“Mi rivolgo a voi Italiani ed a tutti i popoli che si affacciano sulle coste del Mediterraneo. È giunta l’ora che il Mediterraneo torni ad essere il Mare Nostrum, nel senso che deve appartenere unicamente alle nazioni stanziate sulle sue rive. Non possiamo più consentire che potenze geograficamente lontane debbano conservare la loro supremazia militare e marittima sul nostro mare. Dobbiamo, prima o poi, liberarcene, perché i tempi sono maturi per una svolta strategica”.

(Mu‘ammar Gheddafi, Discorso ai vertici militari italiani nella caserma di Tor di Quinto, 30 agosto 2010)

 

Il Mediterraneo visto dai Mediterranei

Il Mediterraneo, che i Greci chiamavano “il nostro mare”[1] o “il mare presso di noi”[2], in un celebre passo del Fedone è rappresentato dall’immagine di uno stagno intorno al quale brulicano le formiche o gracidano le rane, ossia i popoli stanziati sulle sue rive. Dice infatti il Socrate platonico: “Sono convinto che la terra sia qualcosa di immenso e che noi, che la abitiamo dal Fasi fino alle Colonne d’Ercole, ne abitiamo solo una piccola parte, quella in prossimità del mare, come formiche o rane intorno a uno stagno; e che altrove abitino molti altri popoli, in molti luoghi simili a questo”[3]. I limiti estremi di questo spazio sono segnati ad ovest dalle Colonne d’Ercole e ad est dal Fasi, il fiume dell’antica Colchide che oggi è chiamato Rioni e scorre nella Georgia occidentale; perciò il Mar Nero (l’antico Ponto Eusino) è considerato come una semplice rientranza dello “stagno” mediterraneo. La natura “lacustre” del Mediterraneo è ribadita dalla denominazione latina di internum mare[4]. Per quanto invece concerne la famosa espressione mare nostrum o nostrum mare, essa venne applicata al Mare Tirreno in seguito alle guerre puniche ed alla conquista romana della Sicilia, della Sardegna e della Corsica. La prima attestazione si trova nei Commentarii de bello Gallico: nel 54 a.C., dovendo allestire una flotta per la spedizione in Britannia, Cesare progettò navi un poco più basse di quelle “che siamo soliti usare nel nostro mare (in nostro mari)”[5], idonee ad essere tratte rapidamente in secco sulle coste dell’isola atlantica. Successivamente l’attestazione di “nostrum mare” è nel Bellum Iugurthinum di Sallustio[6]; poi, a partire dal 30 a.C., quando Roma estese il proprio dominio dalla penisola iberica all’Egitto, mare nostrum fu il nome con cui gli autori latini indicarono il Mediterraneo in tutta la sua estensione[7]. Quanto al termine Mediterraneum mare, esso venne usato soltanto dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente: compare per la prima volta nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia (560 ca-636)[8].

Ma qual è il significato dell’aggettivo che venne ad imporsi per qualificare il mare che prima era designato come nostrum? Presso gli autori latini mediterraneus, -a, -um (che è un calco sul greco μεσόγειος, -α, -ον) significa “situato nell’entroterra”, quindi “lontano dalla costa”[9]; l’aggettivo sostantivato mediterraneum, -i o, al plurale, mediterranea, -orum indica “l’interno di un paese, l’entroterra”[10]. Quindi, se ci è concesso citare un antichista di cui si vorrebbe decretare la damnatio memoriae, il termine geografico in questione “ha l’aria d’essere sinonimo di ‘mare conclusum’ e lo descrive infatti come un mare chiuso in un vaso di terra”[11].

Il Mediterraneo è dunque essenzialmente un mare interno, situato nel cuore della massa continentale euro-afro-asiatica come un naturale continuum, quasi una cerniera, fra l’Eurasia e l’Africa. D’altronde il medesimo concetto è espresso anche dal nome che ad esso danno popoli rivieraschi di lingua araba: al-Baḥr al-Mutawassiṭ, ossia “il mare mediano”, “il mare centrale”.

