Esiste alla fine del mondo, dove i mari si toccano, un arcipelago. Si tratta di un sistema di isole, vegetazione, animali e correnti marine – per citare solo alcuni elementi – che costituiscono quello che viene spesso chiamato l’arcipelago Malvine. La posizione geografica e le risorse sono all’origine del confronto fra Argentina e Regno Unito per la sovranità di tutto questo vasto spazio (più di 16.000 km² di superficie).

Per gli argentini e per tutta l’America Latina, le Malvine non rappresentano solo un tema presente; si tratta di una questione che evoca fantasmi, paure ed esperienze passate e riguarda soprattutto il futuro. Proprio per la sua proiezione futura è necessario che tutti gli argentini prendano coscienza dei termini della questione. Tuttavia quando facciamo una semplice domanda su tale tema, la risposta sembra spesso essere legata al passato e in particolare a un passato molto doloroso.

 

 

Cosa significa Malvine?

A tale domanda, la maggior parte delle persone risponde: “Le Malvine sono la guerra del 1982”. Tale risposta è fondamentale per comprendere come l’argomento sia delimitato ai tre mesi del conflitto (19 marzo – 14 giugno 1982). A tal proposito William Bavone (1) ritiene che ciò sia dovuto a un problema generazionale, ossia che in gran parte della popolazione restino vivi nella memoria i momenti della sconfitta del non lontano 1982. Conseguenza diretta di ciò è che la società argentina si trova nell’incapacità di affrontare la questione. Bavone sottolinea che “[…] sulla base di tale tragico evento si evince un pensiero comune per il popolo argentino: le Malvine sono argentine, ma fondamentalmente non possiamo farci nulla […]”.

In un recente approfondimento dal titolo “Malvinas en el immaginario colectivo” (2) viene analizzato il momento in cui nasce tale problema, nonché le conseguenze che ne sono scaturite: “[…] La sensazione post sconfitta bellica si manifestò come la percezione di una sconfitta sportiva: l’euforia si placò e il popolo rimase disilluso, demotivato e adirato […] ed è cosi che l’ottimismo divenne fallimento e la sensazione di superiorità si trasformò in sentimento di inferiorità (il tutto confluendo in una demoralizzazione popolare) […] L’effetto principale è l’associazione immediata della questione ai 3 mesi di durata del conflitto del 1982. […] Mesi dopo [la sconfitta] iniziò il processo di democratizzazione, ma la società argentina si trovò paralizzata e presa da un duplice sentimento: da una parte la paura di un possibile ritorno dei militari al potere e dall’altra la sensazione di inferiorità-paura che la condannarono ad una sterilità propositiva nel dibattere le proprie grandi questioni nazionali – grave handicap per una società che aveva bisogno di ridare significato e soluzione ai propri problemi.[…]”

Questa rassegnazione rappresenta il primo ostacolo all’unità popolare in merito alla questione Malvine. Sempre secondo il segretario scientifico del CeSEM, il ricordo non può essere rimosso, ma può essere mitigato e il consolidamento dell’unione popolare sul tema Malvine può percorrere due binari paralleli.

Il primo consiste nell’enfatizzare quanto accadeva prima di quel tragico 1982, ossia nel riportare alla memoria il fatto che l’Inghilterra si dimostrava propensa ad un progressivo “abbandono” della propria sovranità sulle isole. Gli abitanti delle Malvine (prima del 1982) perdevano progressivamente il proprio status di cittadini inglesi  e, più in generale, si assisteva ad un disarmo dell’area. L’azione militare argentina fu un atto frettoloso e senza alcuna meditazione preliminare. Si trattava semplicemente di una manovra volta a mantenere l’egemonia interna – in bilico a causa di forti proteste popolari. Da un più cauto approccio, molto probabilmente, sarebbe scaturita la decisione di attendere il naturale svolgimento degli eventi. La realtà dei fatti, ossia l’intervento militare, generò una reazione d’orgoglio da parte dell’Inghilterra, che non poteva accettare di vedere così compromesso il proprio prestigio internazionale. La riconquista delle isole, la piena cittadinanza britannica per i loro abitanti e la nuova militarizzazione delle isole stesse – anche con il beneplacito degli Stati Uniti in piena Guerra Fredda – sono stati semplicemente effetti di una sconsiderata azione propagandistica di Galtieri (l’allora presidente argentino).

