Tra spedizioni ed esplorazioni

Se negli anni novanta l’attenzione del mondo sul Polo Nord era concentrata su problemi ambientali come lo scioglimento dei ghiacci e l’estinzione di specie animali, nello scorso decennio la corsa agli approvvigionamenti energetici ha spostato gli interessi politici ed economici[i]. Si pensa che il bacino Artico possieda grandi quantità di idrocarburi: un recente studio dello United States Geological Service (usgs) stima che vi sia circa il 20% delle riserve mondiali. Tali riserve sono difficilmente quantificabili a causa degli evidenti problemi di esplorazione e di estrazione dovuti alle temperature e ai banchi di ghiaccio. Di conseguenza, l’estrazione di petrolio e gas naturale non presenta una grande attrattiva per le compagnie petrolifere: l’investimento di enormi capitali senza la sicurezza della buona riuscita del progetto potrebbe risultare antieconomico. I rischi collegati sarebbero la decrescita dei prezzi da una parte e l’incertezza sulla suddivisione territoriale del Polo.

Il Mar Glaciale Artico (od “Oceano Glaciale del Nord”, come viene definito in russo) è considerato un appendice dell’Oceano Atlantico e, in quanto tale, è caratterizzato come “mare aperto”, non come “oceano”. Le esplorazioni del Novecento verso le nuove frontiere del Nord hanno in seguito messo in evidenza come tale mare possa essere considerato un “Mediterraneo Polare”, data la somiglianza con il mare tra Europa, Medio Oriente e Africa.

L’Artico, che divide Asia, Europa e Nord America, era rimasto impraticabile fino all’attiva separazione dei ghiacci da parte di spedizioni polari mirate ad aprire passaggi attraverso la calotta polare (Passaggio a Nordest, Passaggio a Nordovest). Durante una di queste spedizioni, nel 1909, lo statunitense Peary pose la bandiera a stelle e strisce a testimonianza dei loro successi[ii]. L’apertura dei passaggi ha fatto parte della stagione delle esplorazioni artiche, quando certe imprese rappresentavano più una sfida per l’uomo che una venture economica. Questi passaggi hanno permesso le comunicazioni tra nazioni molto lontane in quanto a distanza longitudinale, ma che invece sono facilmente raggiungibili attraversando i ghiacci polari.

 

La situazione giuridica e le rivendicazioni

Negli ultimi anni, le nazioni che si affacciano sull’Artico hanno tentato di risolvere l’annosa questione giuridica sulla sovranità dell’Artico. Il diritto del Mare, codificato da una Convenzione ONU redatta nel 1982 (unclos), prevede che nessuna sovranità possa essere reclamata sull’alto mare (art. 86 unclos). La Convenzione è stata ratificata da tutti i paesi che si affacciano sull’Artico, meno che gli Stati Uniti ed è entrata in vigore nel 1994. Nel 1996 è stato formato il Consiglio dell’Artico (Arctic Council) allo scopo di risolvere attraverso negoziati specifici le controversie, i problemi e le emergenze (soprattutto ambientali) che potessero sorgere. Trattandosi di “alto mare”, i paesi litoranei mantengono una zona economica esclusiva che si estende fino a 200 miglia dalla costa (artt. 57, 58 e 86). Mosca, fin dagli anni venti, ha cercato di far passare il principio settoriale, ritenendo di propria pertinenza il triangolo che ha come vertici il Polo Nord e i due estremi del territorio russo (la regione di Murmansk a nordovest e il distretto di Chukotski a nordest). Tale politica è da sempre osteggiata, soprattutto dai paesi scandinavi, che hanno adottato una politica unitaria sull’Artico.

