Nell’interpretare quanto avviene fuori dai confini nordamericani ed europei – cioè fuori dal cosiddetto “Occidente”, della cui presunta omogeneità politica e culturale è sempre intellettualmente igienico dubitare – si commette sempre l’errore di proiettare sulle altre civiltà i propri schemi binari (“amici contro nemici”, “buoni contro cattivi”), anche quelli non meno fuorvianti dell’antropologia spicciola (ad esempio “sciiti contro sunniti”). Questo appiattimento risulta pericolosamente fuorviante sia quando diviene “profezia che si autoavvera” – chi viene isolato dal resto del mondo finirà per reagire con violenza o per costruire poteri alternativi – sia quando è l’unica chiave di lettura della realtà delle potenze occidentali.

La debolezza degli studi contemporanei

Che tutto questo avvenga in buona o mala fede fa certo differenza, anche se il cosiddetto “Rasoio di Hanlon”, diffuso nel gergo giornalistico anglosassone e ispirato al ben più celebre rasoio di Occam, suggerisce di “non attribuire mai a mala fede quello che può essere sufficientemente spiegabile con la stupidità”. Ci permettiamo di concordare: i complotti (ben lungi dall’essere inesistenti, come vorrebbe invece un’altra cordata di “sapienti” che imperversa sui giornali liberaldemocratici – ovviamente tranne quando a complottare è la Russia di Putin) sono costosi in termine di tempo e risorse e la possibilità che vengano svelati è direttamente proporzionale alla loro complessità e al numero di persone che coinvolgono. Gli errori in malafede abbiamo già avuto modo di sviscerarli. La quantità di stupidità, ignoranza e assoluta autoreferenzialità del mondo accademico e “intellettuale-giornalistico” della semicultura occidentale è invece più che sufficiente a spiegare le analisi della vicenda libica che leggiamo in questi giorni sui giornali e che Daniele Perra ha magistralmente smontato in un suo recente studio apparso su questo sito.

Negli ambienti che attualmente “producono e orientano” i principali flussi culturali in Nord America ed Europa sembra che ormai sia impossibile produrre anche solo un libro di cucina – ci si passi la battuta – senza centrare (si badi bene: centrare, e non come sarebbe legittimo proporre come tematica di arricchimento) temi quali i diritti individuali in spregio a quelli sociali, l’esaltazione del globalismo e dei “diritti umani” in spregio alle specificità storiche e culturali dei contesti politici (e che naturalmente hanno bisogno di un “poliziotto globale armato” per essere garantiti) e dunque le “questioni di genere”. Si pensi ad uno dei testi di geopolitica proposti dall’accademia anglosassone, Introduction to Geopolitics di Colin Flint giunto nel 2016 alla terza edizione con la prestigiosa editrice scientifica Routledge. Un testo che liquida il pensiero geopolitico nel primo di nove capitoli (50 pagine su circa 300), trascura in modo imperdonabile ogni tematica economica e geografica tranne che nel capitolo 8 – dove si parla di ambiente – per concentrarsi su tematiche antropologiche, sociologiche e dei diritti umani, producendo un testo che non introduce affatto alla materia, ma invece estremizza la “geopolitica critica” e gli approcci antropologici e politologici (inserendo paragrafi intitolati “Genere, nazionalismo e codice geopolitico” o “Una geopolitica femminista del codice geopolitico statunitense”).

Nel prologo, non si manca di specificare – siamo grati all’autore per questo imprescindibile avvertimento – che la geopolitica è stata prodotta da “maschi bianchi di classi alte”. Mentre gli autori “storici” dell’ambito degli studi strategici (da Kissinger a Mearsheimer a Gilpin) producevano un pensiero scevro da simili parossismi, noi stiamo preparando le generazioni di studenti di scienze umane dell’ultimo decennio non tanto con questo testo quanto con questo milieu. Costoro a propria volta succederanno all’ondata di studiosi di corrente conservatrice o liberale che hanno imperversato nel trentennio che va dagli ’80 alla fine dei 2000. Penso ad un Robert Kaplan con la sua teoria degli “odi antichi” che sarebbero la spiegazione prima di ogni nefandezza accaduta nei Balcani o ad un Paragh Khanna che ci canta le meravigliose sorti e progressive della globalizzazione (“Connectography. Le mappe del futuro ordine mondiale”), il ritorno delle città stato a dominare il mondo (“La rinascita delle città stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”) o che ci hanno donato illuminanti intuizioni sull’importanza geopolitica di Ucraina ed Egitto (“I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo”). Purtroppo, i presunti odi antichi dei popoli bambini dei Balcani non spiegano nulla dei crimini compiuti dalle potenze esterne in quell’area. Quanto alla globalizzazione, essa è in rallentamento e al mondo unipolare è succeduto un mondo multipolare. In questo contesto di città stato a dominio del pianeta ne sono emerse ben poche e se la forza politica ed economica dei principali centri urbani è fenomeno antico questi devono misurarsi con la consueta dialettica città-campagna (si pensi al referendum sulla Brexit). Quanto all’emergere dell’Asia o all’importanza geostrategica dell’Ucraina, per accorgersene non serve chiedere lumi un autore progressista di Singapore ma è sufficiente qualche arcigno vecchio geopolitico. Tutto questo per tacere delle fumisterie di un Bannon (non un accademico, almeno!) con il suo messianismo sovranista americano – versione incattivata di quello “neocon” e sposato con entusiasmo da chiunque detesti “i liberali”, come se Bannon non costituisse un altro volto della stessa medaglia americanista.

