Fonte: “Clarissa.it”

Il momento è decisivo. Teheran ha chiesto ancora alcuni giorni per decidere se accettare la proposta di compromesso uscita dai negoziati di Vienna sul suo programma nucleare. Ripercorrere la cronistoria degli avvenimenti dell’ultima settimana fa capire quanto delicato e pericoloso sia questo frangente.

Domenica 18 ottobre, mattina. Un attentato nella regione del Sistan-Belucistan, nel sud-est dell’Iran, incrocio dei confini con Pakistan e Afghanistan, scuote il paese. Obbiettivo è il corpo dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), la potente milizia militare che è uno degli architrave del regime. Muoiono circa trenta persone, altrettanti i feriti. Tra le vittime sei alti ufficiali dei pasdaran, tra cui il vicecomandante generale Nurali Shushtari, capo dello storico battaglione Al Quds.
Una delegazione dei Guardiani, al momento dell’attacco, era in procinto di incontrarsi con l’assemblea dei rappresentanti dei clan sciiti e sunniti della tormentata regione. Il Belucistan sta vivendo una ondata di terrorismo in cui si mescolano rivendicazioni indipendentiste etniche e religiose con interessi criminali del traffico internazionale di droga e l’oscura azione di servizi segreti di varie potenze, regionali ed internazionali.
L’attentato è rivendicato dal gruppo sunnita Jundallah (soldati di Dio), già autore di precedenti sanguinosi attacchi, ma fin da subito le autorità iraniane puntano il dito verso quelli che ritengono i reali ispiratori.
Vera responsabile è “l’arroganza globale”, rappresentata da Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele. Per il presidente Ahmadinejad si tratta di “un crimine perpetrato da agenti degli stranieri”. Ancora più duro il presidente del Parlamento Ali Larijani: “Riteniamo che gli ultimi attentati terroristici derivino dall’azione degli Stati Uniti e dimostrino l’animosità degli Stati Uniti nei riguardi del nostro Paese. […] Obama aveva detto che tendeva la mano all’Iran, ma con quest’azione la sua mano l’ha bruciata. Il popolo iraniano ha ragione di non credere ai cambiamenti promessi dal governo americano, che è contro i loro interessi”. La radio nazionale ha chiamato direttamente in causa la Gran Bretagna, mentre il comandante generale dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, dopo aver accusato i servizi segreti di Usa, Gran Bretagna e Pakistan di aver creato e di manovrare il gruppo Jundallah, ha accusato Usa e Israele per lo specifico attacco, promettendo “misure di rappresaglia” e di stroncare il terrorismo.
Il portavoce del dipartimento di Stato americano, Ian Kelly, ha espresso condanna e cordoglio per l’attentato aggiungendo con nettezza che «le notizie di un presunto coinvolgimento degli Stati Uniti sono completamente false».
Il giorno successivo, lunedì 19 ottobre. Si apre la sessione dei negoziati a Vienna presso l’Agenzia atomica internazionale tra Stati Uniti, Francia, Russia e Iran. Materia della trattativa è l’attuazione tecnica del principio raggiunto ad inizio mese con i colloqui di Ginevra, tra Teheran ed il cosiddetto “sestetto”, in cui l’Iran aveva aperto alla possibilità di trasferire il proprio uranio presso un paese terzo per l’arricchimento destinato a scopi civili.
La delegazione iraniana è giunta a Vienna in un clima molto teso, accompagnata da dichiarazioni contrastanti che segnalano un irrigidimento delle posizioni. Per il portavoce dell’organizzazione iraniana per l’energia atomica, Ali Shirzadian, l’Iran proseguirà ugualmente l’arricchimento dell’uranio anche se lo dovesse ricevere già arricchito dall’estero. Si tratta di una dichiarazione forse solo destinata ad alzare la posta, ma che di certo contrasta con i desiderata americani, che anzi, fino ai precedenti colloqui di Ginevra, avevano sempre puntato ad una cessazione unilaterale dell’arricchimento dell’uranio come precondizione. Più conciliante ma ferma la dichiarazione di Ahmadinejad sulle conseguenze dell’attentato verso le trattative: “Non credo vi saranno problemi ai prossimi negoziati. Se qualcuno vorrà crearli, non ci riuscirà, e se ci riuscirà ne subirà le conseguenze”.
