Profondità strategica e politica estera multidirezionale sono le parole chiave per descrivere l’attitudine turca di fronte alle sfide, regionali ed internazionali, che attualmente le si vengono a porre.

Se, come affermato dal ministro degli esteri Davutoglu, il vantaggio strategico della Turchia sul quale fare perno risiede nel suo percorso storico e nella sua posizione geografica, tale vantaggio non può che essere rilevante. Situata a cavallo tra Asia ed Europa, la Turchia è il crocevia tra Balcani, Caucaso e Vicino Oriente. Proprio tale posizione risulta fondamentale non soltanto nell’ambito delle relazioni diplomatiche con i Paesi limitrofi e non, ma in particolar modo per la gestione e il controllo delle rotte energetiche.

In effetti, le condotte che attraversano o raggiungono in ultima battuta la Turchia indicano come essa sia già diventata un centro regionale per il trasporto energetico.

Attualmente, vi sono due principali gasdotti tra Russia e Turchia: il primo raggiunge la Turchia attraverso i Balcani, l’altro invece termina a Samsun, città turca sulle coste del Mar Nero. Un’ulteriore rotta è la condotta Bakù-Tbilisi-Erzurum (BTE), che trasferisce il gas azero dal campo di Shah Deniz-I attraverso la Georgia fino in territorio turco (portando gas naturale anche alla Grecia). L’altra pipeline, in questo caso un oleodotto, che collega Turchia ed Azerbaijan è la più conosciuta Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) attraverso la quale il petrolio azero raggiunge la costa est del Mediterraneo, con un percorso di 1760 km. La quarta condotta invece trasporta gas, lungo 2577 km, dall’Iran alla Turchia, e precisamente da Tabriz ad Ankara.

In questo contesto, ciò che sembra essere al centro della questione energetica odierna è il rinnovato contratto tra Turchia ed Iraq per importare petrolio iracheno da Kirkuk verso il porto di Ceyhan, nella città di Yumurtalik. Le negoziazioni sono iniziate l’anno scorso ma è nel mese di marzo che i rispettivi ministri dell’Energia hanno manifestato la comune volontà di modificare il contratto esistente, inserendo nuove tasse di transito e nuove forniture con l’obiettivo di rinnovare, ricostruire e ricoordinare la linea. Evidente è, dunque, il piano strategico turco di trasformare Ceyhan in un hub petrolifero pienamente integrato nei prossimi 5 anni. Viene inoltre riportato dalle agenzie l’intento di iniziare la costruzione di una centrale nucleare a partire dal 2014, combinando a ciò la diversificazione dei fornitori di gas e l’aumento della produzione domestica di energia. Infatti, la Turchia ha costruito una rete interna di condotte lungo tutto il perimetro nazionale per più di 20 anni e, poiché numerose città sono collegate alle rotte di gas naturale, essa è divenuta uno dei principali attori energetici nella regione.

È da leggere in quest’ottica la possibilità di creare una connessione con gli altri fornitori di gas della regione caspica e con il mercato europeo. Se il progetto Nabucco, che cerca di spezzare l’interdipendenza energetica tra Europa e Russia, riuscisse a partire (come previsto, nel 2011), la Turchia ospiterebbe la più importante condotta della regione.

Il governo turco ha sostenuto la necessità di ridurre la propria forte dipendenza dal gas naturale russo, dovuta in larga parte al progetto Blue Stream che trasporta gas attraverso il Mar Nero fino in Turchia, costruendo centrali a carbone e idroelettriche per soddisfare i previsti aumenti nella domanda interna. Tali piani annunciati esplicano al meglio l’intenzione di non essere esclusivamente una nazione consumatrice del gas della Russia, proveniente anche attraverso il Blue Stream II, che prevede il trasporto di gas russo fino in India per il tramite di un porto israeliano.

Ecco spiegato il perché di una politica così attiva nella sfera energetica. La Turchia ritiene quello delle pipelines un progetto vitale per la promozione dell’integrazione e della stabilità regionale: a partire da ciò si potrebbero formare le basi per soluzioni permanenti ai duraturi conflitti della regione ed incoraggiare i diversi paesi a cooperare per contribuire ad una indipendenza economica e politica. Così si cerca di rafforzare le collaborazioni energetiche anche con Azerbaijan, Kazakhstan e Turkmenistan.

