Premessa.

L’ethnos è la forma di esistenza specifica dell’uomo ed uno dei principali fattori che ha formato la sua percezione del mondo. Esso rappresenta il valore fondante sul quale costruire una prospettiva filosofica capace di superare l’imposizione su scala globale di quella modernità occidentale “espressione di un sistema teoretico e tecnologico volto all’etnocidio”[1]. L’ethnos, in questa prospettiva, può svolgere il ruolo di Soggetto della Quarta Teoria Politica. Tale concetto, da interpretare al plurale (ogni ethnos è differente ma ognuno di essi è in sé universale)[2], non si pone in contrasto col Dasein (l’Esser-ci heideggeriano) ma, in quanto fenomeno culturale inscritto in un particolare ambiente geografico, ne rappresenta la naturale espressione organica. Afferma il filosofo russo Aleksandr Dugin: “Esistono tanti Dasein quanti sono i popoli e le culture […] Ogni Dasein ha la sua misura, la sua idea di tempo, di spazio, di uomo, di Dio e di natura”[3].

La difesa del policentrismo, delle particolarità culturali e dello sviluppo storico come ricchezza rappresentano la prima fondamentale opposizione all’idea, priva di riscontri nella realtà, dello sviluppo uniforme e unilaterale del genere umano imposto dalla visione sostanzialmente razzista che caratterizza il soffocante abbraccio dell’imperialismo etnocentrico e talassocratico anglo-americano.

Obiettivo di questo studio è seguire, secondo le linee guida stabilite dal celebre storico e antropologo sovietico Lev N. Gumilev[4], il particolare sviluppo del superethnos russo e valutare le possibilità che tale superethnos ha di porsi come “popolo guida” per un’opposizione concreta al globalismo e per una reale emancipazione del “grande spazio” europeo, e più in generale del “grande spazio eurasiatico come centro del Vecchio Mondo”[5], nella assoluta consapevolezza del fatto che proprio la pan-idea eurasiatica è l’unica basata su una solida realtà e su un’origine primordiale.

La pan-idea sulla quale si basa l’attuale costruzione dell’Unione Europea non è il prodotto di un coerente percorso filosofico e politico ma si presenta come una pan-idea artificiale, pensata e realizzata come mero strumento volto alla salvaguardia di precisi interessi geopolitici esterni all’Europa stessa e come strumento di controllo nei confronti di ogni potenziale riaffermazione delle forme culturali tradizionali e genuine dei popoli europei.

Di fronte all’attuale incapacità della Germania (dovuta anche “alla miopia di una classe dirigente troppo concentrata nel perseguire in maniera unilaterale interessi particolari”[6]) a svolgere il ruolo di guida verso una concreta unificazione politica dell’Europa, la Russia, in quanto unica nazione ancora realmente sovrana all’interno del panorama regionale, si pone come ultimo bastione di fronte alla volgarizzante brutalità della globalizzazione occidentale e, di conseguenza, come punto di riferimento per ogni concreto processo di reale emancipazione del subcontinente europeo. Un processo di emancipazione che deve essere capace di salvaguardare le diversità particolari all’interno di una più ampia progettualità di unificazione politico-geografica del grande spazio eurasiatico che rappresenta l’unica via per la realizzazione di quel blocco continentale che, nella prospettiva dello studioso tedesco Karl Haushofer, proprio attraverso un confine comune tra Germania e Russia, sarebbe stato indispensabile per mettere in crisi la potenza marittima anglo-sassone[7].

