Mentre la fine dell’ISIS, ovvero dell’autoproclamato califfato sunnita sorto nei territori a cavaliere tra Iraq e Siria, si approssima, e la correlata guerra civile siriana (o siro-irachena) si avvia alla conclusione, difficilmente decodificabile appare l’assetto futuro del Medio Oriente e l’equilibrio di potenza nella regione vicino-orientale.

Se è possibile delineare alcune direttrici del futuro equilibrio (o disequilibrio) nell’area, non chiaro appare se la bilancia dei rapporti potrà sfociare in vero e proprio conflitto armato tra i principali attori della regione (Iran, Israele, Turchia e Arabia Saudita) o tenderà a mantenersi sul livello attuale di conflitto a bassa intensità (ferma restando la visione macro-regionale) e di guerra per procura delineatosi negli ultimi anni.

Le forze armate della Repubblica araba di Siria comandate da Assad con il sostegno della Russia si avvicinano alla conquista dell’ultimo bastione di Deir Ezzor, al di là della linea strategica dell’Eufrate, su cui puntano anche le forze filo-usa del Kurdistan siriano.  L’interesse nella conquista del bastione di Deir Ezzor è, da parte di tutte le forze in campo, di natura geopolitica e geostrategica. Le forze a guida USA puntano chiaramente a impedire la riconquista da parte delle forze di Assad, sostenute dalla Russia, di un’area fondamentale al confine siro-iracheno, dove passa l’autostrada che collega Baghdad a Damasco e dove abbondano i giacimenti petroliferi. Peraltro risulterebbe esserci un impegno non diretto nel contrasto alle forze jihadiste da parte della coalizione a guida USA, la quale ha interesse – lo ribadiamo – non tanto a combattere l’ISIS quanto a impedire la riconquista da parte delle forze governative dell’area di Deir Ezzor.[1]

Altro capitolo riguarda l’area di Idlib, vicina al confine turco, dove novemila combattenti di Al-Nusra difendono la città contro i tentativi di riconquista della coalizione turca, russa e siriana, mentre sempre di là dell’Eufrate a Raqqa le forze jihadiste proseguono la resistenza contro le Forze Democratiche Siriane (FDS) composte dai curdi dell’YPG, ovvero delle forze armate del Kurdistan siriano, sostenute dagli Stati Uniti.[2]

La guerra civile siriana, o per essere più precisi, il conflitto confessionale e interarabo prodottosi nell’area del “Siraq”, ovvero di Siria e Iraq, scatenato dal sostegno saudita e in generale dei paesi rientranti nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) al terrorismo jihadista di marca sunnita, con l’apporto chiave dell’Occidente, se ha alimentato indirettamente l’influenza iraniana nella regione vicino-orientale, non ha però intaccato l’equilibrio di potenza di fondo tra i quattro poli dello scacchiere mediorientale ovverosia Israele, Turchia, Iran e Arabia Saudita. Almeno due di questi poli sono sotto l’influenza degli USA, vale a dire Israele e Arabia Saudita, alleati storici di Washington.

La posta in gioco del dopo Isis, che si approssima alla sua fine, appare non solo il controllo della Siria, ma anche quello dello stesso Iraq. L’area siro-irachena risulta di fatto contesa attualmente tra le potenze regionali israeliana, iraniana, turca e saudita. Se Tel Aviv e Riyad appaiono nondimeno sempre più in sintonia, un nuovo asse va delineandosi tra la Turchia e l’Iran sotto i buoni auspici russi; Ankara difatti non vede di buon occhio il sostegno all’indipendentismo kurdo degli USA. Questi ultimi, tramite l’appoggio all’indipendenza del Kurdistan a cavallo tra il nord dell’Iraq e della Siria, puntano a mantenere una presenza militare diretta nei due paesi e a continuare ad avere voce in capitolo nella partita vicino orientale. Tra Teheran e Ankara l’intesa è dimostrata dagli accordi di Astana sulle zone di cessate il fuoco in Siria e dalla volontà di pervenire a una soluzione duratura del conflitto.

