Con il presente elaborato ci si propone di fare un breve escursus sulle esperienze di integrazione latinoamericana.  Partendo dal XIX secolo, dove troviamo la prima esperienza di integrazione, passeremo ad  analizzare quelle del XX secolo e, infine, l’evoluzione aggregativa  nel nuovo millennio. Senza addentrarci in un’analisi specifica di tutti i processi che sono esistiti ed esistono nella regione, ne offriremo una panoramica dei più rilevanti.

 

 

Gli albori

Citare Simon Bolivar è inevitabile quando si parla di sforzi di integrazione ed unità latinoamericana. Essendo stato uno dei personaggi più rappresentativi nella lotta per l’emancipazione dall’Impero Spagnolo, ha lasciato una testimonianza  importante che si rammenta sempre quando si parla dell’integrazione del subcontinente. Nella lettera nota come “Carta de Jamaica”, scritta nel 1815, possiamo vedere i tratti caratterizzanti l’idea bolivariana sulla tematica: “Io voglio più che altro vedere l’América come la più grande nazione del mondo, non tanto per le sue dimensioni e la ricchezza, ma per la sua libertà e la sua gloria […] formare di tutto il nuovo mondo una sola nazione con un solo collegamento che unisca le sue parti tra loro e con l’intero. Visto che ha una lingua, costumi e religione comune dovrebbe quindi avere un solo governo che confederasse gli Stati diversi da formare”.

Nel 1826, per iniziativa di Bolivar, si realizzò il cosiddetto Congresso di Panama che doveva rispondere a questo desiderio di unità, ma che, per diversi motivi, fallì. Tuttavia, la sua breve vita – che ha avuto luogo nel mese di giugno e luglio del 1826 – può ritenersi quale precursore dei futuri processi d’integrazione regionale.

Il contesto volatile di questo primo quarto di secolo ovviamente non era ottimale per il raggiungimento degli obiettivi che il Congresso aveva. In quegli anni le diffidenza tra le nascenti nazioni erano un dato di fatto, pertanto la frammentazione sembrava quasi insormontabile. Molti concordano sul fatto che la Gran Bretagna ebbe un ruolo “solvente” del processo integrativo; una grande Confederazione nel nuovo mondo rappresentava un pericolo, quindi sfruttò al massimo le differenze tra le nuove sovranità nascenti per dissuaderle dall’integrazione. La volontà di un uomo non era sufficiente.

Dobbiamo considerare che le idee di Bolivar non rappresentavano un caso isolato. Come dice Edmundo Heredia [1] non c’è un unico pensiero integrazionista, ma tutta una serie di idee su progetti e azioni.

Gli anni passarono, ed il subcontinente appariva completamente frammentato: la Grande Colombia sparì, cedendo il posto a una serie di piccole Repubbliche; le guerre scoppiarono tra i Paesi del Sud America e la regione fu preda di invasioni straniere: nel 1833 la Gran Bretagna invase le Isole Malvinas; la Francia intervenne in Messico e stabilì un blocco navale al “Río de la Plata”. L’assioma politico “divide et impera” aveva cosí la sua verifica empirica.

Con l’avanzamento del secolo, l’agente esogeno ebbe un’evoluzione. Gli Stati Uniti aumentarono la propria potenza e presenza nella regione controbilanciando l’involuzione del dominio inglese nell’area. Verso la fine del secolo gli Stati della regione si allinearono alla politica di potenza egemone emisferica in ciò che è noto come “panamericanismo”. Un sistema continentale di relazioni si volle stabilire con la conferenza di Washington del 1889. Il progetto naufragò, ma allo stesso tempo i suoi effetti continuarono a farsi sentire.

 

 

Integrazione

Il periodo del dopoguerra è considerato come il punto di partenza dei processi di integrazione; è in questi anni che prende piede il concetto d’integrazione come modo per soddisfare le nuove condizioni imposte dall’ordine economico internazionale ed il modello di accumulazione capitalistica [2]. È importante utilizzare la concettualizzazione che sottolinea la Professoressa Noemi Mellado [3] a tal proposito: Dobbiamo definire chiaramente il concetto di integrazione, per evitare come spesso accade, di confonderlo con il concetto di cooperazione.

L’integrazione è di natura strutturale, comporta un processo di creazione di uno spazio economico, politico e sociale quale risultato della compenetrazione strutturale, volontaria e solidale degli Stati facenti parte. Fondamentali sono gli interessi comuni il cui obiettivo è lo sviluppo e dove i suoi meccanismi e strumenti sono definiti nel Trattato di origine. L’integrazione contiene sempre un progetto politico coerente con gli obiettivi da raggiungere ed i suoi attori sono i popoli.

