In principio è stata l’amministrazione americana – con il sostegno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – a mettere a punto un pacchetto di sanzioni contro l’Iran e il suo programma nucleare. Lo scorso 9 giugno per la sesta volta dodici membri del Consiglio di Sicurezza hanno espresso il loro voto a favore delle misure restrittive da applicare all’Iran, accusato di essere restìo a ridimensionare la portata del suo programma nucleare. A più di un mese di distanza dalla presa di posizione americana e degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ora è arrivato il turno dell’Unione Europea. E proprio le sanzioni UE si annunciano più “dure” rispetto a quelle approvate a New York nel mese di giugno. Riuniti a Bruxelles, i 27 ministri degli Esteri della Ue hanno varato una lunga serie di sanzioni senza precedenti contro l’Iran. Se il pacchetto Usa mirava a colpire un parte consistente dell’apparato militare, ossia i Guardiani della Rivoluzione, le banche operanti all’estero sulle quali grava il sospetto di connessioni con il programma nucleare perseguito dal Presidente Mahmud Ahmadi-Nejad, e punta soprattutto ad imporre controlli serrati ed ispezioni a bordo delle navi cargo che effettuano attività di import ed export di prodotti all’interno e fuori dei confini nazionali iraniani, il blocco di sanzioni votato dall’Unione Europea a carico del governo iraniano, accusato di non rispettare il “Trattato di non proliferazione” da lui stesso ratificato, mira invece a colpire e indebolire il settore delle industrie del gas e del petrolio, attraverso l’introduzione di un divieto di nuovi investimenti in questi campi e di un divieto di assistenza tecnica e di trasferimento di tecnologie. Limiti e restrizioni i cui effetti si riflettono non solo entro i confini nazionali iraniani, bensì anche nel bacino degli innumerevoli rapporti commerciali con i principali partners economici: Russia, Cina, Arabia Saudita e perfino con l’Europa stessa.

A tal proposito, occorre tenere in considerazione numeri e cifre nel settore iraniano della produzione di petrolio, gas ed energia: l’economia persiana è dominata dalle industrie petrolifere, gestite a livello statale dalla National Iranian Oil Company che opera sui mercati internazionali attraverso l’esportazione di ingenti quantità di greggio. Calcolato in percentuali, l’Iran esporta circa due milioni e settecentomila barili di petrolio al giorno. Di questi, il 30% è destinato ai paesi europei (circa il 13% solo all’Italia), la restante percentuale è spartita tra i mercati asiatici e quello russo. Il principale acquirente di petrolio iraniano è senza dubbio la Cina, grande consumatrice di energia. In questo quadro, l’Iran si colloca al secondo posto – stavolta dopo la Russia – per quanto concerne il possesso di riserve di gas naturale, calcolato in 26 milioni di metri cubi corrispondente a circa il 18% delle riserve mondiali. Anche la preziosa riserva di gas è ovviamente un prodotto da esportazione verso i mercati esteri. Principale cliente ancora una volta la Cina. A cui fanno poi seguito il Giappone e l’India. Un’intricata ragnatela di molteplici rapporti commerciali con Asia ed Europa che potrebbe risentire del pesante pacchetto di sanzioni inviato da Bruxelles. 34 le società sottoposte alle misure restrittive decise e approvate dalla diplomazia europea, pronte a colpire duramente i maggiori istituti bancari iraniani per sospetta attività di finanziamento al programma nucleare iraniano. Le restrizioni cingono la vita della grande banca Melli, con filiali sparse in tutta Europa (Amburgo, Londra, Parigi) e già inserita nella lista Usa di istituti che sostengono (indirettamente) il progetto nucleare iraniano. Nel mirino delle misure Ue compaiono anche numerose personalità. Anche su di loro grava il sospetto di coinvolgimenti in attività legate al nucleare o di finanziamenti sottobanco per la realizzazione di missili balistici. Tra le persone sanzionate figurano: Ali Davandari, capo della banca Mellat; Mohammad Mokhber, Presidente del fondo d’investimento collegato alla Guida Suprema Alì Khamenei, nonché membro del CDA della Banca Sina.

Colpiti dalle restrizioni anche numerosi membri dei Guardiani della Rivoluzione. Frenate anche le operazioni di scambio attuate dalla principale società di navigazione nazionale – la IRISL – comprese le sue succursali dislocate in Asia, Medio Oriente ed Europa: Corea del Sud, canale di Suez, Alessandria in Egitto, Porto Said; ma anche Qatar, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, passando per la Germania, la Russia e il Kazakhstan. Le limitazioni sancite dall’Unione Europea a Bruxelles e varate a carico dell’Iran e del suo prolifico settore economico se per un verso mirano a mettere sotto stretta sorveglianza l’azione politica iraniana, legata a doppio filo al suo programma nucleare, dall’altro possono rivelarsi pericolose per l’Europa medesima dal momento che vanno a colpire il cuore dei rapporti commerciali dei principali partners europei: Roma, Berlino, Parigi per citare i più importanti hanno, nel complesso, un interscambio commerciale con l’Iran calcolato in 15 miliardi di euro, circa il 60% di tutti i rapporti commerciali dell’Iran con l’Unione Europea. A seguire, l’Olanda, la Spagna e la Grecia che insieme costituiscono il 25% dei rapporti commerciali fra Tehran e UE.