L’immagine del Mediterraneo stravolta dai suoi occupanti

Questa terminologia, insieme con la visione della realtà geografica che essa ha rappresentato nel corso dei secoli, è oggi contraddetta e stravolta da un’altra terminologia: quella che la potenza statunitense ha potuto imporre ed ufficializzare dopo la sua vittoria militare nel secondo conflitto mondiale e dopo l’ulteriore vittoria nella guerra fredda.

Si rifletta sul significato di uno dei numerosi acronimi anglosassoni che vengono usati nella maggior parte delle lingue europee: NATO, ossia North Atlantic Treaty Organization. Come è noto, il Trattato dell’Atlantico del Nord, ossia il Patto Atlantico, fu stipulato il 4 aprile 1949, “per la sicurezza e il benessere economico dell’area nord-atlantica”, tra Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Islanda, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Francia, Italia e Portogallo. Si rifletta inoltre sul fatto che fin dall’inizio tra i paesi “nordatlantici” sono stati inseriti d’ufficio non soltanto i Paesi Bassi ed il Belgio, i quali – come la Germania Federale che aderirà alla NATO nel 1955 – si affacciano sul Mare del Nord, che è un golfo dell’Atlantico, ma anche l’Italia e il Lussemburgo, paesi che non sono certamente bagnati dall’Oceano Atlantico (anzi, il Lussemburgo non ha nessuno sbocco sul mare); e che nel 1952 sono entrati a far parte di questa anomala “comunità atlantica” due paesi mediterranei quanto l’Italia, ossia la Grecia e la Turchia.

Oggi la geografia della NATO considera “nordatlantici” altri dodici paesi: la Repubblica Ceca, la Polonia, l’Ungheria, la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia, l’Albania, la Croazia, il Montenegro. Quattro di essi (l’Albania, il Montenegro, la Croazia ed anche la Slovenia) sono paesi mediterranei; quattro (la Polonia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania) sono bagnati da un mare europeo praticamente chiuso, il Baltico; altri due (la Bulgaria e la Romania) si affacciano su un altro mare chiuso, il Mar Nero; infine, ce ne sono tre (la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria) che addirittura sono completamente privi di qualsiasi sbocco sul mare! Ciò nonostante, tutti questi paesi europei sono stati promossi al rango di paesi nordatlantici.

D’altronde anche il Brasile, che si affaccia sull’Atlantico meridionale, deve essere considerato “nordatlantico”, da quando il presidente degli Stati Uniti ha affermato, in un incontro col capo di Stato brasiliano Jair Bolsonaro, di non escludere che il Brasile possa diventare membro della NATO[12].

Ovviamente tutto ciò non si spiega con la nota ignoranza degli statunitensi in fatto di geografia (il novantacinque per cento di loro era convinto che il Kosovo fosse un paese africano…) Questo uso disinvolto della geografia, che vorrebbe presentare il mare interno del Continente Antico come un’estensione periferica dell’Oceano Atlantico, corrisponde ad un progetto geopolitico: l’inglobamento del Mediterraneo e dell’Europa entro l’area su cui la talassocrazia statunitense esercita la propria egemonia.

In questo contesto, perfino il nome di mare nostrum è stato trasferito dal Mediterraneo all’Atlantico, che gli USA considerano il “mare interno” di quell’Occidente in cui essi hanno imprigionato l’Europa. “Per certo, – proclama l’ideologo di un Occidente ribattezzato come Magna Europa – comincia la storia del mondo. Comincia affermando fra essa e quella dell’Europa la stessa analogia che esisteva fra quella dell’Europa e la storia greca. Sono cambiate solamente le dimensioni. Vi è il mare nostrum, ma è l’Atlantico. Vi è sempre l’Asia delle invasioni, ma è l’impero sovietico. Fra la sua massa e la massa americana vi è sempre una specie di Grecia, una testa di ponte: siamo noi. L’Occidente e l’Oriente sono, attraverso il globo, l’uno di fronte all’altro, come erano stati per così tanto tempo a sud e a est dell’Europa”[13].