Va da sé che la Russia attuale, come ancora una volta ben sottolineato dal già citato Aleksandr Dugin, non si pone ideologicamente in contrasto con l’Occidente. Tanto la Russia quanto le Nazioni occidentali sono paesi democratici, in buona parte liberali e capitalistici. Di fatto, si tratta in entrambi i casi di società caratterizzate da un grado più o meno elevato di secolarismo. Dunque lo scontro si può esprimere essenzialmente solo in termini geopolitici: ovvero, in un contrasto tra pan-idee continentali, ancora espressione di valori eroici tradizionali, e pan-idee marine portatrici dei valori propri del mercantilismo[8]. E la stessa politica di contrasto all’espansione dell’atlantismo (e con esso dei presunti valori occidentali) in Russia è messa attualmente in discussione dalla presenza non tanto di una opposizione interna apertamente filo-occidentale ma dalla cosiddetta “sesta colonna”[9] costituita da quello strato della popolazione russa che, pur appoggiando l’operato del Presidente Vladimir Putin, si dimostra favorevole a quella dilagante penetrazione culturale che rappresenta l’unica arma capace di minare nella sua essenza un superethnos che neanche il crollo dell’Unione Sovietica è stato capace di dissolvere.

 

Etnogenesi, ethnos e superethnos.

Nella prospettiva di Lev. N. Gumilev, profondamente ispirata al lavoro di Vladimir I. Vernadskij, l’evoluzione umana e la storia sono soggette alle leggi ed ai processi di evoluzione della biosfera  come parte integrante della struttura materiale della terra. La caratteristica peculiare del pensiero di Gumilev è stata quella di adattare le idee di Vernadskij sulla biosfera (costituita di una parte animata e di una inanimata) allo studio della storia etnica. Gumilev ha sottolineato in primo luogo lo speciale ruolo dell’uomo all’interno della biosfera e la sua inseparabilità dalla natura. In questo quadro il concetto di etnogenesi assume la forma specifica di comportamento adattivo: ovvero, l’abilità dell’uomo di sviluppare distinti stereotipi comportamentali appropriati per ciascun ambiente. “Generalmente trasformazioni radicali dell’ambiente coincidono con l’emergere di un nuovo ethnos, con un nuovo ed originale stereotipo comportamentale, dopo il quale un nuovo stile di vita viene stabilito e mantenuto”[10]. Ogni ethnos possiede la sua struttura interna ed il suo unico stereotipo comportamentale che può cambiare attraverso le generazioni. Esistono due tipi di ethnos: “il primo tipo ha vissuto nel suo ambiente nativo in accordo ad un preciso e stabilito modo di vivere adatto a quel determinato ambiente; il secondo, è un ethnos dinamico capace di adattamento ad un nuovo ambiente attraverso determinanti cambiamenti negli stereotipi comportamentali (ad esempio la colonizzazione russa della Siberia)”[11]. La passionarnost (passionarietà) è il parametro fondamentale per descrivere un ethnos dinamico. I passionari sono coloro il cui impulso verso un ideale o l’ostinazione verso uno sforzo superiore sono più forti dell’istinto di autoconservazione L’ambizione e l’orgoglio di Alessandro Magno rappresentano, ad esempio, una chiara manifestazione della passionarietà e, per utilizzare un’espressione cara al già citato Haushofer, “una manifestazione di quel genio creatore seguito dall’ombra dello spirito di una nuova pan-idea”[12].

La passionarietà, elemento necessario ad ogni processo di etnogenesi, è una forma di energia biochimica presente nella biosfera che influenza direttamente la psicologia umana ed il suo comportamento. Attraverso l’ethnos, l’uomo interagisce con la natura, Esso non si può limitare alla mera condivisione del medesimo linguaggio. “L’ethnos rappresenta un sistema dinamico che include non solo le persone fisiche ma anche elementi dell’ambiente, tradizioni culturali e relazioni reciproche con i propri vicini”[13]. A questo proposito si rende necessaria la comprensione del concetto di komplementarnost (complementarietà). Inteso come forma subconscia di simpatia tra le persone, il concetto di complementarietà è utile a spiegare i meccanismi di interazione tra i diversi ethnos e l’inizio di ogni processo di evoluzione etnica (sempre legato all’emergere di piccoli gruppi attratti l’un l’altro da positiva complementarietà). “L’incremento in passionarietà porta all’emergere di persone con ideali differenti. Coloro che si fanno portatori di idee simili sono attratti l’un l’altro sulla base della complementarietà, creando così le condizioni necessarie per la formazione di una tradizione etnica seguita dalla creazione di precise istituzioni sociali. I passionari formulano gli obiettivi comuni che li uniscono e determinano il loro destino storico […] Essi sono sempre una minoranza in ogni fase dell’etnogenesi, ma riescono ad imporre sulla maggioranza i loro imperativi comportamentali”[14].