Già il conflitto iracheno aveva lasciato senza dubbio spazio al consolidamento dell’influenza iraniana sull’Iraq e aveva portato alla creazione di un governo, quello di Nuri al-Maliki, a guida sciita nel paese, segnando il passaggio dell’antico rivale iracheno nell’area di gravitazione iraniana. Tale scenario precludeva il progetto statunitense di ridurre l’influenza prima irachena e in seguito iraniana in Medio oriente tramite una occupazione militare diretta dello stato iracheno, manifestando il fallimento della strategia di esportazione del modello democratico come garanzia del consolidamento della presenza occidentale. Le primavere arabe hanno contribuito successivamente alla riconfigurazione dei paesi della fascia mediorientale e nordafricana, determinando il collasso di molti stati nazione arabo-musulmani (Libia, Yemen, Siria, Iraq), sorti a seguito della decolonizzazione, e favorendo un ritorno alla “tribalizzazione” dell’organizzazione territoriale dei singoli paesi. Unici paesi non toccati da questa trasformazione sono gli emirati del Golfo (Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar), uniti sotto il controllo di un’unica entità tribale. Di fatto l’intervento dell’Occidente ha favorito una balcanizzazione o parcellizzazione lungo linee tribali dei vecchi stati unitari arabo-musulmani. [3]

La creazione del califfato jihadista nel “Siraq” origina peraltro dal malcontento maturato in seno alle componenti sunnite verso il governo sciita di Al-Maliki. Il ritiro militare statunitense dall’Iraq nella seconda metà del 2011 lasciò sguarnito l’Iraq e vulnerabile alla avanzata jihadista. Uguale malcontento si manifestò nella vicina Siria contro il regime di Assad; le due rivolte vennero così a fondersi in un unico movimento man mano radicalizzatosi fino alla creazione dello Stato islamico nel 2014. Ciò non toglie che il sostegno economico giunto a queste formazioni ribelli, inizialmente endogene ai due regimi, abbia determinato l’exploit militare della rivolta.

Il governo iracheno attuale guidato da al-Abadi dovrebbe rafforzarsi ulteriormente nelle prossime elezioni di maggio, consolidando il controllo sciita del paese dal quale dovrebbe considerarsi escluso il Kurdistan sunnita iracheno con capitale Erbil, qualora il referendum proclamato per il 25 settembre prossimo dovesse decidere l’indipendenza del paese. L’accelerazione di Barzani nella marcia verso l’indipendenza crea non pochi imbarazzi a Washington e rafforza invece la cooperazione tra l’Iran e la Turchia, che da sempre teme fortemente l’indipendentismo curdo (il Kurdistan settentrionale occupa circa un quarto del territorio turco).

All’interno del campo sciita che parrebbe da questo quadro uscire egemone, esistono però due correnti conflittuali: l’una guidata da Ali Al-Sistani, il potente ayatollah iracheno, che non accetta il modello iraniano del velayat-e faqih ed appare più vicino agli USA, e l’altra più filoiraniana guidata da Ammar al-Hakim, ex presidente del Supremo consiglio islamico iracheno, uno dei maggiori partiti sciiti del paese. [4] Il primo è sostenuto dal premier attuale Al-Abadi, mentre l’altra corrente è appoggiata da Al-Maliki, attuale vice-presidente dell’Iraq. Al-Sistani è appoggiato anche dall’altro capo militare e religioso Moqtada al-Sadr.