Un caso di studio: la Libia

Come può, chi parte da simili presupposti intellettuali, comprendere complessità come quelle del Vicino Oriente e della Libia? Senza entrare nel merito come ha fatto magistralmente Perra, si deve sottolineare una questione di metodo: non ridurre allo schematismo, alla ricerca dei burattinai di Haftar. Il generale libico avrebbe dietro di sé come danti causa Russi e Americani, Sauditi ed Emiratini, Francesi ed Egiziani, attori non necessariamente in armonia tra loro quando non rivali o nemici ma sempre uniti nell’armare, finanziare e telecomandare il nostro. Più che analisi, partite di Risiko a causa delle quali non comprendiamo come il signore della guerra nordafricano non sia mosso dal desiderio di sconfiggere il fondamentalismo islamico o da alleanze permanenti bensì solo da interessi permanenti: i propri. Dietro Haftar azzardiamo a dire che ci sia solo Haftar, ennesima incarnazione del capo vicino-orientale che cerca alleati e si offre come alleato sul mercato geopolitico, come prima di lui i regnanti hashemiti, sauditi o pahlavi con Inglesi ed Americani, o mutatis mutandis capi militari o di partito come Al Bashir o Saddam Hussein.

Pensiamo proprio a Saddam: già esponente di vertice dell’ala destra anticomunista della branca irachena del Baath, non esitò tanto a cercare la collaborazione degli elementi più religiosi dentro all’Iraq e della CIA all’esterno per prendere il potere e reprimere i comunisti, instaurando al contempo un governo progressista per quanto riguarda l’istruzione di massa e la condizione femminile. Da sempre avverso al clero sciita, alla Siria pure baathista e all’Iran rivoluzionario, fu però vicino alla causa palestinese. Anticomunista ma in discreti rapporti con l’URSS, combatté l’Iran con il consenso americano per poi tornare a giocare la carta antimperialista quando fu aggredito dagli USA a sua volta, così come la carta dell’unità sunnita. Chi aveva dunque “dietro di sé” Saddam Hussein? La domanda ci appare in tutta la propria insensatezza realpolitica.

Conclusioni: politica e realpolitica 

Se nel Vicino Oriente ci si muove, lo ripetiamo, per interessi permanenti e non per alleanze permanenti, una volta scopertolo bisognerebbe capire quali interessi siano i nostri: stabilità degli stati, possibilmente non ad opera di governi eccessivamente repressivi o reazionari che alienino le proprie popolazioni, lotta al radicalismo religioso formatosi ai margini del mondo sunnita (quello sciita non costituisce un problema per l’Europa, piaccia o meno al signor Bannon), costruzione di paesi il più possibile inclusivi nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose (si pensi alle popolazioni cristiane o ai Curdi che al contrario potrebbero rifugiarsi in un separatismo disgregativo ed antiarabo) e dai sistemi economici efficaci ed efficienti che evitino povertà, emarginazione e conseguenti ondate migratorie. Si noti: abbiamo iniziato a parlare di Europa, non più di “Occidente”, e questo perché non pensiamo affatto che gli interessi di Europa, Stati Uniti e movimento sionista coincidano. Gli ultimi due attori hanno piuttosto interesse a garantire la disgregazione degli stati vicino-orientali lungo linee etniche, religiose e tribali, al fine di assicurarne il sottosviluppo, la soggiogabilità o quanto meno la non pericolosità. Haftar o Serraj quindi, in Libia? La questione, per come l’abbiamo posta, precede e prescinde la domanda.

Nel metodo, la soluzione potrà venire, ancora una volta, da una “ecologia delle potenze” interessate alla stabilità del teatro mediterraneo e da un dialogo tra queste (Italia, Russia, forse la Turchia e l’Egitto che comunque si detestano, un Qatar e una Francia che non possono essere lasciati fuori dalla porta). Il lavoro di dialogo e tessitura diplomatica è tutt’altro che banale ed è urgente che l’Italia se lo assuma.

Nel merito, le uniche forze dialoganti sul terreno possono essere le tribù libiche e cioè il popolo del paese: i capi tribù sono gli unici veramente interessati al benessere ed alla sopravvivenza delle proprie genti, molto più che non il signore della guerra di Bengasi o il “sindaco di Tripoli” (per tacere degli islamisti di Misurata).

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Laureato nel 2011 in Economia all'Università Bocconi di Milano con una tesi di storia della Finanza, collabora con diverse riviste di strategia e politica internazionale su temi di economia, storia contemporanea e geopolitica, con particolare interesse per il Vicino Oriente e l'area ex-sovietica.