Alcune nazioni ex sovietiche hanno ridefinito le loro relazioni economiche e politiche con la Russia su presupposti di maggior autonomia. L’Azerbaijan è stato il primo paese a dare una scossa, esportando più del 90% delle risorse interne grazie alle condotte BTE e BTC. Se Kazakhstan e Turkmenistan rivolgessero la propria esportazione attraverso pianificati o esistenti corridoi energetici che vedono la Turchia come fulcro degli scambi, la consistente influenza della Russia nella regione del Caspio si ridurrebbe inevitabilmente. Nello specifico, il Kazakhstan attira la Turchia, con le sue ingenti riserve di petrolio, gas e uranio, sia in quanto paese emergente e protagonista nelle politiche energetiche, sia come consumatore e via di transito.

D’altra parte, i recenti sviluppi non permettono di sottovalutare i tentativi di legame con Iran, Iraq e Siria, nazioni che, secondo le visioni di politica estera turca del rischio zero con i vicini, non possono essere integrate nel sistema applicando l’hard power, tipico degli approcci statunitensi. La volontà è quella di promuovere un’associazione fortemente orientata anche agli interessi principali delle controparti, e le condotte rivestono nuovamente il ruolo di strumento per raggiungere tale obiettivo. Non deve meravigliare che in ottica turca la cooperazione con l’Iran, pur destabilizzata dagli interventi degli Stati Uniti, venga condotta sulla base del comune interesse a che non si sfoci in una competizione per l’influenza regionale che possa far scaturire tensioni su più larga scala: in effetti, gli interessi di Turchia ed Iran sono intrecciati su temi fondamentali, quali il problema energetico e il futuro dell’Iraq.

Proprio la politica turca sull’Iraq esemplifica il suo recente approccio estero. La Turchia è stata “costretta” ad affrontare, per la sua parte, il collasso del regime di Saddam Hussein a causa del pericolo che emergesse uno Stato curdo, primo passo verso la possibile secessione delle regioni turche del sud-est a dominanza curda. Dopo una iniziale linea dura, che ha previsto anche incursioni militari per ridurre le attività transfrontaliere del PKK, la Turchia ha deciso di dare il proprio contributo alla nascita del nuovo Iraq. Scelta, questa, che ha determinato un sostanziale miglioramento nelle relazioni bilaterali tra i due paesi, come già segnalato in campo energetico.

Considerando il positivo impatto delle condotte sull’economia e la sicurezza delle nazioni di transito, le crescenti relazioni commerciali tra Iran, Iraq, Turchia e i paesi dell’Europa dell’Est potrebbero consentire una reale interdipendenza.

Diversificare le rotte energetiche, con la Turchia a fare da perno, potrebbe ridurre significativamente le attività terroristiche nella regione, grazie al controllo e sostegno combinato tra i diversi paesi coinvolti. La bussola turca è rivolta a tutto lo spettro di nazioni che pongono i propri interessi sulla strada di Ankara. L’interscambio è la chiave di volta per incrementare l’importanza strategica di una Turchia che è rivolta sia ad Occidente che ad Oriente. Area di transito per i corridoi energetici dal Vicino Oriente e la regione caspica fino in Occidente, essa si aspetta un’accelerazione nelle sue negoziazioni con l’Unione Europea.

Gasdotti e oleodotti non rappresentano delle mere congiunture: la politica turca è concentrata precipuamente sul loro significato strategico e geopolitico piuttosto che sulla dimensione meramente economica di tale progetto. Le vicissitudini interne, visto anche il recente tentativo di colpo di stato militare, fanno riemergere le contraddizioni di cui il paese ha sempre sofferto. L’affidabilità internazionale della Turchia dipenderà quindi anche dalla capacità di gestione delle problematiche interne. Solo allora la politica estera, ed in particolare energetica, sarà il trampolino di lancio per poter diventare nodo centrale nelle forniture di energia e mediatrice credibile nei conflitti regionali.

* Chiara Felli è dottoressa in Relazioni internazionali (Luiss Guido Carli)

Articolo precedente

Scelta di campo

Articolo successivo

"La politica di USA e Israele è senza sbocchi, l'epoca del colonialismo è finita" - Intervista all'Ambasciatore iraniano presso il Vaticano