Gli Stati possono rivendicare una zona economica esclusiva più estesa delle 200 miglia, qualora si dimostri la continuità con la propria piattaforma continentale (art. 76 unclos). Virtualmente, considerando la dorsale Lomonosov come parte integrante della piattaforma continentale russa, Mosca ha disegnato un’area che va anche oltre il Polo Nord, contravvenendo alla consuetudine della suddivisione in settori con vertice proprio sul Polo. Questa rivendicazione è stata consegnata presso la Commissione ONU “sui limiti delle piattaforme continentali” dalla Russia. La stessa commissione ha ricevuto le richieste della Norvegia e ne attende ulteriori da Canada (2013) e Danimarca (2014[iii]). Tuttavia, con molta probabilità, le proposte dei singoli Stati non saranno compatibili. Rimane da capire in base a quale principio si muoverà la Commissione e come saranno affrontati i problemi legati alla sicurezza, agli approvvigionamenti energetici e alle popolazioni artiche. Una soluzione onnicomprensiva che affronti tutte le questioni relative all’Artico potrebbe essere raggiunta con un trattato internazionale. Sarebbe tuttavia necessario prevedere strumenti di monitoraggio e risposta rapida ai problemi, soprattutto ambientali, che potrebbero sorgere.

 

Artico, transito idrocarburi

L’atteggiamento russo

Proprio la Russia, nell’agosto del 2007, pose la propria bandiera sul fondale del Mare Artico[iv]. Su questo evento intervenne l’Alto Commissario Europeo Javier Solana, sostenendo che da allora sarebbero cambiate le dinamiche geostrategiche[v]. Nell’ultima Strategia Energetica (che rilascia proiezioni fino al 2030), decreto approvato alla fine del 2009, il Cremlino stabilisce le prossime tappe per lo sviluppo energetico regionale. Sono previsti lo sviluppo massiccio di infrastrutture di trasporto e la facilitazione dell’iniziativa privata attraverso l’abbassamento della pressione fiscale. Il primo di questi obiettivi riguarda la creazione di un condotto per il trasporto del gas naturale dalla regione di Murmansk che si congiunga con il sistema di trasporto eurasiatico, al fine di completare l’unificazione della rete rivolta all’esportazione, sia verso ovest, sia verso est. Il secondo obiettivo è realizzato dalla recente riforma della tassazione che abbatte significativamente il carico fiscale sulle operazioni di upstream (esplorazione, estrazione e produzione) soprattutto a nord del circolo polare artico[vi]. Quest’ultima mossa rappresenta una novità assoluta nella sfaccettatura giuridica della politica energetica russa, che ha una storia di incertezze burocratiche e ostilità tecniche verso gli investimenti esteri nei nuovi giacimenti (che sono quasi tutti inclusi nell’elenco delle aree di interesse strategico).

La Federazione Russa ha assunto una posizione “antagonista”[vii] ai recenti meeting dei paesi che si affacciano sull’oceano Artico, che si riflette nelle dichiarazioni del 2010 della Dottrina di Sicurezza Nazionale «non si esclude l’uso della forza per risolvere controversie che possano sorgere dalla battaglia competitiva per le risorse naturali»[viii]. Questa posizione rafforza l’atto unilaterale del piazzamento del vessillo russo sul fondale della porzione controversa dell’Artico, ma si distingue dalla tendenza dimostrata storicamente dalla Russia, che preferisce attenersi con scrupolo al Diritto Internazionale.

Oltre alle questioni di principio, la presenza di isole e popolazioni indigene ha causato alcune controversie negli ultimi decenni, che gli Stati hanno spesso risolto con accordi bilaterali. L’ultimo passo significativo è stato compiuto da Norvegia e Russia, durante gli incontri bilaterali che hanno preceduto il meeting del Consiglio dell’Artico nell’autunno 2010.

 

Energia artica

Per quanto concerne i giacimenti più promettenti sul confine meridionale della calotta polare come Shtokman, la Strategia Energetica al 2030[ix] riporta, con un errore di unità di misura[x], dati fermi alle esplorazioni del 2006/07. Nuovi sviluppi si sono visti nel 2008, quando il Cremlino ha pubblicato la propria “Strategia artica”. Inoltre, degli studi paralleli sui dati geologici forniti dagli organismi scientifici russi e norvegesi hanno spinto Bellona, organizzazione di Oslo che si occupa di questioni energetiche e ambientali, a prevedere l’inizio della produzione di gas per il giacimento russo al 2035[xi].