Dall’altra parte, la cooperazione mira a stabilire e concludere accordi  e progetti specifici, fondati sul reciproco interesse e convenienza. Non ci sono impegni addizionali e dura fino a quando è conforme allo scopo o fino al decadere dell’interesse originale. In questo caso, gli attori e i destinatari sono rappresentanti di interessi settoriali.

Il Trattato di Montevideo del 1960 ha dato vita all’Associazione Latinoamericana de Libero Scambio (ALALC dal suo acronimo in spagnolo). Il suo obiettivo era di arrivare a un mercato comune, ma questo è stato ben lungi dall’essere soddisfatto. Il processo non ha tenuto conto delle asimmetrie tra i Paesi che lo formavano e quindi, invece di ridurre le disuguaglianze, le ha aggravate. A meno di un decennio della nascita dell’ALALC, si era formato il  Patto Andino (PA), quale tentativo di sopperire alle lacune del suo antecedente.

L’idea del PA era di creare uno spazio che potesse permettere alle piccole economie latinoamericane di competere con i mercati più sviluppati della regione. Una caratteristica degna di nota è che introduceva una struttura comunitaria separata dalla volontà dei governi nelle decisioni in materia di integrazione [4]. Il “Manifesto di Cartagena” del 1979 ne rilanciava il processo e gli dava una nuova proiezione politica: imbastiva un impegno alle istituzioni democratiche e adottava, verso l’esterno, una politica comune [5].

Nell’ambito di una ALALC morente fu firmato, nel 1980, quello che potrebbe esser chiamato Trattato di Montevideo II. Con tale trattato, l’ALALC resuscitava con il nome di Associazione Latinoamericana di Integrazioni (ALADI). Inizialmente con l’intento di creare una zona di preferenza economica e, nel lungo termine, un mercato comune. In concreto si cercava di salvare il processo rendendolo più flessibile e senza un programma di integrazione troppo generico.

 

 

Lo spostamento verso l’ortodossia

Negli anni ’80, l’America Latina non ha più potuto resistere  alle pressioni neoliberiste. Le economie subregionali abbandonarono i loro modelli economici di crescita “verso l’interno” esausti, e si proiettarono verso un modello “aperto” con lo scopo di inserirsi in un contesto di internazionalità dell’economia. Iniziò così il modello d’integrazione che la CEPAL [6] definì come “regionalismo aperto”.

Questo tipo d’integrazione si caratterizzò per l’apertura ed il suo profilo prettamente commerciale. Anche i processi precedenti fecero propria tale connotazione al punto di perdere l’essenza alla base della loro stessa formazione iniziale.

Negli anni ’90 gli Stati Uniti tornano nella mischia al fine di ottenere una zona di libero scambio emisferica. Dal momento che tutti gli Stati si erano orientati verso un modello di liberalizzazione e di apertura economica e, inoltre, erano allineati alla Casa Bianca in modo quasi automatico, questo progetto sembrava possibile, ma né l’Iniziativa per le Americhe di Bush senior e né l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA per il suo acronimo in spagnolo)  vedranno la loro piena realizzazione. Alla fine del decennio, infatti, l’impatto disastroso del neoliberismo rese inattuabili queste due opzioni. Tuttavia nell’insuccesso si scorgeva una possibilità di cambiamento: prendevano vita idee per un nuovo tipo di integrazione.

 

 

Lo spostamento verso l’eterodossia

I processi di integrazione latinoamericana hanno seguito principalmente due parametri: un modello di integrazione chiuso ed uno aperto. Il primo decennio del XXI secolo coincide con una fase in cui i processi seguono uno schema completamente diverso anche se, ovviamente, persistono le caratteristiche dei regimi precedenti.

La domanda legittima da porsi è: siamo di fronte ad un nuovo tipo di struttura integrativa o piuttosto stiamo assistendo ad un ritorno ad un vecchio schema paradossalmente inedito?

Possiamo dire che siamo di fronte  ad un nuovo modello, la cui struttura è una miscela dove persistono elementi delle integrazioni precedenti e dove si  ritorna ad una riproposizione dell’idea integrativa bolivariana. Si cerca di integrare i popoli non solo in termini economici ma anche politici, sociali, culturali, di difesa; ottenere un’unione per affrontare i poteri stranieri “colonizzanti”.