Oggi l’area acquista maggiore prestigio per le sue potenzialità petrolifere, per la sua collocazione strategica in prospettiva di una ripartizione dell’Antartide e in ottica militare. Come evidenziato, la sovranità inglese era blanda prima del 1982; proprio per questo motivo la popolazione argentina deve comprendere che se le Malvine sono inglesi è solo per un “capriccio da salotto” e non per un diritto internazionale consolidato.

Da quest’ultima affermazione scaturisce, secondo lo stesso Bavone, il secondo binario, ossia la seconda leva psicologica da utilizzare. Siccome il riconoscimento della sovranità inglese sulle isole è avvenuto in maniera impropria, esso non dovrebbe nemmeno sussistere: con l’indipendenza argentina le isole rientravano nel territorio coloniale spagnolo poi liberato dalle truppe di San Martín. Successivamente gli inglesi si appropriarono delle isole scacciando gli argentini che vi risiedevano, impiantandovi una nuova colonia di matrice scozzese. Pertanto se ne deduce che non si trattava di una lotta fra contingenti di colonizzatori – tra spagnoli e inglesi, ad esempio – per lo sfruttamento di un territorio, bensì di un esproprio illegittimo nei confronti di una sovranità nazionale libera ed indipendente – se pur di nuova formazione come quella dell’Argentina. L’enfasi su tale tema rafforza il principio dell’illegittimità della presenza inglese nell’area.

Il saggio Malvine nell’immaginario collettivo evidenzia la necessità di far confluire tutti gli sforzi argentini per recuperare la sovranità sull’arcipelago. Per giungere a tale risultato, occorre consolidare alcune tappe intermedie fondamentali:

– collegare i concetti di sovranità territoriale e sovranità popolare, in modo che nessuno possa arrogarsi il diritto di rivendicare la sovranità territoriale senza disporre della sovranità popolare;

– ricorrere alla politica e al diritto come strumenti al servizio di questa causa, e ciò necessariamente implica il rifiuto di ogni soluzione di carattere militare;

– sforzarsi di costruire un discorso su tale causa che sia pubblico, vale a dire lontano da un associazionismo segreto. A tal proposito registriamo la recente declassificazione del Rapporto Rattenbach, considerato segreto di Stato fino al 2012, nel quale si definisce la responsabilità delle forze armate nel conflitto del 1982;

– dare alla causa un carattere regionale, cioè latinoamericanizzare  le Malvine, al fine di ottenere il sostegno dei paesi dell’intera regione;

– perseguire l’obiettivo di una proiezione globale, ovvero ottenere il sostegno dei principali attori del sistema internazionale (Cina, Russia, ecc…);

– ricorrere ai giovani: trattandosi di nuove generazioni, che non hanno vissuto direttamente gli anni di guerra, il problema generazionale evidenziato da Bavone ha meno peso nel consolidamento della legittimità della sovranità argentina sulle isole.

 

 

*Maximiliano Barreto ricercatore CeSEM e laureando in Relazioni internazionali all’Università Nazionale di Rosario (Argentina)

 

 
 

NOTE:
 
1. Gli interventi di William Bavone, segretario scientifico e responsabile dell’area Indiolatina del CeSEM, provengono da un colloquio informale condotto come primo approccio dall’autore del presente elaborato.

2. Disponibile nel sito http://con-ciencialatinoamericana.blogspot.com.ar/2012/09/Malvinas-en-el-imaginario-colectivo.html
 

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