Il totale delle forze sciite (Al-Hashd Al-Sha’abi) in Iraq ammonta a centoquarantamila unità, che sono state fondamentali nel respingere lo Stato Islamico, ed appaiono soverchianti rispetto allo stesso esercito iracheno che conta non più di quarantamila uomini. Questo esercito è guidato da Abu Mahdi al-Muhandis, che risponde alle direttive di Qassem Suleimani, il potente capo del servizio estero dei Pasdaran, ovvero le Guardie della rivoluzione iraniane.  Il piano non ufficiale del governo iracheno per evitare che queste forze, una volta smobilitate a seguito della sconfitta del califfato, possano destabilizzare il paese, è quello di inquadrarle in parte nell’esercito governativo a difesa dei luoghi santi sciiti. Per realizzarsi però tale piano richiederà che Al-Abadi vinca le prossime elezioni.

Si profila dunque, a fronte di un quadro macroregionale favorevole alla cooperazione tra Turchia, Russia e Iran e finalizzato alla pacificazione del conflitto siriano e alla stabilizzazione del “Siraq”, il rischio di uno scontro settario all’interno del campo sciita iracheno e di riflesso iraniano. A monte di queste divisioni c’è il ruolo degli USA che non cessano di rivendicare una presenza duratura in Medio oriente, utilizzando come proprio retroterra il Kurdistan occidentale nella regione del Rojava, assecondandone l’obiettivo di scindersi dalla Siria. [5]

In questo contesto di rapprochement turco-iraniano a favore della fine del conflitto in Siria, l’Arabia Saudita ha di recente avviato manovre per stringere accordi più stretti con Israele. Mohammed bin Salman, nominato erede al trono della casa dei Saud, ha fatto visita in Israele, primo evento di tale genere nella storia delle relazioni bilaterali tra i due paesi. L’Arabia Saudita infatti non ha ancora riconosciuto Israele come stato e nel caso che ciò dovesse verificarsi, si tratterebbe del terzo stato della Lega Araba a riconoscere Israele dopo Giordania e Egitto.

Un tale evento, oltre a simboleggiare una nuova stagione nei rapporti tra i due paesi, segnerebbe inevitabilmente il saldarsi di una alleanza speciale tra le due potenze più fortemente anti-iraniane della regione. Dopo la fine del conflitto siriano e la conquista dell’egemonia nel Bilad al-Sham (Grande Siria) da parte di Teheran, Riyad e Tel Aviv puntano a disegnare una nuova strategia contro i tentavi iraniani di incunearsi in Palestina e in Giordania, dove agli occhi di israeliani e sauditi la presenza iraniana è sempre più forte e potrebbe sommarsi a quella del vittorioso Assad. [6] Tanto più che l’Iran ora conta sull’aperto sostegno turco nella lotta al terrorismo. Il regno hashemita si appresta a riallacciare i rapporti con la Siria, mentre con Hamas, che si predispone a cedere il controllo di Gaza all’Anp ed ha abbandonato anch’essa la linea d’opposizione ad Assad, l’Iran va stringendo un’intesa sempre più forte in chiave antisraeliana.


NOTE

[1] http://www.analisidifesa.it/2017/09/siria-i-curdi-filo-usa-puntano-su-deir-ezzor-per-fermare-assad/

[2] http://www.lastampa.it/2017/09/15/esteri/accordo-russiaturchiairan-per-una-nuova-safe-zone-in-siria-EakU1pGfMJbNNm13KCzT4K/pagina.html

[3] Ariela Piattelli, Ritorno agli Stati tribali, la via della pace per il Medio Oriente, La Stampa, 18 settembre 2017

[4] Giordano Stabile, Si spacca il fronte sciita. E ora l’Iraq rischia una nuova guerra civile, La Stampa, 6 settembre 2017

[5] https://orientalreview.org/2017/08/31/us-plan-for-rojava/

[6] Giordano Stabile, Salman, visita segreta in Israele. Dialogo su palestinesi e Iran, La Stampa,11 settembre 2017

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Domenico Caldaralo

Laureato in Scienze storiche presso l’Università degli studi di Bari “Aldo Moro” con una tesi sull’integrazione europea nel contesto della decolonizzazione, dopo avere svolto un tirocinio con “Eurasia” ha continuato ad occuparsi di geopolitica e politica internazionale.