di comunicazione tra gli Stati che avvicinino, anziché radicalizzare e allontanare, le posizioni di ognuno.

Qualora fosse intrapreso un dialogo equilibrato e costruttivo con tutti gli attori vicino-orientali, Siria compresa, non si sarebbe, a mio avviso, lontani dalla soluzione di un sanguinoso conflitto che da ormai troppi decenni sta martoriando una regione importantissima, posta nel mezzo tra tre continenti, Europa, Asia e Africa, e le cui conseguenze si stanno sempre più ripercuotendo, a livello economico, di sicurezza, culturale, su tutto il mondo.


* Giovanni Andriolo è dottore in Relazioni internazionali e tutela dei diritti umani presso l’Università degli studi di Torino.


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’autore, e potrebbero non coincidere con quelle della redazione di “Eurasia”

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