C’è una domanda che da qualche tempo è in attesa di una risposta.

Come mai la Tunisia è il paese arabo che fornisce il maggior numero di effettivi combattenti nelle file dell’ISIS?

Considerando le caratteristiche salienti del paese nordafricano, con una popolazione di soli undici milioni di abitanti (ed una consolidata “identità nazionale” che origina da una storia di svariati secoli), molti analisti non riescono a darsi conto di questa “stranezza”. E non si capacitano come mai, proprio dove la “Primavera araba” – con le sue domande di “democrazia” e di “libertà” – avrebbe avuto un certo successo, così tanti giovani si fanatizzino ad un punto tale da sparare addosso ad inermi turisti.

C’è poi chi cerca di spiegare un’elevata percentuale di aderenti alle ideologie islamiche che convergono nel “Califfato” rilevando la povertà, l’esclusione sociale, e la rabbia e la frustrazione che quelle si portano dietro. Ma altri sottolineano al contrario la “contraddizione” tra un relativo benessere, un discreto livello d’istruzione (se paragonato con quello di altri paesi arabi) e l’infatuazione per ideologie “totalizzanti”.
Ma girano tutti a vuoto e non verranno mai a capo del “problema”.
Questo perché sono innamorati delle loro idee fisse. Delle loro fisime “moderne”.

Lo si comprende bene quando alcuni che scrivono su giornali e riviste “autorevoli” restano sbalorditi dal fatto che nel paese arabo più “laico” possano venire su tutti questi “integralisti”.

Non lo volete capire che è proprio la laicizzazione, e cioè l’esclusione della religione da ogni ambito della vita pubblica, da tutto ciò che gli occidentali concepiscono come “profano”, a creare le premesse per il dramma in atto?

Intendo dire che in una società dove un famoso “padre della Nazione”, Habib Bourghiba, si compiacque addirittura di scolarsi pubblicamente un bicchier d’acqua in pieno Ramadan con la scusa della “guerra al sottosviluppo” (e fornito di regolare – si fa per dire – fatwa di un giurisperito cortigiano); e dove il successore, in mezzo ad un’innegabile “stabilità” e qualche successo economico, ha perseguito con tenacia e ferocia la cura “laicista” per la Tunisia; ecco, con simili premesse, non ci si può sorprendere se poi quando una parte della gioventù “torna” alla religione lo fa nella maniera sbagliata.

In poche parole, quando si fa tabula rasa della religione, riducendola al limite ad un fatto intimistico e escludendola assolutamente dall’ambito pubblico, accade che prima o poi una popolazione, alla ricerca di se stessa, pretende di “tornare” ad una pretesa “origine” inscenandone invece una parodia.
La disaffezione verso un Islam radicato nella tradizione locale a favore di quello dei telepredicatori e dei “mufti on line”, tra i quali abbondano i wahhabiti e i loro derivati, ha completato il disastro.

Si scorrano le biografie di tutti questi novelli “jihadisti”. Di questi “eroi” che sbarcano dal canotto per mitragliare famiglie sulla spiaggia.

Nessuno di loro che seguisse una guida spirituale autentica. Tutti mezze tacche, sfigati esistenziali che fino a un paio d’anni prima caricavano filmini patetici su YouTube scimmiottando i rapper o ballando la breakdance. “Religiosi” tanto quanto lo poteva essere un giovane occidentale infarcito di propaganda ideologica negli anni Settanta.

Esclusi (o autoesclusi) anche dalle moschee “normali” perché eccessivi, per non parlare dei centri spirituali, ancora attivi in Tunisia, nei quali operano ancora degli shaykh (guide spirituali) a favore di un Islam vivente e sostanziale. Centri preclusi per definizione a chi nella religione cerca solo la “lettera” e un pretesto per giustificare la propria agitazione.

Certo, non vogliamo nascondere che anche i “rappresentanti” di un Islam “quietista” portino le loro responsabilità, avendo sottaciuto e perciò avallato di fatto tante ingiustizie dei regimi impostisi nel Maghreb e nel Mashreq nel secondo dopoguerra. Ma quelli dovevano stare come tra l’incudine e il martello, tra le due false opposizioni del “laicismo” e del “fondamentalismo”, per cui hanno badato a salvare l’essenziale. Per questo, anche in Stati cosiddetti “laici”, la vita della maggioranza della gente, del “popolo”, scorre ancora in maniera abbastanza tradizionale.

Ma per tornare alla domanda dell’inizio, non escludendo a priori altri fattori concomitanti, per cominciare a capire qualcosa della cosiddetta “radicalizzazione” (meglio sarebbe dire “fanatizzazione” o “manipolazione”) di migliaia di tunisini si dovrebbe avere l’umiltà di capire che questo “mostro” che ci fa tanta paura nasce dal ventre della “modernità” e non dalla “tradizione”, come ancora qualche mestatore fornito di credenziali accademiche e/o giornalistiche intende far credere.

Non, dunque, con nuove campagne “democratizzanti” si dovrebbe procedere in quei contesti, bensì con un’azione pervasiva, dal basso e con l’appoggio delle istituzioni, per una riscoperta delle radici autentiche della propria tradizione religiosa.

Questo è un buon “radicamento”, mentre la “radicalizzazione” di cui cianciano certi “esperti” è solo un artificio lessicale per nascondere le responsabilità, in questa tragedia, di un “laicismo” che dietro di sé, oltre a stuoli di giovani assolutamente indifferenti alla religione, ha lasciato individui insoddisfatti in preda alle peggiori illusioni di una religiosità fai da te, appresa su internet o in televisione, che come quella del cosiddetto “fondamentalismo” ha molto più a che fare con la “modernità” di quanto possa averne con una “tradizione” vittima dell’attacco congiunto dei prodotti ideologici di quest’epoca di disordine e di falsità.

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Enrico Galoppini
Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".