L’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) è stata istituita nel 2004 – allora era nota come Comunità Sudamericana delle Nazioni. Nasce affermando due processi d’integrazione aperta: la Comunità Andina (CAN), il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR) e aggiunge il Suriname e la Guyana (Paesi che non erano parte di questi processi). Pertanto l’UNASUR è un processo ampliato che secondo Da Silva e Orso [7] è un modello di integrazione che include un’area commerciale ed un’articolazione produttiva ed economica ampia, con nuove forme di cooperazione politica, sociale e culturale, pubblica e privata​ e altre forme di organizzazione della società civile [8].

Va notato che i processi ereditati dagli anni ’90, in questo nuovo contesto, sono cambiati. Il MERCOSUR, per citare un esempio, economicamente ora ha un profilo produttivista.

 

 

Un brodo di opzioni integrazioniste

Siamo in presenza di ciò che Aravena [9] chiama un “eccesso di offerta di opzioni di integrazione” che a prima vista, ci mostra una regione più frammentata che unita.

In questo “brodo di processi” c’è una rottura fondamentale. Seguendo Aravena la frammentazione di proposte tende a consolidarsi attorno a due aree principali: Nord America Latina (con il Progetto Mesoamerica [10]) e Sud America (con l’UNASUR) [11]. Entrambi i poli sembrano avere difficoltà a congiungersi perché il loro rispettivo carico sarebbe lo stesso: il Messico conduce il primo blocco, mentre il secondo vede  il Brasile quale forza trainante. Ciò significa che entrambi i Paesi hanno progetti di leadership regionali e ciò è alla base dell’incompatibilità tra i due modelli. Per ovviare a tale conflittualità è stato creato di recente un “luogo d’incontro” tra i due blocchi: la CELAC.

Teoricamente, un terzo polo può far riferimento alle proposte del Venezuela il cui asse passa attraverso l’Alleanza Bolivariana per l’America Latina e i Caraibi (ALBA) [12]. Nel caso dell’ALBA va detto che non ci troviamo dinanzi a una miscela in termini teorici di vecchi modelli, poiché il suo spirito è in contrasto con le politiche degli anni ’90.

Più precisamente, il terzo polo è conosciuto oggi come l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli (ALBA-TCP) per tenere conto di un accordo commerciale firmato tra Bolivia, Cuba e Venezuela.

La Comunità dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC per il suo acronimo in spagnolo) è lo spazio che supera la polarizzazione di schemi. Creata nel 2010 è composta da 33 membri ed è il luogo in cui si discutono le problematiche dell’intera regione senza la presenza degli Stati Uniti. Pertanto, al di là del forte senso di identità e di retorica che dà luogo alla CELAC, la geopolitica ne rappresenta lo sfondo. A questa si contrappone L’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) che però soffre di illegittimità nel ruolo di forum per risolvere le questioni regionali in quanto la presenza degli stati del Nord (Stati Uniti e Canada) limita la pertinenza regionale dell’istituzione stessa. In questo senso diventa ancor più importante la citata CELAC.

A tal proposito l’enfasi messicana sulla nascita di questo blocco non è affatto casuale. Il Messico era molto lontano dal Cono Sud guidato dal Brasile, quindi quest’integrazione rappresenta uno strumento che gli permetterebbe di mantenere i contatti con gli attori della regione latinoamericana.

Concordiamo con l’affermazione di Carlos Alvarez [13] per il quale la CELAC ha una duplice missione: in primo luogo, discutere le iniziative che mirano alla meta rinviata di unità latinoamericana. In secondo luogo, articolare agende, programmi e visioni tra i vari organismi sub-regionali e superare le divisioni e la duplicazione.

 

 

Riflessioni 

La gamma di opzioni integrazioniste rappresenta paradossalmente una vastità di opportunità volte a frammentare la regione. L’unità sembra raggiungibile a livello subregionale e non a livello regionale. Tale  “unità micro” appare potenziata da questioni geopolitiche e non tanto per ideali di unità. Recentemente, in conformità a quanto detto, il Cile, la Colombia, il Messico ed il Perù hanno costituito l’Alleanza del Pacifico (AP), che sembra in contrasto con il MERCOSUR.

Il recente ingresso del Venezuela (nel MERCOSUR) può essere letto come una risposta a questa offensiva del Pacifico, dato che aggiunge peso allo schema del Cono Sud. Ovviamente queste due micro unità sono il risultato della condivisione ideologica dei suoi membri. Economicamente gli Stati del Pacifico si caratterizzano per essere “più liberi” della sub-regione atlantica, quest’ultima invece segue modelli più eterodossi. Nel mezzo c’è il Paraguay, ora guidato da un governo di fatto più vicino ad ideologie liberali che eterodosse e l’Uruguay, spesso in contrasto con il protezionismo dei suoi vicini (Argentina e Brasile), ma in fondo ideologicamente vicino ad essi.

