Le macchinazioni in merito al programma nucleare iraniano continuano a dominare le prime pagine dei giornali internazionali. Uno sguardo più ravvicinato alle componenti in gioco, permette di vedere una “rete” di racconti, tra loro in lotta, che cercano di delineare le presunte minacce dell’Iran agli stati vicini e alla sicurezza internazionale. I retorici “testi standard” al di fuori di Washington e dei media statunitensi riguardanti l’Iran sono ben noti. Facendosi strada attraverso le varie dissonanze delle pubbliche minacce di guerra, delle operazioni psicologiche e della propaganda trasmessa da Israele e dall’Arabia Saudita – i principali avversari regionali dell’Iran – tutti questi fattori risultano ugualmente cruciali per la comprensione dei risvolti geopolitici attorno alla questione del nucleare iraniano e in senso lato del “posto” occupato dall’Iran all’interno della regione.

Accanto agli Stati Uniti, Israele ed Arabia Saudita sono in testa nell’articolare una litania di pretese minacce provenienti dalla Repubblica Islamica. Il 21 di maggio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito la posizione presa da Israele che vede l’Iran come una minaccia alla propria esistenza: “L’Iran vuole distruggere Israele e sta sviluppando armi nucleari per conseguire tale obiettivo”.

Facendo leva su un discorso settario, anche l’Arabia Saudita ha esposto le proprie paure riguardo all’Iran in termini di “esistenza”.

La pubblicazione di una speciale serie a puntate sul quotidiano saudita “Al-Jazirah”, alcuni giorni prima che il Regno spedisse le sue forze di sicurezza in Bahrein per reprimere delle democratiche proteste d’opposizione, capeggiate dall’oppressa maggioranza sciita del Bahrein, sono un riflesso della profonda avversione di Riyadh verso l’Iran. Il provocatorio titolo della serie a puntate ovvero “I piani dei Safavidi Iraniani per la distruzione degli Stati del Golfo”, ha una particolare importanza. Il riferimento all’eredità safavide dell’Iran focalizza l’attenzione sull’adozione dell’Islam sciita da parte dell’Impero persiano come religione ufficiale.  Mettendo in risalto il tratto distintivo della religione sciita in Iran, l’Arabia Saudita è così in grado di definire la minaccia percepita da parte della Repubblica a livello territoriale, ideologico e teologico.

Paradossalmente Israele e l’Arabia Saudita sarebbero ufficialmente nemici, tuttavia sembra che procedano a ranghi serrati – quasi in perfetta simbiosi –  quando si tratta di danneggiare attaccare l’Iran e descriverlo come una minaccia per la pace della regione e per il mondo. Una raccolta di risposte collettive in entrambi gli stati in merito all’Iran e ad altre aree di interesse condiviso, come il corso delle sollevazioni nel mondo arabo, suggeriscono che la relazione Israele – Arabia Saudita rappresenti molto più di un temporaneo accordo di convenienza. Effettivamente, la loro convergenza di interessi riguardo all’Iran costituisce una tacita alleanza strategica che è molto più profonda di quanto vogliano ammettere entrambe le parti.

 

Un silenzio eloquente 

Israele biasima regolarmente con asprezza l’Iran per il supporto dato ai suoi nemici: Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina. Allo stesso tempo zittisce le critiche all’Arabia Saudita per il supporto dato da Riyadh ai militanti salafiti e alle ideologie wahhabite che sono al servizio degli estremisti di Al-Quaeda come infrastruttura intellettuale ed ideologica.

Col desiderio ardente di preservare la propria superiorità militare nel Medio – Oriente, Israele ha storicamente espresso forte opposizione alla volontà degli USA e degli altri più grandi produttori di armi di vendere sofisticate piattaforme di armamenti e sistemi di difesa ai propri vicini – sia alleati che nemici.
Finora Israele ha temperato la propria usuale disapprovazione in merito alla vendita di circa 10 miliardi di dollari di armi da parte degli Stati Uniti all’Arabia Saudita e agli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), avvenuta negli ultimi anni. In contrasto con le proprie reazioni innanzi ad accordi simili conclusi in passato, Israele è rimasto nettamente in silenzio sulle vendite più recenti, annoverate tra i più grandi accordi per la vendita di armi mai conclusi dagli Stati Uniti con nazioni straniere.