Per quanto riguarda Shtokman, che con le sue 370 miglia quadrate è il secondo giacimento di gas più esteso al mondo, gli ultimi sviluppi prevedono l’inizio dell’estrazione nel 2013. Se i dati delle versioni più ottimistiche fossero corretti, questo sarebbe il deposito più grande al mondo di gas naturale, capace di soddisfare la domanda europea di gas per sette anni. Ma le difficoltà tecnologiche nell’estrazione e nella manutenzione riguardanti le operazioni offshore sono probabilmente la ragione per cui la Russia sta cercando di rendere più appetibile la partecipazione straniera nelle Joint Ventures e negli accordi di produzione condivisa (Production Sharing Agreements o PSA). Shtokman è regolato da un PSA che coinvolge Gazprom (51%), Total (25%) e Statoil (24%), stabilizzato nell’ottobre 2007[xii]. L’ingresso di Total nelle quote della russa Novatek apre nuove prospettive per Parigi nella spartizione degli idrocarburi polari. Inoltre, Shtokman ha rappresentato un banco di prova importante per la collaborazione artica tra Russia e Norvegia: gli ultimi incontri hanno risolto alcune questioni territoriali tra i due paesi che perduravano dalla fine degli anni cinquanta[xiii].

Di nuovo, un giacimento molto promettente in quanto a volumi, ma probabilmente non profittevole in termini economici, diventa un canale fondamentale per la risoluzione attraverso vie diplomatiche di questioni di sovranità territoriale. Questa tendenza si sta rivelando sistematica da qualche tempo. Soprattutto nell’area ex-sovietica, i nuovi giacimenti scoperti in territori a sovranità non definita sono spesso il motore della cooperazione internazionale tra gli Stati rivali (vedasi la collaborazione russo-kazaka su Kurmangazy e quella azero-turkmena su Shah Deniz).

Rosneft e BP: il grande freddo

Alla fine di gennaio 2011, prima della comunicazione del primo “rosso” in bilancio dal 1992, i vertici della British Petroleum (BP) hanno prospettato una collaborazione con Rosneft per lo sfruttamento di risorse nella zona russa dell’Artico[xiv]. Allora, Rosneft era un campione dell’energia russa a pieno titolo: la seconda compagnia petrolifera russa era controllata dallo stato e Igor Sechin, importante uomo del Cremlino, la presiedeva. L’accordo, tuttavia, sembrava poco probabile già in partenza, dato il tradizionale atteggiamento russo, riluttante verso qualsiasi interesse estero per le proprie riserve strategiche. Inoltre, TNK-BP – la JV russo-britannica formata nel 2003 grazie all’intensa collaborazione tra Putin e Blair – non gradì la propria esclusione dalle trattative. Rosneft, infatti, avrebbe guadagnato in cambio il 5% delle azioni BP. Il volume monetario dell’accordo si aggira intorno ai 16 miliardi di dollari[xv].

Mikhail Fridman, l’oligarca russo che ha permesso il collegamento tra la Siberia e Londra, ha forse subito un ulteriore tentativo di Putin di scavalcare l’interesse privato, dopo lo smantellamento di Yukos, delle cui ricchezze ha principalmente beneficiato Rosneft. L’azione legale di Alpha Bank, gruppo finanziario di Fridman che controlla TNK, ha inserito un nuovo ostacolo nella partita tra Londra e Mosca.

Il progetto BP-Rosneft era nato come tentativo di avvicinare i due colossi energetici nel Mare di Kara, un territorio ostile alle esplorazioni. Il partenariato avrebbe significato uno scambio di know-how scientifico e tecnologico, tanto desiderato dalla componente russa. Se il Cremlino vuole far diventare l’Artico il suo centro energetico dei prossimi decenni, deve imparare a sfruttarlo. Per ottenere tale scopo, Mosca era disposta a invitare i suoi rivali stranieri in patria e a concedere il 9,5% degli stock di Rosneft. Ma a causa delle multiple azioni legali di Fridman, l’accordo è stato ripetutamente bloccato dalle corti (prima russe, poi svedesi). Egli sostenne che «se si vuole prendere una nuova moglie, bisogna prima divorziare dalla propria», mentre Putin si sentì ingannato da BP, colpevole di non aver comunicato che gli accordi con TNK-BP ne impedissero la capacità di negoziare direttamente con il governo russo[xvi].

