Fin dalla seconda metà degli anni ’70 i Paesi maggiormente industrializzati hanno conosciuto un fenomeno previsto con largo anticipo dall’economista e demografo francese Alfred Landry, il quale aveva condotto studi comparati che gli permisero di vaticinare che nel corso degli ultimi decenni del XX secolo le nazioni ad alto livello di sviluppo sarebbero state le prime ad esser colpite da una fortissima “rivoluzione demografica” capace di portare i tassi di natalità al di sotto della soglia minima d’emergenza (2 figli per donna, che garantisce il ricambio generazionale). Secondo Landry la diffusione a macchia d’olio di politiche imperniate sui concetti elaborati dall’economista e demografo britannico Thomas Robert Malthus avrebbe innescato un processo di riduzione demografica difficilmente reversibile, promosso senza badare a spese dalle consuete fondazioni “filantropiche” di cui quella che fa capo a John D. Rockefeller rappresenta la punta di diamante. Nel 1952 Rockefeller fondò il Population Council, un organismo incaricato di incoraggiare una transizione dall’equilibrio della popolazione pre-industriale – dove l’equilibrio era dato dalle natalità e mortalità parimenti incontrollate – a quello della popolazione post-industriale – dove il controllo della mortalità avrebbe compensato quello della natalità –, ideata dall’università di Princeton allo scopo ufficiale di combattere la povertà di masse umane ridotte allo stato di sussistenza, cosa che costituirebbe la causa primaria del sottosviluppo economico del terzo e quarto mondo.

Ma l’inattuabilità dell’equilibrio post-industriale è ampiamente dimostrata dagli esiti prodotti nei Paesi ad alto livello di sviluppo. Il miglioramento qualitativo dell’alimentazione, le misure igieniche, l’alfabetizzazione hanno fatto in modo che dal 1950 a oggi il tasso totale di fertilità – ovvero il numero di figli per donna – si contraesse in misura assai rilevante in Occidente. Le ripercussioni in ambito planetario prodotte da questo fenomeno hanno provocato una diminuzione della media mondiale da circa 5 ad appena 2,5 figli per donna, in previsione di toccare quota 2,2 entro il 2050. Dalla fine degli anni ’70 Stati Uniti, Australia, Europa, Russia (dove gli effetti prodotti dalla perestroijka di Mikhail Gorbaciov e della shock therapy imposta da Boris El’cin dietro il pungolo dell’economista Jeffrey Sachs hanno aggravato considerevolmente il fenomeno) e Giappone hanno cominciato ad imbattersi in difficoltà crescenti per quanto riguarda il ricambio generazionale. Questa inerzia ha obbligato l’ONU a rettificare le proprie previsioni, annunciando che l’Europa perderà il 21% della popolazione autoctona entro il 2050, mentre il Giappone registrerà un calo pari al 17%. Tra poco meno di quarant’anni, si prevede che, tra le nazioni ad alto livello di sviluppo, solo gli Stati Uniti figureranno nella classifica dei primi dieci Paesi più popolosi al mondo. L’immigrazione sta mitigando notevolmente questi effetti, ma non in misura tale da invertire la tendenza di base.

La brusca frenata demografica ha poi generato l’invecchiamento medio delle popolazioni, innescando quella particolare sinergia negativa rappresentata dal cosiddetto “effetto leva”  prodotto dai vecchi sui giovani, capace di aggravare sensibilmente la situazione nei Paesi ad alto livello di sviluppo. In Occidente, gli individui che hanno superato la soglia dell’età riproduttiva (che si aggira attorno ai 50 anni) godono di tutti i benefici garantiti dalla modernità, a differenza di coloro che si trovano nel pieno dell’età fertile, relegati alla marginalità sociale dalla precarietà lavorativa, della crescente contrazione dei salari e dalla ostinata renitenza delle persone in età avanzata a lasciare i posti di lavoro che hanno occupato per decenni. Queste condizioni impediscono o scoraggiano fortemente la formazione di nuovi nuclei familiari accelerando nel contempo il processo di rovesciamento delle “piramidi demografiche”, in modo tale che una fascia numericamente soverchiante e sempre crescente di individui in età avanzata finisca per gravare – in termini di pensioni, assistenza sociale e medica, ecc. – su di una cerchia sempre più ristretta di individui in età fertile, compromettendo il ricambio generazionale e rivelando la correttezza della profezia di Alfred Landry.

