Andrè Siegfried distingueva la geopolitica in esterna e interna, indicando con quest’ultimo termine una rivalità tra le principali parti politiche, che tentano di estendere la loro influenza in qualche regione, e di conquistare o conservare le circoscrizioni elettorali. Proprio questa accezione descrive perfettamente il clima agguerrito che, negli ultimi mesi, si è presentato negli Stati Uniti.

Nel momento della sua ascesa a Washington, il neoeletto Barack Obama poteva contare sul consenso del 68% della popolazione che era mossa dalla ventata di promesse rinnovatrici della campagna elettorale. Che in campagna elettorale spesso vengano espressi più propositi del dovuto è cosa nota, che l’America abbia deciso di affidarsi a ciò è sintomatico di uno stato di malessere molto forte, dal quale si sentiva la necessità di uscire. Ben inteso, il Presidente è stato eletto solo un anno fa e ha dovuto fronteggiare la più grande crisi economica della storia, dopo la Grande Depressione del ’29. Il Paese ha visto in lui non solo un’innovazione sul piano etnico o anagrafico, ma anche e soprattutto un individuo con un nuovo modo di vedere i problemi della nazione e su come affrontarli. Grande leit motiv della sua campagna pre-elezioni è stata la riforma sanitaria: un problema, quello della sanità, che interessa una buona fetta della popolazione. Ben 31 milioni di persone, attualmente, non possiedono un’assicurazione sanitaria e il progetto presidenziale può decisamente essere considerato ambizioso. Il ritiro militare da Iraq e Afghanistan, insieme a un pacchetto di misure a favore dell’occupazione e dell’uscita dalla crisi, nonché una riforma sulla immigrazione completavano il panorama delle promesse elettorali di Obama.

Le condizioni politiche in cui, il 20 gennaio 2009, il primo inquilino della Casa Bianca si era trovato a governare erano decisamente a suo favore: consenso nel Paese, una situazione favorevole al Congresso e la stima internazionale. Chi però si aspettava un atteggiamento molto risoluto da parte di Washington è rimasto deluso: la politica di mediazione a cui più volte si è fatto ricorso ha creato malcontento in una parte dell’elettorato democratico, che avrebbe apprezzato posizioni più perentorie nei confronti dell’opposizione repubblicana e delle questioni nazionali. Uno dei pomi della discordia è stata la decisione di triplicare il numero dei soldati in Afghanistan, come pure l’aumento delle operazioni contro i santuari talebani in Pakistan, il rafforzamento delle manovre strategiche contro i nemici in Somalia e Yemen. I numeri sembrano dare manforte a chi ha mosso critiche verso il Presidente: egli ha presentato una proposta di bilancio per la Difesa che si è rivelata essere la più alta di sempre, pari a 700 milioni di dollari. Quando Obama si è presentato, poi, alla cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace, si è trovato a giustificare il suo operato dicendo che le sue azioni hanno l’unico scopo di riportare un clima di pace e distensione nei territori del Medio Oriente. Non è solo questo ad aver provocato il crollo di consensi presidenziali, scesi addirittura al 50%. La forte disoccupazione, il non raggiungimento di un accordo al congresso danese sul cambiamento climatico, nonché la mancata presentazione di una legge sull’immigrazione hanno fatto il resto.

È un dato di fatto che il 14% dei suoi giovani sostenitori tra i 18 e i 29 anni (coloro che più credevano nella possibilità di cambiamento) ha perso momentaneamente fiducia in lui, a fronte di un 76% delle popolazione giovanile che lo appoggiava al momento della sua elezione. Si può presumere che la questione militare, unita alla sensibilizzazione in merito al clima nonché la preoccupazione per la mancanza di lavoro ne siano state le cause scatenanti. Le modalità con le quali sono stati affrontati i problemi del Paese sembrano non aver avuto molta efficacia, ecco perché alla domanda “Obama ha mantenuto le sue promesse elettorali?” ben il 46% degli elettori ha risposo “no”. Questa tendenza è stata confermata dal recente rinnovo del Senato, nel quale Brown, repubblicano, ha avuto la meglio sulla sfidante Coackley, e ha così ottenuto il seggio del Vecchio Leone detenuto dai Democrats per innumerevoli anni. Questo avvenimento ha cambiato le carte in tavola a Obama: la riforma sanitaria è seriamente a rischio. Quando il 24 dicembre dello scorso anno si gridò quasi al miracolo per l’approvazione al Senato di questo provvedimento, la squadra presidenziale probabilmente credeva che la strada fosse tutta in discesa; ora, invece, non basteranno più i voti degli indipendenti Lieberman e Nelson per avere il Congresso dalla parte del Presidente. Prendere coscienza della situazione è fondamentale per sapere come sfruttarla a proprio favore.

Il Presidente americano ha di fronte a sé un bivio: continuare con una politica di mediazione, o tentare di avere un atteggiamento più risoluto nei confronti del Congresso. Se le premesse politiche al suo operato non avessero subito un mutamento, la politica del pugno duro avrebbe potuto raccogliere dei risultati; attualmente, però, è davvero questa la linea vincente? Ciò che deve maggiormente essere preso in considerazione non è solo il consenso popolare, ma anche quante misure, alla fine del mandato, saranno state veramente messe in atto: insistere sulla riforma sanitaria in questo momento non arrecherebbe grandi vantaggi a Obama, tanto più che il neoeletto senatore Brown si è schierato apertamente contro tale proposta, affermando che “la riforma farà aumentare le tasse, danneggerà l’assistenza agli anziani, eliminerà posti di lavoro e aumenterà a dismisura il nostro debito nazionale”. Se le sue previsioni siano o meno attendibili non è dato saperlo; ciò che invece si può prevedere è l’impatto che tali parole hanno su una popolazione già prostrata da bancarotta e disoccupazione.