Il trasferimento del nome di mare nostrum dal Mediterraneo romano all’Atlantico non è un semplice abuso occasionale; è un’astuzia ideologica organicamente collegata alla rappresentazione del dominio imperialistico statunitense nei termini di un presunto nuovo Impero romano. E questa parodistica identificazione degli USA col paradigma imperiale romano costituisce una vera e propria inversione della realtà, poiché gli Stati Uniti non sono la nuova Roma, bensì la nuova Cartagine.

Infatti, se per Simone Weil la nuova Cartagine era l’Inghilterra[14], Oswald Spengler scorgeva un’identità neocartaginese nella potenza anglosassone maggiore, portatrice di un analogo tipo di Zivilisation. Leggiamo nel Tramonto dell’Occidente: “Chi pensa soltanto in termini di meri vantaggi economici, come nel periodo romano fecero i Cartaginesi e come oggi in ben più alta misura lo fanno gli Americani, non può nemmeno pensare da puro uomo politico”[15]. Non diverso il giudizio di uno dei massimi storici del secolo ventesimo, Fernand Braudel, per il quale “Cartagine, città nuova cresciuta ‘all’americana’ (…) ‘americana’ è stata anche nella sua civiltà elementare, che preferisce il solido al raffinato”[16]: qui, con “inumane e terribili forme di devozione (…) un’intensa vita di affari, che uno storico non esita a definire di spirito ‘capitalistico’, si sposa con una mentalità religiosa retrograda”[17].

Il paradigma cartaginese

L’Eneide attribuisce alla leggendaria fondatrice di Cartagine una maledizione tremenda: con parole che preannunciano le guerre puniche, la moritura Didone evoca l’ombra minacciosa di un vendicatore (“ultor”) che, animato da un odio inestinguibile per i discendenti di Enea, li dovrà perseguitare col ferro e col fuoco[18]. Così, con un procedimento mitopoietico, Virgilio chiariva alla luce della ierostoria quell’oscura sensazione che dopo il disastro di Canne aveva accompagnato la memoria della guerra annibalica: la sensazione che sull’Italia si fossero scatenate forze tenebrose ed infere. La lotta feroce, continua e mortale che contrappose Roma e Cartagine si trova riassunta, nelle parole della regina punica, in due versi che qui traduco come posso: “Le rive siano nemiche alle rive, le onde alle onde, – le armi alle armi: combattano loro e i loro nipoti. Questo è il mio augurio[19]. Il vate dell’Impero non si riferiva semplicemente ad una contrapposizione geografica e militare: egli esprimeva così il senso del duello esistenziale in cui si erano scontrate, nei due secoli che avevano preceduto il suo, la giovane Kultur di Roma e la decadente, infeconda e materialistica Zivilisation cartaginese.

Se nella civiltà cartaginese vi furono aspetti inquietanti che indussero Greci e Romani ad essere consapevoli del “profondo abisso”[20] che li separava da Cartagine, anche gli studiosi moderni hanno ricavato da essa l’immagine di una realtà sterile ed oscura, ben lontana da quello spirito luminoso che animava l’esistenza dell’Ellade e di Roma. In tale giudizio troviamo concordi gli esponenti dei più diversi orientamenti di pensiero: non solo “distruttori della Ragione” come Houston S. Chamberlain, per il quale “la sterilità spirituale di questo popolo è terrificante”[21], o come Oswald Spengler, che riconosce ai Cartaginesi, “finiti e irrigiditi in tutto quanto è arte e religione”[22], unicamente una superiorità affaristica, ma anche un cattolico antifascista come Gaetano De Sanctis, che vede in Cartagine il “peso morto”[23] della civiltà antica. Valutazioni, queste, che potrebbero apparire impietose, riduttive ed ingiuste, se non fossero condivise perfino da un’autorità indiscussa degli studi punici come Sabatino Moscati: “Nell’insieme, peraltro, Cartagine non ci offre nulla di comparabile al complesso e organico sistema dell’educazione greca. Civiltà tipicamente mercantile, essa istruì i propri cittadini alle funzioni della navigazione e del commercio nei limiti e con i criteri pratici che le esigenze richiedevano di volta in volta. Mancò, insomma, non solo la sostanza, ma anche l’ideale di un’educazione umanistica”[24].