Questo profondo mutamento ha determinato il trasferimento dell’asse di crescita demografica dal mondo sviluppato ai Paesi in via di sviluppo. Attualmente, circa l’82% della popolazione mondiale vive in regioni classificate dall’ONU come “meno sviluppate”, rispetto al 68% del 1950. Si prevede che la tendenza sia destinata ad accentuarsi poiché, entro il 2050, gran parte dell’incremento demografico dovrebbe verificarsi nei Paesi in via di sviluppo, con particolare riferimento all’Africa. Le Nazioni Unite stimano che entro il 2050 la popolazione africana passerà dal miliardo odierno a 2,2 miliardi di persone. Oggi in Africa risiede il 15% della popolazione mondiale, ma nei prossimi quarant’anni peserà per il 49% dell’incremento demografico complessivo. L’alto tasso di fertilità si colloca alla base di questa crescita impetuosa (4,5 figli per donna, rispetto a una media globale di 2,5) e costituisce la ragione fondamentale del fatto che il 40% circa della popolazione del continente nero abbia meno di 15 anni, a fronte di una media mondiale che si aggira attorno al 27%. Queste statistiche spingono il professore di economia presso l’università di Harvard David E. Bloom (membro dell’Aspen Institute, assai vicino alle posizione dei Rockefeller) a redigere un documento in cui si indica che:

«Alla luce delle difficoltà economiche che caratterizzano la maggior parte del continente, i governi locali dovranno compiere sforzi considerevoli per offrire valide prospettive di lavoro a un così vasto numero di persone. Se non ci riusciranno, la popolazione è destinata con ogni probabilità a impoverirsi ulteriormente, con gravi conseguenze politiche e sociali. Ridurre la fertilità è dunque la sfida maggiore per l’Africa, dal momento che l’alto numero di figli per donna rappresenta la principale ragione del rapido incremento demografico. Affrontarla significa fornire strumenti di contraccezione alle donne che vogliono limitare il numero di figli o posporre le gravidanze, il che presuppone a sua volta che le leadership africane si impegnino in modo onesto e socialmente responsabile sul fronte del controllo delle nascite»1.

La connotazione “filantropica” del progetto promosso da Rockefeller e della ricetta dispensata dal professor Bloom decade tuttavia in maniera fragorosa alla luce dei contenuti del National Security Study Memorandum 200 (NSSM 200), uno studio redatto da Henry Kissinger nel 1974 dietro esplicita richiesta del vicepresidente Nelson Rockefeller. All’interno di tale documento, Kissinger evidenziava il nesso esistente tra incremento demografico e sviluppo della potenza politico-economico-militare nazionale, individuando nello spopolamento di intere regioni mondiali l’unica soluzione in grado di salvaguardare la supremazia americana minacciata dal crescente ruolo politico e strategico che le nazioni più popolose del pianeta stavano meticolosamente ritagliandosi. Suggeriva pertanto di porre sotto controllo statunitense la produzione e la distribuzione del cibo a livello planetario. Sotto questo aspetto, «Le sfide maggiori da affrontare – sostenne Kissinger – saranno l’aumento della produzione alimentare nei paesi in via di sviluppo e la liberalizzazione del sistema attraverso cui il grano viene trasferito commercialmente dai paesi produttori a quelli consumatori»2. Questo documento – desecretato soltanto nel 1989 dietro forti pressioni esercitate da parte di associazioni pubbliche e scienziati di altissimo livello – indicava implicitamente la necessità, da parte di  Washington, di mettere in atto la “rivoluzione verde” escogitata dalla Rockefeller Foundation, che suggeriva di eliminare qualsiasi limitazione doganale allo scopo di facilitare l’inondazione dei mercati mondiali di grano prodotto negli Stati Uniti.