Per superethnos, a sua volta, si intende una più grande unità etnica: un gruppo di ethnos, definito in base al grado di vicinanza interetnica, che appare simultaneamente e che manifesta se stesso nella storia. Ogni superethnos ha al suo interno il suo ethnos dominante. Questo è un fenomeno complesso capace di produrre uniformità che può essere di origine religiosa, ideologica, militare, o una combinazione di questi fattori. superethnos non è equivalente di civiltà o civilizzazione anche se talvolta può esistere una corrispondenza occasionale tra di essi.

Ogni processo di etnogenesi si suddivide in diverse fasi distinte: a) fase di crescita; b) fase culmine (in essa si manifestano i più alti livelli di passionarietà – ideali di vittoria e sacrificio); c) fase di crisi (in cui l’aumento generale della ricchezza materiale porta all’aumento dell’individualismo e dunque al conflitto interno); d) fase inerziale; e) fase di disintegrazione[15].

Pur mantenendo una visione prettamente scientifica e naturalistica, la teoria di Gumilev non è priva di un certo afflato filosofico e religioso che gli ha precluso un reale percorso accademico entro i confini dell’URSS. Questa, infatti, si basa sull’idea della lotta eterna tra bene e male, tra forze della vita e della natura (la biosfera) e forze del male inteso come il nulla, l’assenza della vita e della materia. In questa prospettiva, l’approccio di Gumilev non è dissimile da quello di un altro grande filosofo russo, Nikolaj J. Danilevskij (1822-1885), che, conciliando la metodologia scientifica con la fede ortodossa, cercò di marcare le differenze tra il mondo slavo (prodotto di quella civilizzazione greco-slava alla base anche del capolavoro di Konstantin Leont’ev, massimo teorico dell’intrinseco patrimonio orientale della cultura russa, Bizantinismo e Mondo Slavo[16]) e il modello culturale dell’Europa occidentale. Ad accomunare Gumilev e Danilevskij è in primo luogo il rigetto della concezione lineare della storia che non apprezza la ricchezza stessa della storia e si basa sul fallimento della storiografia tradizionale nel distinguere tra fasi di sviluppo e tipi di sviluppo delle diverse civiltà. All’origine dell’odioso eurocentrismo vi sarebbe, in questa prospettiva, il fatto che gli europei occidentali si siano trovati nella fase dinamica della loro etnogenesi nel momento in cui si sono incontrati/scontrati con altri popoli che si trovavano in una fase statica. Questa coincidenza li ha portati a pensare che questa condizione di superiorità dovesse necessariamente essere permanente, avvalorando così la falsa idea di supremazia della civilizzazione occidentale rispetto alle altre.

 

Il superethnos russo.

Il pensiero di Gumilev incontra l’eurasiatismo nel momento in cui entrambe le prospettive riconoscono il positivo influsso che le popolazioni nomadi delle steppe eurasiatiche hanno avuto sullo sviluppo del superethnos e della civiltà russa. Lo spirito di fratellanza tra i popoli dell’Eurasia ha le sue radici in secoli di contatti e fusione di popoli e razze differenti. “Una fratellanza che si riflette proprio nel fatto che non c’è opposizione tra razze più alte e più basse ma piuttosto un’attrazione reciproca molto più forte di ogni presunta repulsione e capace di unire le rispettive volontà per uno scopo comune che può essere da base ad una nuova cultura organica per il Vecchio Mondo”[17]. Di fatto, le invasioni di unni e mongoli avrebbero svolto un ruolo fondamentale nel processo di unificazione del grande spazio eurasiatico. Uno spazio che per la sua specifica conformazione geografica e botanica (lunghe strisce di vegetazione suddivise su diverse latitudini) si presta in particolar modo all’interazione tra la steppa e la foresta e quindi tra culture sedentarie e nomadi.