Dopo il tentativo di buyback fallito da BP nei confronti della propria JV russa, la compagnia londinese ha dovuto inchinarsi alla decisione arbitrale del maggio scorso che ha interdetto BP da negoziati sui nuovi progetti di esplorazione in territorio russo. Così, TNK-BP manterrà l’esclusiva per qualsiasi attività di BP nell’Artico. Grazie a questo escamotage Bob Dudley, l’a.d. di BP succeduto a Tony Hayward dopo il disastro della Deepwater Horizon, aveva provato a salvare lo scambio di azioni e di quadri. Ma l’arbitrato ha negato quest’ultima possibilità e affidato la transazione a un blind trust[xvii].

La cronaca della questione è andata avanti negli ultimi mesi con lo stesso ritornello di difficoltà giuridiche miste a diatribe politiche. A fine maggio, il ministro dell’energia russo Sergei Shmatko l’ha infine definito «un accordo sfumato» e ha provato a coinvolgere Shell, senza scambi di azioni, per i progetti nel Mar Glaciale Artico.

Tanto rumore per nulla, diranno infine le testate economiche internazionali, ma forse la chiave di lettura più interessante è quella di politica energetica: c’è una forte tensione sull’esplorazione del sottosuolo artico alla ricerca di nuovi giacimenti per placare la sete di idrocarburi. Il Cremlino è arrivato a concedere la partecipazione straniera in progetti “strategici” a causa del declino della produzione nelle roccaforti siberiane del gas. Il segnale è chiaro, prima di convertirsi alle fonti rinnovabili, la Russia tenterà di sfruttare le riserve tradizionali fino all’ultima goccia. Data l’importanza strategica dei progetti futuri, lo Stato manterrà il ruolo da protagonista e si perpetuerà la dinamica di interdipendenza tra politica energetica e politica estera.

 

Conclusione

La corsa all’Artico somiglia sempre più alla corsa all’Africa risalente a più di cento anni fa. Oggi come allora, l’oggetto della prova di forza è lo spazio, considerato terra nullius, insieme alle sue risorse. A differenza dell’Africa, d’altra parte, per configurazione geografica e climatica, l’Artico non possiede una quantità di risorse facilmente quantificabile o sfruttabile. L’incertezza sulla disponibilità dei tesori nel sottosuolo artico si accompagna all’incertezza sul quadro giuridico che vi ripartisce la sovranità.

L’evoluzione, attraverso tutto il Novecento, delle regole internazionali sull’Artico dimostra come la consuetudine tra Stati possa essere scavalcata da accordi di hard law a cui gli Stati dovranno adeguarsi. Nell’attesa di un trattato sull’Artico, gli Stati possono rifarsi ad accordi bilaterali, consuetudini, interpretazioni del Diritto del Mare, oltre che al proprio diritto interno.  Un trattato che regoli i vari aspetti giuridici che riguardano la calotta polare, il suo ecosistema e le relazioni commerciali tra i paesi che vi si affacciano potrebbe comunque non essere abbastanza per risolvere i problemi che potranno sorgere, specialmente a livello ambientale. Lo sfruttamento delle risorse nel sottosuolo artico, senza considerare chi ne sarà alla fine il beneficiario, ne espone a rischi ulteriori l’ecosistema, già messo a dura prova dal riscaldamento globale che sta causando lo scioglimento dei ghiacci.

Un’ultima valutazione, considerati i rischi giuridici e ambientali, risiede nella fattibilità di progetti di estrazione di idrocarburi che richiedono tecnologie molto avanzate e ingenti investimenti iniziali. L’economicità di tali progetti è messa in discussione dai troppi rischi collegati. Nell’Artico meridionale molti progetti hanno subito ritardi e alcuni, principalmente Shtokman, rappresentano ormai una sfida politica prima che essere un lungimirante obiettivo di politica energetica.

Mosca partecipa da protagonista alla “corsa all’Artico” e la facilità con cui si muove in campo energetico – soprattutto attraverso dichiarazioni pubbliche e progetti di investimento – la rende credibile nelle sue rivendicazioni. La carta energetica sembra servire al Cremlino per portare avanti le sue pretese in campo internazionale da una posizione di forza. Nonostante il tentativo di far valere il fait accompli con la posa della bandiera nel 2007, il soft power energetico sembra più efficace dell’hard power militare nel risolvere le questioni aperte dell’Artico.