L’AP per il Messico significa rafforzare la sua necessità storica di avvicinarsi al continente meridionale, che fino a poco tempo fa è stata indebolita. Inoltre, come precedentemente detto, la CELAC ha in parte tale obiettivo. Allo stesso tempo, l’UNASUR ospita al suo interno delle differenze in base alla lettura che se ne da del suo ruolo: può esser vista come un efficace spazio di unità, perché riesce a riunire i Paesi con diverse ideologie e come uno spazio che cela la disunione. I fatti sono gli unici che possono determinare la prima visione, ossia di efficace strumento di unità. Potremmo dire che, nonostante le differenze – che ci saranno sempre – l’UNASUR ha i suoi meriti nel palesare unità oltre le differenze e questa “unità meso-regionale” finisce con lo scontrarsi con i progetti di leadership del Messico. Quanto detto dimostra una frammentazione importante nella regione, ma allo stesso tempo, comprendere le differenze non significa necessariamente disunione. Così entrambi i poli si ritrovano nella CELAC, sforzandosi di raggiungere quell’unità latinoamericana a livello “macro”, sospesa dal Congresso di Panama del 1826.

 

*Maximiliano Barreto è laureando in Relazioni internazionali all’Università Nazionale di Rosario (Argentina)

 

 

NOTE:

1 Dottore in Storia all’Università Nazionale di Cordoba e ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CONICET) (Argentina). In: “Relaciones Internacionales Latinoamericanas. 1 Gestación sin nacimiento”, Nuevohacer –GEL, Buenos Aires, 2006. Cap. V.

2 MELLADO, Noemí, “Los modelos ALALC, ALADI Y MERCOSUR”, in Cátedra Internacional Andrés Bello/Argentina (org.), Integración y Cooperación Atlántico-Pacífico, UNR Editora, Rosario, aprile 2002.

3 Direttore dell’Istituto di Integrazione Latinoamericana, Università Nazionale di La Plata (Argentina).

4 ZANIN, Gabriela, “Los nuevos desafíos de la integración latinoamericana: las negociaciones entre la CAN y el MERCOSUR (1998-2000)”; in Cátedra Internacional Andrés Bello/Argentina (org.), Integración y Cooperación Atlántico-Pacífico, UNR Editora, Rosario, aprile 2002.

5 Ibídem.

6 Commissione Economica per l’America Latina ed il Caraibe (CEPAL). Agenzia delle Nazioni Unite (ONU).

7 Carlos Alfredo Da Silva ha una laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, insegnante e ricercatore presso l’Università Nazionale di Rosario (Argentina). Javier Alejandro Orso si è laureato in Relazioni Internazionali, professore alla Università Nazionale di Rosario (Argentina).

8 Da SILVA, Carlos A y ORSO, Javier A., “La viabilidad de la UNASUR: una alternativa frente a la compleja trama globalizante”, documento presentato al X congresso regioni frontaliere BRIT in transizione. I confini del Cono Sud dell’America e del mondo: studi su lo locale / globale, organizzato dalla Universidad Arturo Prat (Cile), l’Università di Tarapacá, Arica (Cile) e l’Università privata di Tacna (Perù), condotto in le città di Arica e Tacna, dal 25 al 28 maggio 2008.

9 Francisco Rojas Aravena, Dottore in Scienze Politiche, Università di Utrecht, Paesi Bassi. Master in Scienze Politiche, FLACSO. Specialista in relazioni internazionali e sicurezza internazionale. Segretario Generale della FLACSO (2004-oggi). E ‘stato Direttore FLACSO – Cile (1996-2004).

10 Si tratta di un progetto di sviluppo regionale che raggiunge i nove stati del sud-est messicano e sette paesi dell’istmo centroamericano. Nel 2006 è entrata la Colombia. In: ROJAS ARAVENA, Francisco, “Integración en América Latina: Acciones y Omisiones: Conflictos y Cooperación”, IV Informe del Secretario General de FLACSO, Santiago, Chile, mayo de 2009, pag. 34.

11 ROJAS ARAVENA, Op. Cit., pag. 10.

12 Precedentemente chiamata Alternativa Bolivariana per l’America Latina ei Caraibi. Ha cambiato il suo nome al fallimento dell’ALCA, alla quale era un’alternativa.

13 L’ex Vice Presidente dell’Argentina. Oggi è il Segretario Generale della ALADI.

14 ALVARES, Carlos, “El desafio de la Celac”, articolo di opinione pubblicato in News Info, 7 agosto 2012, disponibile online: http://www.infonews.com/2012/08/07/politica-33024- la-sfida-of-the-celac.php (consultato il 12 agosto 2012).

 

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