Sabato 26 febbraio ha avuto luogo a Ville di Fano (Aq) un seminario di Eurasia dedicato alle rivolte arabe in corso. L’evento, organizzato dal Comitato autodidatta di storia patria (C.A.S.P.I.T.A.) e dall’Istituto di alti studi di geopolitica e scienze ausiliarie (IsAG), ha visto la partecipazione di oltre trenta persone e si è protratto per più di tre ore.

Il seminario è stato introdotto da Michele Antonelli membro del Comitato di Storia Patria che ha centrato il suo breve intervento sulla difficoltà per i non addetti ai lavori di comprendere – a causa della superficialità delle informazioni veicolate dai media – le dinamiche in atto e, dunque, del perché del seminario.

Il relatore, dott. Tiberio Graziani [nella foto, durante un suo intervento all’edizione araba di “Russia Today”], direttore di “Eurasia” e presidente dell’IsAG, ha tentato un confronto tra le rivolte arabe in corso e quelle accadute nel secolo scorso al fine di coglierne le similitudini e le differenze.

Le rivolte arabe di fine Ottocento e inizio Novecento avevano come obiettivo l’Impero Ottomano, erano quindi delle rivolte contro un sistema di potere e governo percepito da parte degli arabi come “straniero” . L’effetto di tali sommovimenti fu quello di concorrere, nel quadro delle prassi colonialiste europee, alla frammentazione geopolitica dello spazio nordafricano e vicino orientale. I beneficiari geopolitici dell’epoca furono principalmentela Gran Bretagna e la Francia e, in parte, l’Italia. Particolare attenzione è stata posta da Graziani all’aspetto mediatico dell’epoca, volto a nobilitare il rapporto tra interessi “occidentali” e “rivolte arabe” veicolato, ad esempio,attraverso la figura di Lawrence d’Arabia .

La seconda ondata di “rivolte arabe” è quella degli anni 50/60 del Novecento. In questo caso il denominatore comune delle “rivolte” è costituito dalla liberazione nazionale contro il colonialismo esogeno degli Europei. È il periodo durante il quale gli Arabi all’insegna del socialismo e del nazionalismo arabo, tradotto in termini operativi dai Fronti di liberazione nazionale (Algeria, Tunisia) e dal nasserismo (panarabismo), tentano di emanciparsi dalle tutele dirette (Algeria, Tunisia) ed indirette (deposizione di re Faruk in Egitto e di re Idris in Libia) di nazioni straniere. I beneficiari geopolitici, dopo il 1956 (crisi di Suez), sono gli USA e Israele.

La terza ondata di rivolte è quella attuale. Essa si differenzia dalle precedenti perché –apparentemente- è contro i governi locali e non contro lo “straniero”. Le variabili identificate nel corso del seminario sono state molteplici: socio-economiche (principalmente per l’Egitto e la Tunisia); “istituzionali” (regimi oligarchici, clanici/tribali); ricambio generazionale ai vertici degli Stati; demografia; alfabetizzazione; sicurezza (Egitto confinante con Gaza e Israele).

Il relatore si è poi soffermato sugli effetti geopolitici veri e propri, e cioè: a) ulterioreframmentazione del Nord Africa e nel Vicino Oriente (Libia, Sudan); b) militarizzazione dell’area (camp Bondsteel e Africom); ingerenza occidentale (NATO / ONU).

Al momento attuale i beneficiari geopolitici sono gli USA e il suo partner regionale Israele, non essendo gli altri attori (Turchia, Iran, Siria, Italia -in riferimento alla Libia- , Francia -in riferimento alla Tunisia- in grado di gestire la “crisi”).

In prospettiva,la crisi araba sembra contenere il tentativo della Turchia di emergere quale importante attore regionale. È stata frenata, almeno in parte, la recente politica estera di Ankara (zero problemi con i vicini) verso l’Egitto.

La rinnovata intromissione degli USA (data l’assenza totale dell’Unione Europa) in Africa, oltre a suonare come un avvertimento per la Cina, la Turchia e la Russia, esprime, date le condizioni di debolezza di Washington , una sorta di nervosismo che pervade l’attuale amministrazione statunitense.

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