A questo proposito una breve digressione sulle caratteristiche delle civiltà nomadi si rende necessaria. Il pensatore magrebino Ibn Khaldun, anch’egli portatore di una concezione prettamente morfologica dello sviluppo storico, nella sua celeberrima al-Muqaddimah, pur riferendosi principalmente alle popolazioni che abitavano i deserti dell’Arabia, definiva le popolazioni nomadi come “più disposte, rispetto a quelle sedentarie, ad atti di coraggio e più propense ad uno stile di vita umile e lontano dal lusso che le rende più vicine a Dio”[18]. Tale assunto si può applicare anche ai nomadi delle steppe eurasiatiche che, alla pari di quelli descritti da Ibn Khaldun, furono capaci di formulare una concezione spirituale dell’interdipendenza tra l’uomo e la natura e dunque tra l’ordine fisico e quello metafisico.

Ora, considerato che gli unni, come riportato dallo storico Franz Altheim, erano già presenti nel territorio tra il Don e il Volga a partire dal 160-170 d.C. a causa di una profonda curva nelle variazioni climatiche della regione[19], furono in primo luogo gli influssi turanici e l’invasione mongola a determinare, dopo la caduta della Rus’ di Kiev, l’etnogenesi del nuovo superethnos russo e la creazione di un impero il cui processo di espansione ad Oriente assunse i connotati di una vera e propria missione spirituale.

Come ha affermato lo studioso Vladimir Karpets, “la presenza della terra di Rus e dei russi in un territorio compreso tra fiumi i cui nomi erano Ras/Rus/Ros’/Rus’ è emblematica del fatto che Rus fosse la terra ancestrale di una popolazione che portasse questo nome”[20]. Sia l’Avesta che il Rig Veda riportano, infatti, una particolare denominazione del fume Volga: rispettivamente Rangha/Rankha e Rasa[21].

Le fonti bizantine riportano che il nome geografico Rus venne attribuito a causa del particolare coloro “rosso” o “rossiccio” dei corpi e dei capelli delle popolazioni che abitavano questa regione. Tuttavia, la leggenda narra che durante la sua spedizione in Asia, Alessandro Magno, ordinò di costruire alle Porte del Caspio una muraglia sacra contro delle demoniache tribù del nord che non riuscì a soggiogare. Queste tribù vennero successivamente identificate con le bibliche ed apocalittiche genti di Gog e Magog. “Si può dire che il principe Gog del paese Magog, i principi Rosch e Mosoc (parole che ricordano in maniera impressionate i termini Rus e Ros) e Tubal, al pari dei principi di Edom (parola che significa ancora una volta rosso e che costituisce il paradigma di una perversa e demoniaca trasfigurazione di terre che a suo tempo furono considerate sacre), rappresentano tarde denominazioni simboliche bibliche dello stato escatologico”[22]. Appare dunque evidente sin dall’etimologia del termine “Rus” che la storia stessa della Russia è stata caratterizzata da una costante tensione dualistica tra una “Santa Russia Bianca”, espressione della derivazione divina della sua Autocrazia imperiale e dell’identificazione simbolica con l’indistinto Nord in cui persiste il primo giorno della creazione[23], ed una “Maledetta Russia Rossa” soggiogata dalle forze demoniache del nichilismo.

La prospettiva di Gumilev pur non prendendo specificamente in considerazioni tematiche relative al tradizionalismo, come già sottolineato, non è estranea ad una forma di pensiero religioso-filosofico abbastanza simile al mazdeismo che percepisce la storia come una perenne lotta tra il bene e il male.