 

* Paolo Sorbello ha ottenuto la Laurea Specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche dall’Università di Bologna (sede di Forlì). La sua tesi di ricerca è stata successivamente pubblicata da Lambert Academic Publishing con il titolo “The Role of Energy in Russian Foreign Policy towards Kazakhstan” (Giugno 2011). L’autore ha condotto i suoi studi presso istituzioni accademiche in Spagna, Russia e negli Stati Uniti. Ha lavorato presso importanti istituti di ricerca negli Stati Uniti e attualmente collabora con il centro di ricerca IECOB pubblicando articoli e approfondimenti su tematiche inerenti alla geopolitica dell’energia.

 


[i] Nonostante ciò, i problemi ambientali sono ancora evidenziati dai gruppi di protezione dell’ecosistema Artico. Arctic Monitoring and Assessment Programme, Arctic Pollution 2009, AMAP, Oslo, 2009. Oltre agli scienziati, anche i giornalisti sono preoccupati delle ripercussioni negative che l’estrazione di idrocarburi può causare nell’Artico: Subhankar Banerjee, “BPing the Arctic”, European Energy Review, 26 maggio 2010. www.europeanenergyreview.eu (ultimo accesso, 1 agosto 2011).

[ii] Yu. G. Barsegov, I. M. Mogilevkin, et al., Arktika: Interesy Rossii i mezhdye usloviya ikh realizatsii, Nauka, Mosca, 2002, p. 23.

[iii] “Denmark preparing to stake claim on North Pole”, The Telegraph, Londra, 18 maggio 2011.

[iv] “Both Russian mini-subs surface after symbolic North Pole dive”, RIA Novosti, 2 agosto 2007 http://en.rian.ru/russia/20070802/70229618.html (ultimo accesso: 1 agosto, 2011)

[v] Alun Anderson, After the Ice, Harper Collins, New York, 2009, p.103.

[vi] Ernst & Young, Global Oil and Gas Tax Guide, E&Y, Londra, 2011 www.ey.com/oilandgas (ultimo accesso: 1 agosto, 2011)

[vii] Andrew Osborn, “Russia employs Arctic brigade to defend oil and gas reserves”, The Telegraph, Londra, 31 marzo 2011.

[viii] Citato in Dmitri Trenin e Pavel K. Baev, “The Arctic: A View from Moscow”, Carnegie Endowment for International Peace, 2010.

[ix] President of the Russian Federation, “Energeticheskaya strategiya Rossii na period do 2030 goda”, approvata con il decreto num. 1715 (13 novembre 2009), disponibile in inglese: http://www.energystrategy.ru/index.htm (ultimo accesso: 15 gennaio 2011).

[x] Nell’elenco delle riserve presenti nella “sezione europea” dei giacimenti russi, si nota un errore tanto ingenuo quanto sorprendente: si dice che, grazie alla scoperta di Shtokman, vi siano presenti da 131 a 137 mila miliardi di metri cubi di gas, ma in realtà la cifra va declinata in mila miliardi di piedi cubi (cubic feet, la misura britannica dei volumi di gas), che determina un volume di gas inferiore di 33 volte.

[xi] Reiner Gatermann, “No scramble for the Arctic, yet”, European Energy Review, 22 gennaio 2010. www.europeanenergyreview.eu (ultimo accesso, 1 agosto 2011).

[xii] Indra Øverland, “Shtokman and Russia’s Arctic Petroleum Frontier”, Russian Analytical Digest, n. 33, 22 gennaio 2008, www.res.ethz.ch (ultimo accesso, 1 agosto 2011).

[xiii] Nicolai N. Petro, “Russian Foreign Policy 2000-2011: From Nation-State to Global Risk Sharing”, PECOB Paper Series, n. 12, Giugno 2011, p. 17, www.pecob.eu (ultimo accesso, 1 agosto 2011).

[xiv] “Historic alliance BP and Rosneft on major Arctic projects”, European Energy Review, 17 Gennaio 2011. www.europeanenergyreview.eu (ultimo accesso, 1 agosto 2011).

[xv] “BP in Russia: Dancing with the Bears”, The Economist, Londra, 3 febbraio 2011

[xvi] “Dudley do-wrong”, The Economist, 31 marzo 2011.

[xvii] Sylvia Pfeifer, “BP cedes Russian Arctic to TNK-BP”, Financial Times, 6 maggio 2011.

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