Le ragioni dietro al tacito assenso di Israele sulla vendita di armi sono evidenti: in apparenza la tempistica delle ultime vendite è stata studiata per appoggiare la posizione di deterrenza dell’Arabia Saudita innanzi alla crescente influenza Iraniana nel Golfo Persico. Si segnala anche l’impegno di Washington per la difesa di Riyadh in mezzo alle tensioni sempre più grandi con l’Iran.

L’Arabia Saudita, così supportata, mantiene l’Iran sulla difensiva, occupato a superare con l’astuzia i propri vicini nella regione del Golfo. Di conseguenza un simile scenario rafforza la posizione di Israele innanzi all’Iran. Queste circostanze sono favorevoli ad Israele dal momento che non percepisce l’Arabia Saudita e gli alleati della CCG come minacce. Al contrario l’interesse condiviso nel contenere l’Iran, rende Israele e l’Arabia Saudita alleati naturali.

Da sempre sensibili alla precarietà della posizione dell’Arabia Saudita, quando ci sono di mezzo accenni alla collaborazione –sia ufficiale che segreta – con Israele, i politici israeliani sono attenti a minimizzare la reale dimensione dei loro interessi strategici congiunti con Riyadh. Le relazioni geopolitiche alla base della relazione tra Israele e l’Arabia Saudita non vengono mai perse di vista dagli osservatori in Israele: i media e gli istituti di ricerca, spesso alludono alla convergenza di interessi tra Israele e l’Arabia Saudita quando si parla di una serie di argomenti che riguardano l’Iran. Un articolo pubblicato dal quotidiano israeliano “Yedioth Ahronoth” dell’aprile 2011 intitolato “I nostri alleati dell’Arabia Saudita” illustra chiaramente questo punto.

Mentre una simile serie di dinamiche risulta evidente nella linea di condotta Saudita verso Israele quando si parla di relazioni con l’Iran, Riyadh utilizza un approccio differente. Riyadh e altri alleati del CCG sono andati ben oltre all’immediata condanna pubblica del programma nucleare iraniano, arrivando a minacciare di dare inizio ad un proprio programma nucleare per la fabbricazione di testate atomiche nel caso in cui Tehran arrivasse ad avere una propria capacità nucleare.

L’Arabia Saudita ha anche implorato gli Stati Uniti di prendere provvedimenti attivi contro l’Iran. Secondo una trasmissione cablata di un diplomatico americano dell’aprile 2008, pubblicata da WikiLeaks, il re dell’Arabia Saudita Abdullah bin Abdulaziz sembra che abbia chiesto agli USA di “tagliare la testa del serpente” in riferimento all’Iran, mentre ribadiva l’impegno di lavorare con Washington per arrecare danno a Tehran.

Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita diviene curiosamente reticente quando salta fuori la questione dell’arsenale nucleare israeliano: oltre a disporre sul campo di uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati, Israele dispone di un inventario che contiene circa 400 testate. In aggiunta, in contrasto con il trattamento riservato al programma nucleare iraniano, l’arsenale nucleare israeliano non costituisce una preoccupazione per l’Arabia Saudita; mentre la prospettiva di un Iran con capacità nucleare sarebbe un incoraggiamento a dotarsi a propria volta di capacità nucleare, l’Arabia Saudita non ha mai espresso interesse nel confrontare l’arsenale nucleare israeliano con il proprio.

La compiacenza dell’Arabia Saudita per il suo tranquillo partner israeliano, va ben oltre l’agenda iraniana e risulta evidente nella questione palestinese. Come regime che fa derivare la propria autorità dallo status autoproclamato di guardiano dei due luoghi più sacri dell’Islam, l’Arabia Saudita deve muoversi con attenzione per come giostra i suoi taciti legami con Israele.

Ufficialmente, il Regno supporta la causa per l’indipendenza della Palestina, in mezzo all’occupazione dei territori palestinesi da parte di Israele; ma nonostante la sua formidabile influenza geopolitica ed economica, sono passate oramai decadi da quando l’Arabia Saudita aveva contribuito alla causa palestinese. Questo è il motivo reale, nonostante la generale diffusione di simpatia nel mondo Arabo e Musulmano della sofferenza palestinese.