Ora, secondo Gumilev la crisi della Rus’ di Kiev fu determinata dal crollo della passionarietà dovuto ad una diminuzione dell’unità ed all’accrescersi di interessi a breve termine rispetto ad obiettivi di lungo termine (divisione in principati con una chiara tendenza alla disgregazione). A ciò si aggiunse l’incontro ravvicinato con due superethnos: quello mongolo e quello europeo occidentale allora ancora dominato dai valori eroici propri del feudalesimo germanico.

La figura di Aleksandr Nevskij è centrale nell’elaborazione teorica di Gumilev. Egli, utilizzando il supporto mongolo per combattere l’espansionismo occidentale, ha rappresentato il primo principe della futura Grande Russia. “Egli è stato il padre di una generazione eroica e patriottica, pregna di spirito di sacrificio, i cui discendenti nel XIV secolo costituirono l’embrione del nuovo ethnos della Grande Russia”[24]. Nevskij sviluppò un nuovo modello comportamentale: il patriottismo altruistico. Una virtù che nella prospettiva filosofica del pensatore francese Joseph De Maistre ha una precisa origine divina[25].

Grazie ad Aleksandr Nevskij si manifesta per la prima volta la passionarietà russa volta alla capacità di sacrificare se stessi per un ideale di vittoria. Questa passionarietà, dominata dagli ideali di vittoria e sacrificio, secondo Gumilev, sarà sempre alla base della volontà dei comandanti russi di raggiungere il successo anche a costo di innumerevoli perdite.

Con Nevskij l’unione con i popoli asiatici diventa un dato di fatto e l’influenza mongola avrà un ruolo determinante sulla formazione del carattere etnico russo. L’alleanza con i mongoli, attraverso il pagamento di un tributo all’Orda d’Oro, permise alla Russia di preservare le fede cristiana ortodossa (unico elemento che univa tutti i russi del XIII secolo) dall’espansionismo della cristianità occidentale. Infatti, il codice etico mongolo, lo yasa, prevedeva una sostanziale tolleranza religiosa in cambio della totale sottomissione politica. Ciò permise di proteggere il nuovo Ethnos russo nella sua fase embrionale e dunque, nel momento in cui esso era più debole.

La Chiesa ortodossa giocò un ruolo determinante nella creazione politica della Grande Russia. Il progressivo accrescimento dello status di Mosca tra i principali centri russi con il trasferimento di residenza del metropolita riuscì ad attrarre nella città una generazione di energetici passionari accomunati dalla fede ortodossa. La futura capitale si dimostrò propositiva verso le sviluppo di un ethnos dinamico capace di espandersi inglobando nuovi gruppi di persone.

La battaglia di Kulikovo (1380), in questo contesto, ha segnato il definitivo emergere dell’Ethnos russo che, secondo Gumilev, è comparso cinquecento anni dopo quello europeo occidentale. Questa battaglia ha assunto il doppio significato di liberazione dal giogo mongolo e di definitiva separazione dall’Occidente. Di fatto, di fronte alle rivendicazioni del ribelle Manaj, inadatto al trono dell’Orda in quanto non diretto discendente di Gengis Khan ma supportato da Genova (potenza marittima che dalla Crimea attuava politiche commerciali aggressive nei confronti della Russia imperniate anche da un profondo disprezzo religioso), i russi decisero di schierarsi a favore del legittimo discendente al trono Tokhtamysh (ultimo grande Khan riunificatore dell’Orda d’Oro). Il successivo collasso mongolo dopo la battaglia di Ugra del 1480 segnò l’inizio dell’esistenza della Russia come superethnos.

Fu dunque tra il XIII ed il XV secolo che l’ethnos della Grande Russia emerse come combinazione delle etnie slava, ugro-finnica e tatara. Tuttavia, fu solo nel XVIII secolo che la Russia raggiunse le sue frontiere naturali e difendibili con l’emergere ai suoi confini di diversi subethnos e la presenza al suo interno di due diversi superethnos: quello islamico e quello ebraico. Di fatto, la Russia zarista sviluppò una forma imperiale genuinamente tradizionale e difficilmente comprensibile attraverso l’applicazione dei concetti di colonialismo e imperialismo propri della modernità occidentale[26].