Per capitalizzare questo obiettivo, Kissinger proponeva «L’espansione della produzione di beni accessori, necessari al sistema agricolo (fertilizzanti, forniture per accedere all’acqua, semi per terreni ad elevata produttività, ecc.) e l’aumento degli incentivi per incrementare la produttività dei terreni»3. Naturalmente, le imprese multinazionali statunitensi operanti nel settore dell’agri-business si sarebbero occupate di fornire tali “accessori”; affinché Monsanto, Archer Daniels Midland Company, Bunge, Continental Grain, Nestlé, Tyson Foods, Smithfields e Cargill potessero adempiere al meglio a questa importantissima funzione, Kissinger auspicava «Nuovi accordi internazionali sul commercio sul commercio dei prodotti agricoli, abbastanza elastici da permettere la massima redditività ai produttori efficienti»4. A circa un ventennio (1995) dalla stesura del NSSM 200, nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio – o World Trade Organization (WTO) –, allo scopo di supervisionare e regolare gli accordi internazionali. Tale organismo favorì in ogni modo l’attività delle multinazionali dell’agri-business, agevolando la diffusione planetaria degli Organismi Geneticamente Modificati (OGM), anche attraverso l’ingiunzione alla renitente Unione Europea di spalancare le proprie porte alla produzione e al commercio di questo genere di prodotti malgrado gran parte dell’opinione pubblica e dei rappresentanti politici del Vecchio Continente fossero fortemente contrari a ciò.

La “globalizzazione” di questi prodotti disciplinata ed imposta obtorto collo da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ha alterato disastrosamente il mercato e la produzione interna dei paesi in via di sviluppo, cosicché essi perdessero l’autosufficienza alimentare e divenissero dipendenti dal cibo importato. Ad aggravare la situazione contribuì in maniera determinante il Commodity Modernization Act escogitato da Larry Summers e Timothy Geithner, che estese il mercato dei derivati energetici al campo alimentare; un invito a nozze per la speculazione. Per oltre due miliardi di persone nel mondo che spendono più della metà del loro reddito per sfamare le proprie famiglie, gli effetti scaturiti dalla sinergia negativa tra attività delle multinazionali dell’agri-business, deregolamentazione del mercato dei derivati finanziari e speculazione sono stati terribili. In seguito all’esplosione del prezzo del grano dovuta alla speculazione (che è alla base dello scoppio della rivolta tunisina del dicembre 2010), nel 2008 quasi un miliardo di esseri umani divennero dall’«Alimentazione insicura»5, secondo la definizione dell’ONU.

«Chi controlla il cibo controlla i popoli»6, ammoniva giustamente Henry Kissinger, poiché il nesso che intercorre tra cibo e demografia risulta evidente. «I programmi per la riduzione della popolazione e per la diffusione delle colture geneticamente modificate – sostiene William Engdahl – facevano parte della stessa strategia ad ampio raggio: una drastica riduzione della popolazione – o genocidio, che dir si voglia – attraverso la sistematica eliminazione di intere etnie, come risultato di un preciso disegno politico criminale, presentato sotto la presentabile etichetta di “soluzione del problema della fame nel mondo”»7.

 

Note:

1– Transatlantic Watch. L’economia della demografia: quota sette miliardi, www.aspeninstitute.it/system/files/private_files/2012…/indice56.pdf.

2 – Henry Kissinger, National Security Study Memorandum 200, April 24th 1974. Implications of Worldwide population Growth for US Security and Overseas Interests, www.population-security.org/11-CH3.html.

3 – Ibidem.

4 – Ibidem.

5 – Global Labour Institute, Food Crisis—Financializing Food: Deregulation, Commodity Markets and the Rising Cost of Food, http://www.globallabour.info/en/2008/07/financializing_food_deregulati.html.

6 – William Engdahl, Agri-Business. I semi della distruzione. Dal controllo del cibo al controllo del mondo, Arianna, Casalecchio (BO) 2010.

7 – Ibidem.

 

Articolo precedente

SIRIA: IL “PROBLEMA” È VERAMENTE AL-ASAD?

Articolo successivo

MALI, UN PAESE DIVISO TRA RIVOLTE TUAREG, INTERESSI INTERNAZIONALI E AL-QAEDA