Nel mare che fu nostrum e che oggi potrebbe esser detto alienum o Punicum, non ci sono né rive né onde né armi che contrastino la nuova Cartagine. La Sesta Flotta della superpotenza neocartaginese ha la sua base nel cuore stesso del Mediterraneo, a Napoli; non lontano dalla tomba di Virgilio, ha sede il Comando della United States Naval Forces Europe. Decine di basi militari degli USA e della NATO sono disseminate in tutto il bacino del Mediterraneo, da Malaga a Sigonella ad Alessandria d’Egitto a Smirne a Cipro[25]. A ciò si aggiunge che sulla sponda orientale del Mediterraneo si trova insediata la postazione neocartaginese che ha assunto il nome di “Stato d’Israele” e che da oltre settant’anni destabilizza il Vicino Oriente, fomentando guerre e terrorismo.

Mezzo secolo fa, auspicando lo scontro fra l’Europa e gli Stati Uniti, Jean Thiriart riattualizzava in una prospettiva geopolitica il dualismo che contrappose Roma e Cartagine: “Il modello perfetto di impero marittimo rimane Cartagine e il modello perfetto di impero continentale rimane Roma. La lotta titanica che attualmente si profila e si inscriverà nel secolo venturo sarà la lotta per l’egemonia tra una potenza distribuita sui mari e una potenza terrestre compatta: la lotta tra gli Stati Uniti e l’Europa”[26]. In esergo, all’inizio dell’articolo, Thiriart riproponeva la frase famosa che Catone il Censore non si stancò di ripetere, fino alla morte, al termine di ogni suo discorso nel Senato di Roma: Carthago delenda est.


NOTE

[1]ἡ ἡμετέρα θάλασσα” (Hecat. F302c).

[2]ἡ καθ’ ἡμᾶς θάλασσα” (Hecat. F18b); “ἡ παρʹ ἡμῖν θάλασσα” (Plato, Phaedo 113a).

[3] Plato, Phaedo 109ab.

[4]limen interni maris multi eum locum [lo Stretto di Gibilterra] appellavere” (Plin. Naturalis historia, III, 4). Cfr. V, 18.

[5] Caes. De bello Gallico, V, 1, 2.

[6] Sallust. Bellum Iugurthinum, XVII, 4; XVIII, 5; XVIII, 12.

[7] Ad es. Plin. Naturalis historia, VI, 142.

[8]Provincias autem quas Danubius a Barbarico ad Mediterraneum mare secludit” (Isid. Etymologiae, XIV, 5).

[9] Alcuni esempi: in mediterraneis regionibus (“nelle regioni interne”), Caes. De bello Gallico, V, 12, 5; “Henna mediterranea est maxime” (“Enna è la città più lontana dal mare”), Cic. In Verrem III, 192; “homines maxime mediterranei” (“uomini essenzialmente di terraferma”, “assolutamente estranei alla navigazione”), Cic. In Verrem, VI, 70; ita fit ut mediterranei mare esse non credant (“ne consegue che i popoli che vivono nell’entroterra non dovrebbero credere all’esistenza del mare”), Cic. De natura deorum, I, 88; Id haud magnum quidem oppidum est, sed plus quam mediterraneum celebre et frequens emporium (“è una città non certo grande, ma più famosa e frequentata che non un mercato dell’interno (dell’entroterra)”, Liv. XXXVIII, 18, 11.