I problemi da risolvere sono sinteticamente questi: l’Iran possiede attualmente circa 1500 kg di uranio certificati e ufficialmente denunciati alla Aiea e che sono stati autonomamente arricchiti, sotto controllo della stessa agenzia, fino al 5%. Per costruire una bomba sono necessari circa 1000 kg arricchiti oltre il 90%. Per scopi pacifici e civili (usi medici e per la produzione di energia) è sufficiente un arricchimento dell’uranio inferiore al 20%.
Quale aderente al Trattato di Non Proliferazione nucleare l’Iran avrebbe tutto il diritto di sviluppare, sotto controllo Aiea, un programma nucleare civile, ma la comunità internazionale (Paesi occidentali ed Israele in testa) teme che l’uso civile altro non sia che l’anticamera alla produzione della bomba. È evidente che la cartina di tornasole diventi il livello di arricchimento dell’uranio e quanto questo possa essere posto sotto tutela e dunque controllato.
Già dal primo giorno di colloqui la soluzione appare tecnicamente delineata. All’Iran sarebbe chiesto di trasferire gran parte del suo uranio in Russia che procederebbe al suo arricchimento fino al 19,75%, utile agli scopi pacifici. Questo non impedirebbe, tuttavia, che una volta restituito l’uranio possa essere a sua volta sottoposto ad un ulteriore processo. È necessario quindi un successivo passaggio, ovvero la riduzione del materiale radioattivo “grezzo” in barre già predisposte per il loro utilizzo specifico, senza dunque possibilità di nuovi trattamenti. Solo a quel punto il materiale fissile tornerebbe in Iran.
Questo secondo e decisivo trasferimento è stato riservato dalla Aiea, in accordo con il “sestetto”, alla Francia, che ha sia le capacità tecnologiche necessarie sia un apprezzamento di tipo politico che rassicurerebbe, ad esempio, anche Israele.
Ma in questo tipo di trattative il diavolo si nasconde nelle pieghe dell’accordo. La Francia, infatti, esige subito una condizione che rischia di far saltare il negoziato. Se l’Agenzia chiede all’Iran il trasferimento dell’80% dell’uranio in suo possesso (pari a circa 1200 kg, in modo da impedire il crearsi di una riserva che possa essere stornata per altri scopi), Parigi pretende che tale trasferimento avvenga tutto e subito, in una unica soluzione, entro la fine dell’anno.
Teheran, invece, vorrebbe effettuare più trasferimenti, per dilazionare il processo nel tempo e testando così la sua validità e soprattutto l’affidabilità delle parti. Appare chiaro, infatti, che una volta trasferiti tutti i 1200 kg di uranio in un sol colpo, se un qualunque problema diplomatico bloccasse la procedura, l’Iran si troverebbe di fatto nella condizione di vedere congelato il suo programma, magari sotto pressioni o ricatti esterni, senza più alcun controllo diretto ed indipendente.
Tuttavia si potrebbe interpretare la modalità di più invii con quantità ridotte come un tentativo di guadagnare tempo: si cede una quantità di uranio, col rischio di vederlo bloccato ma con danni limitati, mentre si procede in maniera occulta all’arricchimento delle riserve che si detengono, sufficienti per un ordigno. Si tratterebbe in realtà di una possibilità solo teorica poiché richiederebbe tempi lunghi, la necessità di sfuggire ai controlli della Aiea, impossibilità di test militari di verifica per mancanza di materiale.
In ogni caso le due posizioni riflettono quella mancanza di “reciproca fiducia” che il direttore della Aiea, El Baradei, poneva come base per la buona riuscita del negoziato.

