L’incandescente situazione vicino orientale e nord africana, in particolare quella libica, necessita una lettura che sottolinei i punti fermi dai quali poter partire per una comprensione matura, non influenzata dalle confuse notizie di attualità; il ruolo di Gheddafi nello sviluppo libico, in particolare un accenno su come furono gestite le questioni di  petrolio e acqua può essere un punto di partenza.

Come tutte le ex-colonie, dopo aver raggiunto l’indipendenza formale nel 1951, la Libia rimase saldamente legata alle potenze che ne predicavano lo “sviluppo” senza concedere però una vera autonomia: l’importanza del Paese nel controllo del Mediterraneo, rendeva indispensabile per Stati Uniti e Gran Bretagna il mantenimento di due basi militari occupate durante la seconda guerra mondiale, la firma di un’alleanza militare Londra-Tripoli e quelle per la concessione agli Usa della base aerea di Wheelus Field come per la costituzione di una Lybian-American Reconstruction Commission. Quest’ultima comunque non riuscì minimamente a fornire un vero aiuto alla Libia continuando ad essere di carattere una tantum e di scarsa quantità e qualità, anche successivamente alla minaccia libica di avvicinarsi all’Urss. Per tutta questa serie di motivi, la situazione del popolo libico era piuttosto drammatica, senza possibilità di miglioramento e senza sovranità politica. Tale situazione continuò anche quando furono gettate le basi per quello che sarà il futuro miglioramento, con la scoperta di ingenti giacimenti petroliferi ed il loro sfruttamento da parte delle compagnie petrolifere occidentali: pur di procedere velocemente all’estrazione, la legge petrolifera del 1955 concesse l’uso dei pozzi alle principali compagnie mondiali, che sebbene secondo la legge sapevano che “il petrolio apparteneva al popolo libico” avevano la massima libertà di azione purché dividessero i profitti col governo al 50:50 e non indugiassero per troppi anni nella stessa zona. Già nel 1959 la Esso Standard Oil comunicò al Dipartimento di Stato Americano la scoperta di un ricchissimo giacimento in Cirenaica e il commento fu che “la Libia aveva vinto il suo Jackpot”. In realtà, anche se negli anni 60 la quantità di petrolio estratta aumentò vertiginosamente, la condizione del popolo libico rimase invariata, sia perché lo Stato riceveva soltanto una percentuale degli introiti, sia perchè la presenza militare straniera e la sudditanza rispetto a Stati Uniti e Gran Bretagna impedivano ogni autonomia (1).

La situazione cambiò considerevolmente con l’avvento di Gheddafi salito al potere in seguito alla rivoluzione del settembre 1969: la liquidazione degli interessi militari “occidentali”, lo smantellamento delle basi e l’aumento costante del prezzo del barile di petrolio portarono in poco tempo alla Libia moltissime entrate che poterono essere impiegate nello sviluppo di infrastrutture per il Paese. La seguente nazionalizzazione delle compagnie petrolifere portò a risultati entusiasmanti con la crescita costante degli introiti petroliferi, a fronte di una progressiva diminuzione dell’estrazione dell’oro nero (reazione dei Paesi Opec alla crisi dei primi anni 70).

In questo modo la Libia poté dotarsi di armi (provenienti da Francia, Usa, Gran Bretagna e soprattutto Unione Sovietica) nel tentativo di diventare una  potenza regionale, cosa che gli riuscì solo in parte (sia per la cattiva gestione di queste, sia per il fallimento di progetti pan-africani) e soprattutto poté realizzare, oltre che miglioramenti nelle infrastrutture in ogni campo (strade, sanità educazione, lavoro), uno dei più grandi progetti mai realizzati dall’uomo:  il “Great Man-Made River” ossia il colossale progetto di sfruttamento dell’acqua contenuta in enormi laghi sotterranei sparsi in tutto il territorio (bacino di Hammada a nord-ovest, di Murzuq a ovest, di Sirte e di Kufra nel sud-est) per rifornire la popolazione costiera cresciuta sempre più e da sempre bisognosa di acqua potabile. La prima fase di tale opera si concluse nel 1991 con il tratto che giunge vicino Bengasi, la seconda nel 1996 con il “grande fiume artificiale” che raggiunge Tripoli, la terza nel 2000 con la quale viene rifornito l’entroterra tripolitano, e le successive fasi, ancora da ultimare hanno come scopo di aumentare la portata degli acquedotti e aumentarne le diramazioni e collegarsi con Tunisia ed Egitto.

In definitiva la gestione lungimirante fatta dal 1969 in poi di alcune risorse del Paese, unita al raggiungimento della piena sovranità militare e politica, sono stati i passi fondamentali per un eccellente miglioramento della situazione per la popolazione libica, soprattutto in confronto ad altri Paesi ancora oggi alle prese con mancanza di sovranità e problemi fondamentali irrisolti. Lo stesso embargo Onu non ha impedito alla Libia di cooperare con numerose grandi imprese straniere e di acquisire conoscenze tecnologiche fondamentali per il futuro del Paese, così da poter fare a meno, almeno fino ad oggi, del ricatto rappresentato dai cosiddetti “aiuti allo sviluppo”.

Note
1) “La Libia e la cooperazione allo sviluppo” Massimiliano Cricco in “Gli aiuti allo sviluppo nelle relazioni internazionali” a cura si L. Tosi e L. Tosone, CEDAM.

*Matteo Pistilli è redattore di Eurasia

Articolo precedente

Mondo arabo in fermento: il caso giordano

Articolo successivo

La sfida totale del XXI secolo