Una questione sulla quale, invece, la Casa Bianca ha ragione di insistere è il ritiro delle truppe armate da Afghanistan e Iraq entro il 2011. È vero che una fetta di popolazione, nonché una parte dell’esercito preme ancora per il prolungamento delle missioni militari, ma è altresì (e più importante) constatare che l’intero Congresso ha espresso supporto al Presidente nella sua decisione di non revocare il ritiro: questo è importante, che Obama riesca a portare avanti una politica del fare e per riuscirci non può prescindere dal consenso del Senato. Questa lungimiranza è necessaria anche in previsione del nuovo ricambio di senatori che avverrà nel 2012 e, per quanto forse Washington potrebbe non mantenere tutte le promesse, è almeno necessario che porti a casa qualche vittoria politica. Il ritiro delle truppe non solo eviterà un’empasse con i governi stranieri, ma soprattutto potrà far accrescere i consensi attualmente in calo.

La questione sulla quale è oltremodo importante focalizzare ogni risorsa politica è la crisi economica e la disoccupazione: da recenti sondaggi il 42% della popolazione ritiene che essa sia la questione principale di cui farsi carico, e, se Obama riuscirà a mantenere la rotta intrapresa, è plausibile ritenere che vi saranno buoni risultati. Eminenti studiosi hanno dato il loro plauso all’azione presidenziale, pronosticando una ripresa sul lungo periodo; ma ciò su cui è fondamentale puntare è anche un riscontro nella vita reale, così da far svanire il malcontento che serpeggia fra i cittadini. Se veramente verranno poste sanzioni nei confronti di quelle banche che attuano una politica pericolosa e che potrebbe mettere in crisi l’intero sistema (cosa già avvenuta), questo sarà già un ottimo biglietto da visita per le future riforme. I fondi, 2,3 miliardi di dollari, stanziati per i 183 progetti che apporteranno una crescita dell’occupazione in 43 stati saranno, poi, indirizzati principalmente verso il settore delle tecnologie verdi: mossa che non solo potrebbe apportare un sensibile calo della disoccupazione, ma raccogliere il consenso di tutti coloro che sono sensibili alle tematiche ambientali.

Ma l’elettorato democratico non è fatto solo di nuovi disoccupati: come precedentemente accennato, i “Latino voters” sono stati fondamentali nell’elezione dello scorso 2008 e lo saranno ancora di più nel futuro rinnovo del Senato, soprattutto in stati come California, Nevada, Colorado, Illinois, New York e Florida. Proprio per il prossimo 21 marzo è stata da loro indetta una marcia a favore di una riforma sull’immigrazione: tutt’ora, questa fetta dell’elettorato percepisce le promesse fatte in campagna elettorale come semplici proclami per attirare voti. Che i Democratici continuino a promettere questa riforma è noto, che i latinoamericani inizino a pensare che sia solo un modo per attirare su di sé consensi è una realtà da non sottovalutare. Nella lungimirante ottica che Obama dovrà persistentemente avere, una proposta in tale senso dovrà esserci, non tanto per la giustezza o meno di questo provvedimento, quanto per una migliore gestione politica del Paese: se si ritardasse ancora, sebbene i rinnovi dei senatori non siano così alle porte, si rischierebbe concretamente di perdere molti seggi. Come fare, però, a convincere il Congresso? Il compito del Presidente non sarà semplice, e l’unico modo in cui è possibile immaginare un passo avanti sulla questione è fare una proposta non troppo radicale, che possa incontrare il favore almeno dei senatori indipendenti nonché di almeno un altro senatore repubblicano. Basti pensare alla questione sanitaria: per far sì che la riforma fosse approvata anche da Lieberman e Nelson, il Presidente ha dovuto assicurare che nessun fondo statale sarà più destinato a quelle cliniche che praticano l’aborto. Allo stesso modo, Obama potrà riuscire a dar vita a un testo che cerchi di modificare almeno in parte la situazione dell’immigrazione (soprattutto clandestina) negli Stati Uniti.

Infine, se il primo inquilino della Casa Bianca riuscirà il 12 e 13 aprile, alla conferenza sulla non proliferazione delle armi nucleari di Washington, a raggiungere degli accordi soddisfacenti con gli altri Capi di Stato, le sue quotazioni fra i cittadini potrebbero impennarsi di nuovo: ciò che più conta, soprattutto in questo delicatissimo momento, è non macchiare, non offuscare l’immagine statunitense ma anzi far apparire gli USA come il cardine che regge le fila dei rapporti internazionali. È risaputo, infatti, che gli statunitensi sono molto patriottici: ecco perché il Presidente americano dovrà puntare anche sulla immagine esterna.

Il compito che la Casa Bianca si appresta a svolgere non è semplice, le pressioni interne nonché le questioni diplomatiche all’esterno sono molte, ma se Obama terrà presente alcuni punti fondamentali potrà mantenere almeno una parte delle sue promesse elettorali. Se punterà prima di tutto sull’uscita dalla crisi, di conseguenza mirerà a garantire un ritrovato benessere dei cittadini; se i cittadini non avranno più malcontento presumibilmente non saranno più così negativi verso le politiche nazionali; se il Presidente presenterà una riforma sull’immigrazione i latinoamericani potrebbero riporre di nuovo in lui la fiducia; se la popolazione aumenterà il proprio consenso verso Obama, il prossimo rinnovo del Senato potrebbe essere a favore dei Democratici. La lungimiranza e la politica di mediazione saranno fondamentali per l’immagine presidenziale e potrebbero determinarne l’ascesa o la caduta.

* Eleonora Peruccacci, dottoressa in Relazioni internazionali (Università di Perugia), collabora con “Eurasia”


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