La consapevolezza di rappresentare l’unico potere ortodosso indipendente consolidò la convinzione di un destino speciale all’interno del mondo. Mosca era ora la Terza Roma e tutti gli imperi cristiani erano confluiti in essa, come recitava la lettera dello starec Filofej a Vasilij III, figlio di Ivan III e Sofia Paleologa, e padre di Ivan IV il Terribile[27]. Mosca era allora erede di Bisanzio, della sua tradizione teologica, ideologica e culturale ma, allo stesso tempo, dalla plurisecolare dominazione mongola ereditò le sue precipue funzioni imperiali. La stessa espansione ad Oriente, espressione delle forze passionarie del superethnos russo secondo Gumilev, assunse i connotati dell’avanzata incontro a ciò che San Giovanni Damasceno, in un testo fondamentale per la fede cristiano-ortodossa, definì “l’Antica Patria perduta verso cui bisogna volgere gli occhi per pregare e venerare Dio”[28]. Ma la marcia verso Oriente rappresentò altresì l’ideale di realizzazione della “promessa bianca”, propria della tradizione tataro-mongola, di restaurazione dell’impero solare[29].  Un’espansione lungo la direttrice Ovest-Est dell’Eurasia che ha tradotto sul piano geografico le direttive dell’ampiezza e dell’esaltazione proprie alla dottrina islamica (si pensi al Viaggio Notturno del Profeta Muhammad, paradigma del percorso iniziatico) o alla marcia di Alessandro Magno verso Oriente dopo il suo innalzamento in cielo ad opera dell’angelo ad Alessandria d’Egitto[30]. Una prospettiva che verrà ripresa dagli eurasiatisti del ventesimo secolo; ben consci che solo la riscoperta metafisica dell’Oriente avrebbe consentito di salvare la Russia dall’oscurità nichilistica di un Occidente la cui religiosità si era già trasformata in una mera maschera esteriore moralizzante.

La fase di crisi del Superethnos russo inizia con la rivolta decabrista del 1825 e la rapida penetrazione nell’impero degli ideali progressisti propri della cultura occidentale del XIX secolo. Una penetrazione che ebbe un antecedente storico sotto il regno di Pietro il Grande, definito da Gumilev come un sovrano privo di passionarietà e dal padre dell’eurasiatismo Trubetzkoy come “il distruttore dei fondamenti ideologici dello Stato russo”[31].

Il parere di Gumilev riguardo al processo rivoluzionario in Russia, anche a causa del potenziale rischio di una ulteriore segregazione, non fu mai totalmente negativo. Egli riteneva il comunismo come una forma di subethnos il cui ideale, o stereotipo comportamentale, era il raggiungimento della giustizia e dell’eguaglianza sociale. Esso rappresentava una sorta di mini ciclo di etnogenesi della durata di cento anni la cui fase culmine era stata rappresentata dall’era staliniana. In questa prospettiva, la rivoluzione, il consolidamento del potere dei soviet sotto Stalin ed il progressivo decadimento alla sua morte non hanno prodotto la disgregazione del superethnos russo ma solo una combustione necessaria per rigenerare le forze del Vecchio Mondo. Di fatto, dopo il crollo dell’URSS e l’indecente era Eltsin, la legge e l’ordine sono stati ristabiliti e si è entrati nell’autunno dorato della nuova fase inerziale.

Anche lo scrittore francese Pierre Drieu la Rochelle, convinto assertore del potenziale ruolo geopolitico della Russia come forza unificatrice dello spazio europeo, a suo modo, riuscì ad intravedere una sostanziale continuità tra la Russia zarista e l’URSS: “Monarchia, aristocrazia e religione oggi sono a Mosca e in nessun altro luogo […] Mosca sarà la Roma finale”[32].