Martedì, 20 ottobre. L’Iran butta sul tavolo la risposta dirompente alla condizione francese: Teheran chiede che i transalpini vengano esclusi dal negoziato, gli iraniani vogliono trattare direttamente solo con Stati Uniti e Russia. La dichiarazione del ministro degli Esteri Mottaki è lapidaria: “Stati Uniti e Russia hanno accettato di partecipare ai negoziati per fornire il combustibile. Dunque le trattative vanno condotte tra noi e loro alla presenza dell’Agenzia. Non ci serve molto combustibile e non ci serve la presenza di molti paesi. Non c’è alcun motivo che la Francia sia presente”. Gli iraniani mostrano così di non fidarsi affatto dei francesi. Per quale motivo?
In questo ultimo anno la Francia è stato il paese europeo più esposto nel contrasto al programma nucleare iraniano, o più semplicemente alla possibilità che il paese degli ayatollah assurga al ruolo di potenza regionale. Hanno giocato una funzione in tal senso sia la vicinanza ideologica dell’attuale leadership con la politica di Israele, sia gli interessi nazionali che legano Parigi con le aristocrazie arabo-sunnite del Golfo, nemiche storiche dello sciismo persiano.
A settembre si era anche rischiata la rottura diplomatica sul caso della ricercatrice francese Clotilde Reiss arrestata e accusata di spionaggio dalle autorità iraniane per il suo ruolo nei disordini post-elettorali; il presidente Sarkozy era stato sprezzante (“immaginate l’arma nucleare nelle mani di questa gente, è del tutto inaccettabile… il dialogo non procede, aspetteremo fino a dicembre, non oltre”) ed altrettanto la risposta di Ahmadinejad (“la Francia si merita dirigenti ben migliori di questi”); e Sarkozy, insieme ad Obama e Brown, durante la celebre pubblica dichiarazione ai margini del G-8 di Pittsburgh, aveva accusato la leadership iraniana di aver mentito e tenuto segreta la costruzione del sito nucleare di Qom.
A questo si deve aggiungere un annoso contenzioso tra Parigi e Teheran proprio in merito a forniture di combustibile nucleare. L’Iran è, infatti, fin dai tempi dello shah Pahlevi, proprietario al 10% di Eurodif, la società francese sotto controllo statale che produce i reattori nucleari e l’uranio arricchito delle centrali transalpine. Ma, in seguito alla rivoluzione khomeinista, Parigi ha congelato (almeno ufficialmente) la posizione di Teheran, al punto che recentemente un dirigente della società (anche in seguito a notizie apparse sulla stampa sul particolare rapporto tra Francia e Iran in merito al nucleare)(1) ha fatto sapere che “l’Iran non ha mai ricevuto neppure un grammo di uranio arricchito dalla Francia. L’Iran è un partner dormiente di Eurodif”.
Eppure gli iraniani ritengono di aver diritto a quell’uranio. In una intervista a Le Monde, in seguito alla richiesta iraniana di escludere dai negoziati di Vienna la Francia, il presidente del Parlamento Larijani ha dichiarato che gli iraniani “non hanno alcuna animosità verso i francesi”. “Davvero?” incalza l’intervistatore. “In effetti” risponde serafico Larijani “è vero che già da tempo i francesi ci hanno confiscato 60 tonnellate di esafluoruro d’uranio. Non ce l’hanno mai restituito. Eppure non c’è ragione perché la Francia sia nostra nemica”.
Ma il ministro degli Esteri Mottaki ha rincarato la dose: “La Francia, dopo aver mancato in passato di assolvere ai suoi obblighi, non rappresenta più un partner affidabile per fornire combustibile nucleare all’Iran”.
La richiesta francese di fornitura integrale di tutto l’uranio iraniano in una unica soluzione deve aver fatto suonare qualche allarme a Teheran: Parigi sta forse preparando una trappola per bloccare il nostro programma?