La relativa incapacità d’azione Saudita è di estrema importanza considerando la volontà del regno di dare un energico contributo in materia di altre questioni che risuonano tra Arabi e Musulmani: per esempio, l’Arabia Saudita era in prima fila per organizzare un boicottaggio globale dei prodotti danesi dopo la pubblicazione delle vignette provocatorie che si prendevano gioco del Profeta Maometto nel quotidiano danese “Jyllands-Posten” nel settembre del 2005. I Musulmani di tutto il mondo avevano messo in atto il boicottaggio dei prodotti danesi facendo riportare gravi perdite alle esportazioni del paese in diversi settori critici. L’Arabia Saudita aveva anche richiamato il proprio ambasciatore dalla Danimarca arrecando danno alle posizioni diplomatiche danesi nel Medio – Oriente e innanzi all’intera comunità globale musulmana.

Il sistema saudita e i mezzi di comunicazione hanno contribuito a dar forma a una convincente narrativa destinata a risuonare per un vasto elettorato mentre la diplomazia saudita spianava la strada per far dirigere tutte le ire del mondo musulmano verso la Danimarca. La sua condotta al culmine della controversia sulle vignette, è indice di quanto è grande il potenziale del Regno di volgere a proprio favore gli avvenimenti del mondo in tempi brevi.

Il vigore e l’unità d’intenti mostrati dalle istituzioni saudite in campo diplomatico, economico, ideologico e mediatico nel nome della solidarietà islamica durante la controversia delle vignette e sulle questioni legate all’Iran sono chiaramente assenti quando si parla di mettere pressione ad Israele per ritirarsi dai territori palestinesi o nell’indifferenza per la continua costruzione di insediamenti nei territori occupati.

 

Il pilastro americano 

 La natura del legame tra Israele e Arabia Saudita non dovrebbe essere una sorpresa. I due stati costituiscono i pilastri di una rete di alleanze all’interno del panorama del Medio – Oriente, plasmato e perfezionato dagli USA nel corso di svariati decenni. In merito a ciò sarebbe razionale concludere che le mosse di Israele e dei Sauditi contro l’Iran sono sancite, incoraggiate e facilitate attivamente dagli Stati Uniti.

Dopotutto gli Stati Uniti e l’Iran sono stati avversari sin da quando la Rivoluzione Islamica ha sancito la cacciata dello Scià nel 1979. Tutti gli sforzi fatti da Israele e dall’Arabia Saudita di minare all’integrità  dell’Iran dovrebbero, per definizione, portare avanti gli interessi statunitensi.

Una simile prospettiva suggerirebbe che Israele e l’Arabia Saudita agissero come dei “sostituti” per portare avanti gli interessi degli USA riguardanti l’Iran e altre questioni all’interno della regione. Questo scenario è in gran parte simile alla realtà; in senso più lato gli interessi di Israele e dell’Arabia Saudita combaciano con quelli statunitensi, per la maggior parte sulla questione iraniana. Tutti e tre gli stati mantengono relazioni di avversità con l’Iran e lo considerano, secondo vari gradi, come una minaccia per i rispettivi interessi.

Una considerazione della storia delle relazioni estere statunitensi verso il Medio Oriente accredita questo argomento. Durante la Guerra Fredda, Israele e l’Arabia Saudita stavano al fianco degli Stati Uniti controllando la diffusione dell’influenza sovietica nel Medio Oriente e oltre, minando le fondamenta del nazionalismo arabo.

 

Divergenze emergenti e coperture  

Vale la pena mettere in luce che sono esistite grandi divergenze tra gli USA, da una parte e Israele e l’Arabia Saudita dall’altra, quando si parla delle loro percezioni unitarie e degli approcci verso l’Iran. Questa divergenza di interessi si concretizza quando ogni attore valuta il potenziale impatto che potrebbe avere il nucleare iraniano sulle rispettive posizioni strategiche.

Nonostante la retorica della linea dura fuori da Washington, i pianificatori statunitensi potrebbero aver già cambiato opinione, seppur in maniera riluttante, arrivando ad accettare la realtà di Iran nucleare, in un certo qual punto in cui sarà necessaria una trattativa diplomatica; anche un marginale riavvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Iran potrebbe avere un effetto di enorme portata sulla mappa geopolitica medio-orientale.

La speranza di un miglioramento delle relazioni tra USA ed Iran, metterebbe un freno alle più acute tensioni all’interno della regione, che tengono il Medio Oriente sul piede di guerra e tengono alti i prezzi delle fonti energetiche a livello globale in una maniera pressoché insostenibile. Questo scenario spianerebbe la strada allo sviluppo di legami economici di profitto tra Washington e Tehran in settori critici come quelli del petrolio e del gas naturale. A lungo andare, la relativa importanza di Israele dell’Arabia Saudita per il mondo statunitense andrebbe declinando come risultato di qualsiasi tipo di riavvicinamento tra Washington e Tehran.