 

Conclusione.

Il pensatore e politico ungherese Ferenc Szálasi individuava nel territorio che abbraccia l’Asia e l’Europa l’area più potente del globo. Il continente eurasiatico, nella sua prospettiva, rappresentava la perfetta espressione organica dell’idea di grande spazio[33]: “un territorio capace di assicurare il fabbisogno morale, spirituale e materiale ai popoli riuniti in nazioni ed alle famiglie che vivono in questi popoli”[34]. Per realizzare una visione di vita comunitaria attraverso la quale i singoli popoli considerino naturale e necessaria la difesa della comunità di vita di questo grande spazio si rende necessario il contributo di un “popolo guida”: ovvero, di un popolo che “in virtù delle sue disposizioni naturali sia capace di dare vita ad un movimento organizzativo e ne sia il generatore organico”[35]. Il popolo guida è “quello che organizza la nazione politica in un più ampio organismo politico economico e sociale avente un suo destino comune”[36]. Szàlasi riconobbe il ruolo decisivo di diversi popoli guida nello sviluppo dell’esistenza organica della diverse aree dell’Europa: il popolo tedesco per ciò che concerne l’Europa nordoccidentale, quello ungherese per l’Europa sudorientale, quello di Francia e Italia per l’Europa sudoccidentale e quello della Russia per l’Europa nordorientale.

Ad oggi, con la sola eccezione della Russia, tutti i popoli che in passato hanno ricoperto il ruolo di guida in una precisa area geografica del subcontinente europeo si ritrovano sottoposti alla perniciosa influenza dell’etnocentrismo anglo-americano ed alla occupazione coloniale nordatlantica. In questo senso, solo la Russia, come unico paese sovrano ancora resistente ai tentativi di assimilazione ai dettami del più bieco liberalismo globalista, seppur sottoposto ad una costante guerra economica, si contraddistingue per il suo ethnos dinamico ancora capace di svolgere il ruolo di popolo guida per una reale emancipazione ed unificazione politica e non meramente economicistica dell’Europa. Una comunità in cui lo Stato non venga più sottoposto alla società e degradato in una zona di “immoralità e  violenza”. Ed una nazione che sia capace di opporsi all’universalismo dell’egemonia culturale anglo-americana che ha cancellato l’intera sovrastruttura dei concetti relativi allo Stato innalzata dal diritto pubblico europeo nel corso della sua evoluzione storica e con esso le distinzioni e pluralità spazio-temporali.

Pensatori come Pierre Drieu la Rochelle e Jean Thiriart furono dei precursori di questa prospettiva politica recentemente riproposta anche dal Progetto Grande Europa, espressione del Manifesto di Chisinau[37] redatto da diversi intellettuali europei. Il fondatore di Giovane Europa, infatti, oltre a constatare la presenza nel sottosuolo siberiano di ogni bene necessario al fabbisogno energetico e strategico di una Europa – grande  spazio eurasiatico – estesa  fino a Vladivostok, dichiarò: “se i russi vogliono staccare gli europei dall’America – e a lungo termine essi dovranno lavorare necessariamente per questo scopo – bisogna che ci offrano in cambio della schiavitù dorata americana, la possibilità di costruire un’entità politica europea. Se la temono il modo migliore di scongiurarla consiste nell’integrarsi con essa”[38].


NOTE

[1]    A. Dugin, The Fourth Political Theory, Arktos, Londra 2012, p. 47.

[2]    Ibidem, p.  48.

[3]    A. Dugin, L’ultimo punto di discesa all’inferno, su www.geopolitica.ru.

[4]    Sull’adattabilità del lavoro di Gumilev ai concetti della geopolitica si veda M. Conserva – V. Levant, Lev Nikolaevic Gumilev, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2005.

[5]    P. Savitsky, Foundations of Eurasianism, Arktogeya, Mosca 2002.