Mercoledì, 21 ottobre. Con la posizione iraniana verso la Francia il negoziato è di fatto bloccato. Il direttore dell’Agenzia atomica, El Baradei, azzarda il tutto per tutto, consapevole che una impasse nei negoziati, visto il clima diplomatico internazionale, significa un suo fallimento con tutte le drammatiche conseguenze. È del resto l’ultima occasione per il direttore, in scadenza di mandato, di vedere risolversi il dossier con un successo.
El Baradei stila una bozza di accordo che implementi tutti gli aspetti trattati fino a quel punto e la sottopone ai quattro paesi interessati. Hanno due giorni di tempo per accettarla e chiudere la partita.
El Baradei ha escogitato una soluzione sottile per tenere insieme tutte le posizioni, una soluzione che potrebbe accontentare l’Iran ma che non esclude la Francia. Formalmente l’accordo sull’arricchimento all’estero lega solo Russia e Iran, Mosca si fa garante dell’intero processo. Ma a sua volta potrà “sub-appaltare” ad altri alcune fasi della procedura, come la realizzazione delle barre in Francia.
Di fatto il pericolo paventato da Teheran rimane sempre incombente, ma la garanzia russa potrebbe anche bastare. Possibilista appare da subito il capo-negoziatore iraniano Ali Ashqar Soltanieh secondo cui benché “la Francia abbia annunciato di essere pronta a far parte dell’accordo, sono i russi, come si può constatare, ad essere responsabili del contratto nel suo insieme… l’intesa è costruttiva… stiamo cooperando pienamente, dobbiamo ancora valutare il testo, tornarvi su e arrivare a una soluzione amichevole”.

Venerdì 23 novembre, pomeriggio. Nella giornata precedente sono giunte una dopo l’altra le dichiarazioni, scontate, di accettazione della proposta El Baradei da parte di Russia, Stati Uniti, e Francia. Si attende con trepidazione una risposta da Teheran, mentre mancano ormai poche ore alla scadenza del termine. A metà pomeriggio le agenzie cominciano a battere la notizia. È una doccia fredda. “L’Iran rifiuta l’accordo” riportano i primi lanci; “schiaffo” di Teheran alla comunità internazionale, titola La Repubblica on-line.
La posizione tuttavia non è ufficiale, a darne notizia è stata la televisione iraniana in lingua inglese Press Tv citando una fonte interna ai negoziatori. Dai successivi particolari si capisce meglio il quadro. Da Teheran non è giunto un rifiuto quanto una controproposta: in linea coi timori di vedere bloccato il proprio programma, piuttosto del trasferimento immediato all’estero dell’80% del suo combustibile a basso arricchimento, l’Iran vorrebbe acquistare direttamente l’uranio che gli serve già arricchito, evidentemente di volta in volta secondo le necessità. I dettagli non sono chiari ma secondo la fonte si attende una “risposta positiva” da parte delle grandi potenze, le quali da parte loro, si dice con un certo sarcasmo, “hanno semplicemente dato una risposta positiva alle loro stesse proposte… ciò che è davvero sorprendente!”.
La controproposta iraniana è apparsa subito debole e più che altro atta a prendere tempo, non sembrando risolvere i problemi avanzati, legittimamente o meno, da Usa e Francia. Se questa fosse la posizione definitiva il negoziato sarebbe destinato a chiudersi lì con un fallimento.
Ma non passano alcune ore che arriva il nuovo colpo di scena: l’Iran sta ancora studiando la proposta e chiede una proroga di alcuni giorni. Dalla Aiea sono ottimisti, in un loro comunicato si legge: “L’Iran ha informato il direttore generale che sta valutando la proposta in profondità e con attitudine favorevole, ma ha detto di aver bisogno di tempo fino alla metà della prossima settimana prima di poter fornire una risposta”.
Anche gli americani decidono di aspettare: “Ovviamente speravamo in una risposta oggi. Per noi è urgente. Ma speriamo che la prossima settimana la risposta sia positiva”, ha riferito il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly.