In questo contesto, Israele e l’Arabia Saudita non hanno solo interesse a minare le fondamenta dell’Iran, ma sono anche interessate a far si che l’inimicizia tra Iran e Stati Uniti perduri. Gli strateghi israeliani e sauditi sono ben consci del fatto che gli USA hanno abbastanza potere per ricalibrare la propria concezione strategica del Medio Oriente per farsi portatori di grandi cambiamenti che includano una normalizzazione delle relazioni con l’Iran e nel mentre mantenere al medesimo tempo legami costruttivi con Israele ed Arabia Saudita.

In alternativa, le implacabili minacce di Israele e le polemiche contro l’Iran, potrebbero esser state concepite per conseguire un diverso gruppo di obiettivi: al di là del polverone sollevato, ci sono poche prove che indurrebbero a credere che Israele possa condurre con successo un attacco contro il programma nucleare iraniano e conseguire una qualche sorta di vittoria militare. La portata della conflagrazione regionale e della catastrofe globale economica che seguirebbe inevitabilmente l’attacco israeliano potrebbe far desistere Israele dal mettere in pratica le proprie minacce.

Nondimeno, focalizzare l’attenzione del mondo sull’Iran permette ad Israele di distogliere gli occhi dell’opinione pubblica internazionale dalla sua occupazione ancora in atto dei territori palestinesi; così facendo si procaccia la copertura di cui ha bisogno per consolidare in maniera permanente la sua presa sulle vite di milioni di palestinesi e sulle loro risorse naturali – acqua, petrolio e gas naturale per la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Definiti come illegali dal diritto internazionale, gli insediamenti israeliani nei territori occupati, continuano ad esser costruiti ad un ritmo record, dando origine a nuovi problemi. Nel medesimo tempo, i palestinesi vengono collocati ad abitare su terreni isolati sconnessi e poveri che ricordano molto le Bantustan sudafricane nate nell’era dell’Apartheid.

 

Conclusione

L’alleanza segreta detiene pienamente il potere almeno finché le rivolte arabe contro la tirannia continueranno a portare cambiamenti all’interno della regione. Fortemente ancorate al vecchio status quo, Israele, l’Arabia Saudita (e i suo partner all’interno del CCG) stanno riorganizzando le forze per dare il via ad una controrivoluzione per cooptare le nascenti democrazie in stati come l’Egitto che stanno vedendo soddisfatte le richieste, prima respinte di libertà, responsabilità ed indipendenza dar forma a nuovi scenari politici. Finora gli interessi di Israele e dell’Arabia Saudita sono molto divergenti riguardo agli eventi in Siria. Apparentemente entrambi dovrebbero vedere di buon occhio il possibile crollo di uno degli alleati più importanti dell’Iran, ma solo l’Arabia Saudita, principale sostenitrice delle fazioni politiche e delle violente milizie che costituiscono l’opposizione siriana, sembra determinata ad annientare il regime baahatista.

Israele, in caso di caduta del regime baahatista, si accinge ad affrontare una grande perdita: il regime aveva ignorato l’occupazione delle alture del Golan da parte di Israele e le centinaia di coloni israeliani insediatisi in territorio siriano. Ciò aveva permesso a Israele di spostare le proprie risorse militari su altri teatri. Un ordine post-baathista in Siria che vede la nascita di un regime orientato verso l’Islamismo o una nazione sprofondata per anni in guerre fratricide, potrebbe esser testimone di tentativi di riconquista del suolo con modelli di resistenza armata impiegati da Hezbollah nel sud del Libano.

Nonostante le loro divergenze sulla Siria, in ogni caso, il corso degli eventi regionali che coinvolge l’Iran e altre questioni, fornisce terreno fertile per una continuazione della cooperazione strategica tra Israele e l’Arabia Saudita.

 

Chris Zambelis è un analista e ricercatore specializzato negli affari medio-orientali presso Helios Global Inc. un gruppo di gestione del rischio con sede a Washington DC. Le opinioni qui espresse riflettono il pensiero dell’autore e non necessariamente quello di Helios Global. 

 
FONTE: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/NI08Ak01.html


(Traduzione di Marco Nocera)  

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