[6]    C. Mutti, L’isola e il continente, Editoriale Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici, No. XLVII – 2017.

[7]    K. Haushofer, Geopolitica della Pan-idee, Nuove Idee, Roma 2006, p. 12.

[8]    A. Dugin, Sixth Column, su www.geopolitica.ru.

[9]    Espressione che riadatta alla realtà della Russia attuale la famosa affermazione del generale franchista Emilio Mola sulla “quinta colonna” che avrebbe contribuito in modo determinante alla battaglia di Madrid ed alla sua conquista agendo dall’interno della capitale spagnola.

[10]  L. N. Gumilev, Etnogenez i biosfera, Zamli, Leningrado 1989, p. 55.

[11]  Ibidem. p. 61.

[12]  K. Haushofer, Geopolitica delle Pan-idee, op. cit., p. 123.

[13]  L. N. Gumilev, Etnogenez i Biosfera, op. cit., p. 74.

[14]  Ibidem, p. 79.

[15]  Ibidem, p. 102.

[16]  Konstantin Leon’ev, Bizantinismo e Mondo Slavo, Arktos – Edizioni all’insegna del Veltro, Parma-Carmagnola 1987.

[17]  P. Savitsky, op. cit.

[18]  I. Khaldun, The Muqaddimah; An introduction to history, Princeton University Press, Princeton Classics 2015, p. 123.

[19]  F. Altheim, La migrazione degli unni verso Occidente, su www.eurasia-rivita.it.

[20]  V. Karpets, The Rus od Rurik, su www.eurasianist-archive.com.

[21]  Ibidem.

[22]  A. Dugin, Continente Russia, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 1991, p. 17.

[23]  Espressione utilizzata dal poeta tedesco Rainer Maria Rilke che definiva la Russia come l’unico paese che confina con Dio.

[24]  L. N. Gumilev, Ot Rusi do Rossij: Ochercki etnicheskoi istorii, Mosca 1994, p.132.

[25]  J. De Maistre, Scritti politici. Studio sulla sovranità e il principio generatore delle costituzioni politiche, Cantagalli Editore – Classici Cristiani, Siena 2000. Scrive De Maistre: “L’uomo da solo non può dare un’anima comune a milioni di uomini. Non può accendere questo sacro fuoco che infiamma le nazioni”.

[26]  A. Kappeler, La Russia, Storia di un impero multietnico, Edizioni Lavoro, Roma 2006, p. 9.

[27]  A. Ferrari (a cura di), La Russia degli Zar, Grandangolo Storia – Corriere della Sera, Milano 2015.

[28]  San Giovanni Damasceno, De Fide Orthodoxa, Città Nuova, Roma 1998, p. 105.

[29]  A. Dugin, Russia segreta, Edizioni all’Insegna del Veltro – Collana Eletrrolibri, Parma 2014.

[30]  C. Mutti, Ulisse, Alessandro e l’Eurasia, su www.4pt.su.

[31]  N. Trubetskoy, Pan-Eurasian Nationalism, su www.eurasian-archieve.com.

[32]  AA. VV., Omaggio a Drieu La Rochelle, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 1997, pp. 67-68.

[33]  Sul concetto di “grande spazio” si veda anche C. Schmitt, Stato, grande spazio, nomos, Edizioni Adelphi, Milano 20016.

[34]  F. Szàlasi, Grande Spazio, spazio vitale, popolo guida, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2017, p. 19.

[35]  Ibidem, p. 59.

[36]  Ibidem, p. 10.

[37]  Si veda: Il Progetto Grande Europa:, su www.geopolitica.ru.

[38]  C. Mutti, Imperium. Epifanie dell’idea di Impero, Effepi, Genova 2005.

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Nato ad Iglesias il 26 ottobre 1982. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali (orientamento Storia e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa) presso l’Università degli Studi di Cagliari. Ha conseguito nel 2015 il diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.