I prossimi giorni saranno dunque determinanti, possono significare una svolta di pace per tutta l’area mediorentale o l’avvitarsi verso uno scenario di escalation della crisi con esiti fatali. Si immagina che proprio in queste ore siano febbrili i contatti sotterranei, le rassicurazioni e i trabocchetti delle diplomazie segrete tra le parti che vogliono l’accordo e quelle che mirano al suo fallimento.
Teheran ha sicuramente in mano il cerino, dalla lungimiranza della leadership iraniana dipende tutto. Le notizie contrastanti giunte nella giornata di venerdì, le iniziali voci di rifiuto dell’accordo, la controproposta, quindi la richiesta di ulteriore tempo, sono segnali affatto rassicuranti e che probabilmente testimoniano di uno scontro di potere interno al regime. Arduo individuare gli attori di questo scontro ed a quali interessi rispondano maggiormente, se personali, di blocchi di potere, o internazionali.
Certamente il clima, che si è creato in Iran dopo la destabilizzazione post-elettorale e la strategia della tensione terroristica, non aiuta ad affrontare con serenità un momento così delicato. Di fondo riteniamo possano confrontarsi due anime.
Una militarista, rappresentata dal blocco dei pasdaran, che secondo studi recenti controlla circa un terzo della società iraniana, anche per le sue articolazioni economiche, finanziarie, ed amministrative. Tale fazione può temere un ridimensionamento del ruolo di potenza indipendente dell’Iran a causa di un progressivo riallineamento all’Occidente. Perdita di un ruolo “rivoluzionario” sul piano internazionale significa anche perdita delle posizioni di potere acquisite internamente.
L’altra anima è quella realista, soprattutto dei conservatori pragmatici, che rappresentano in qualche modo, nell’attuale esecutivo, la minoranza della maggioranza, ma anche dei riformisti nazionalisti. Costoro vorrebbero una apertura all’Occidente mantenendo intatte le strutture della Repubblica islamica, così da sfruttare al meglio le opportunità di sviluppo derivanti dalla posizione strategica dell’Iran. La grande difficoltà di questa parte è la sua divisione politica interna e anche la possibilità che nel campo riformista esistano settori che mirano a ribaltare il tavolo, secondo la logica del tanto peggio tanto meglio, puntando alla dissoluzione delle strutture di potere attuali.
Khamenei, la guida suprema, ed il presidente Ahmadinejad, si trovano nella scomodissima posizione di cercare una sintesi fra queste pulsioni, a loro volta, probabilmente, non perfettamente allineati, potendosi maggiormente ascrivere Khamenei al campo “realista” e Ahmadinejad a quello “militarista”.
Gli iraniani sono dunque invischiati in una rete di interessi, ideologie, pressioni e manipolazioni esterne, che possono far perdere di vista il perseguimento del bene supremo dell’interesse nazionale e della patria. È certo spiacevole che una nazione come l’Iran, che ha storicamente dimostrato il suo ruolo progressivo nelle sorti dell’umanità, si ritrovi nella posizione di dover contrattare con potenze straniere quello che è un proprio diritto, l’accesso alle tecnologie nucleari, mentre altri paesi si arrogano il giudizio sul bene o il male altrui mentre sfregiano in continuazione il diritto internazionale e dei popoli. E, tuttavia, questa è la situazione di fatto.
Obbiettivo superiore della dirigenza della Repubblica islamica è, in questo momento, la difesa del suo popolo dai nemici che ne vogliono l’annichilimento e la divisione che solo uno stato di guerra può portare. A costo di qualunque sacrificio e rischio questo dovrà essere evitato.
(1) Vizi privati e pubbliche virtù: l’Occidente finanzia e controlla il nucleare iraniano. http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/547-vizi-privati-e-pubbliche-virtu-loccidente-finanzia-e-controlla-il-nucleare-iraniano.html


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