A sancire questo patto tra il Vecchio Continente e il Vicino Oriente ha contribuito pure la scelta del presidente iraniano di fissare i prezzi in euro per la vendita o l’acquisto di petrolio. Una decisione presa nell’ottobre del 2007, che ha favorito i partners europei e ha invece creato non pochi problemi al dollaro statunitense. L’Europa si fregia di una posizione migliore sulla bilancia commerciale internazionale. Ma proprio per tale ragione, non si può non soppesare la portata di una decisione così drastica presa a Bruxelles: sanzionare l’economia iraniana significa – per alcuni versi – limitare il mercato di casa propria.

Non si può escludere che l’Unione Europea, prima di varare il suo pacchetto di sanzioni, non abbia riflettuto in anticipo sugli effetti e le conseguenze che, una simile presa di posizione avrebbe potuto scatenare sul piano economico. Tra le società e gli organismi attivi nel controllo degli scambi strette nella morsa delle sanzioni figurano: Hanseatic Trade Trust e Shipping con sede ad Amburgo (Germania), Irinvestship Ltd con sede nel Regno Unito, la quale si occupa di prestiti e servizi legali, finanziari, assicurativi nonché di servizi di commercializzazione, noleggio e gestione dell’equipaggio. IRISL Ltd (Barking, Felixstowe) sempre dislocata in Inghilterra di proprietà al 50% della Irinvestship e al 50% della British Company Johnson Stevens Agencies, la quale fornisce coperture del carico e del servizio container fra l’Europa e il Medio Oriente, come pure due servizi distinti tra Medio Oriente e l’Estremo Oriente. IRISL Europe Gmhb, sempre con sede ad Amburgo in Germania. Appare chiaro quanta potenziale influenza detenga l’Islamic Republic of Iran Shipping Lines (ovvero, la società di navigazione nazionale iraniana) su territori strategici del Vecchio Continente: Germania e Regno Unito.

Gli effetti delle restrizioni entro i confini nazionali iraniani sono piuttosto evidenti: in primo luogo la mancanza di rifornimenti. L’Iran, non solo è il principale fornitore di petrolio sul mercato internazionale, ma è anche il maggiore acquirente di carburanti dall’estero. Il divieto di transito e di attracco di navi cargo nei porti iraniani comporta una perdita non indifferente di greggio e denaro. In secondo luogo, il divieto di attività imposto alle banche determina un’ingente perdita in termini di investimenti di capitali. Nessun istituto della Repubblica Islamica può aprire filiali in Europa, quindi nessuna potenza potrà investire o commerciare traendone delle garanzie o dei vantaggi. Alla mancanza di investimenti di capitali provenienti dall’estero potrebbe fare seguito l’indebolimento delle raffinerie e industrie iraniane, prive della tecnologia necessaria per produrre una quantità di energia tale da soddisfare il consumo dell’intera popolazione, per questo costretta ad importare il 40% del fabbisogno di carburanti.

Europa e Iran, un continente e una Repubblica in bilico tra interessi commerciali da tutelare e timori da spazzare via. Il governo iraniano non rinuncia al suo programma nucleare e, quindi non intende abbandonare la strada dell’arricchimento dell’uranio, pur avendo sottoscritto nei mesi passati accordi mediati da potenze altre. La diplomazia europea risponde a suon di sanzioni al fine di riportare l’Iran sulla “retta via dei negoziati”. Intanto, non tutti plaudono alla decisione di Bruxelles. Assai critica verso il pacchetto di sanzioni è apparsa subito la Russia. Difatti, Mosca ha immediatamente criticato la decisione presa dai 27 Ministri degli Esteri dell’euro-zona di approvare un nuovo pacchetto di misure restrittive ai danni dell’Iran, definendo la scelta “inaccettabile e soprattutto fuori dal quadro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. La presa di posizione russa arriva in una fase delicata dei suoi rapporti con Tehran. Rapporti ad alta tensione alimentati dalla decisione di Mosca di aderire al pacchetto di sanzioni varato il 9 giugno scorso dalla comunità internazionale. Ma l’Iran non sembra intimorita dalle minacce attuate dall’Unione Europea (messe nero su bianco nel documento pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 26 luglio 2010) e ha così replicato: “Il popolo iraniano non rinuncerà al suo diritto di produzione di energia tramite il nucleare e soprattutto non dimenticherà chi ha colpito e infastidito negli anni in cui percorreva l’irto sentiero del progresso scientifico e tecnologico”.

* Pamela Schirru è laureanda in Filosofia Politica (Università degli Studi di Cagliari)


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