[10] Livio ed altri.

[11] Goffredo Coppola, “La “via” e la “vita” (articolo riprodotto tra i “Documenti” di questo numero di “Eurasia”).

[12] https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2019/03/20/trump-vuole-bolsonaro-nella-nato/

[13] Giovanni Cantoni, Magna Europa. Dal «concetto» al «percetto» in una «pre-visione» imperiale, saggio introduttivo al volume: AA. VV., Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, a cura di G. Cantoni e F. Pappalardo, D’Ettoris Editori, Crotone 2006. Il volume raccoglie testi di relazioni presentate a un seminario organizzato nel 2002 a Bobbio da Alleanza Cattolica, associazione di orientamento neoconservatore.

[14] “La causa principale della debolezza di Hitler è che egli applica i procedimenti immancabilmente riusciti a Roma dopo la vittoria di Zama, quando non ha ancora vinto Cartagine, cioè l’Inghilterra” (Simone Weil, Sulla Germania totalitaria, Adelphi, Milano 1990, p. 246).

[15] Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano 1957, p. 1374.

[16] Fernand Braudel, Il Mediterraneo. Lo spazio la storia gli uomini le tradizioni, Bompiani, Milano 2007, p. 73.

[17] Fernand Braudel, op. cit., p. 79.

[18]Tum vos, o Tyrii, stirpem et genus omne futurum – exercete odiis cinerique haec mittite nostro – munera. Nullus amor populis nec foedera sunto. – Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor, – qui face Dardanios ferroque sequare colonos, – nunc, olim, quocumque dabunt se tempore vires” (Aen. IV, 622-627).

[19]Litora litoribus contraria, fluctibus undas – imprecor, arma armis: pugnent ipsique nepotesque” (Verg. Aen. IV, 628-629).

[20] Joseph Vogt, La repubblica romana, Laterza, Bari 1975, p. 135.

[21] Houston S. Chamberlain, Die Grundlagen des XIX. Jahrhunderts, I, 1, cap. 2.

[22] Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi, Milano 1957, p. 1149.

[23] Gaetano De Sanctis, Storia dei Romani, La Nuova Italia, Firenze 1967, IV, 3, p. 75.

[24] Sabatino Moscati, I Fenici e Cartagine, UTET, Torino 1972, p. 56.

[25] Il lettore può trovarne l’elenco completo in: Alberto B. Mariantoni, Dal “Mare nostrum” al “Gallinarium Americanum”. Basi USA in Europa, Mediterraneo e Vicino Oriente, “Eurasia” 3/2005, pp. 81-94.

[26] Jean Thiriart, USA: un empire de mercantis, “La Nation Européenne”, 21, ottobre 1967; trad. it.: USA: un impero di mercanti, “Eurasia”, 2/2018. E ancora, nel 1982: “Roma dovette distruggere Cartagine. Nel Mediterraneo non c’era posto per due potenze. Noi dovremo scacciare gli Americani dal Mediterraneo. (…) Il Mediterraneo deve diventare un mare chiuso, una sorta di grande lago” (Jean Thiriart, Entretien accordé à Bernardo-Gil Mugurza [sic; rectius Mugarza] (1982), in: Le prophète de la grande Europe, Jean Thiriart, Ars Magna, 2018, p. 96).


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Claudio Mutti, antichista di formazione, ha svolto attività didattica e di ricerca presso lo Studio di Filologia Ugrofinnica dell’Università di Bologna. Successivamente ha insegnato latino e greco nei licei. Ha pubblicato qualche centinaio di articoli in italiano e in altre lingue. Nel 1978 ha fondato le Edizioni all'insegna del Veltro, che hanno in catalogo oltre un centinaio di titoli. Dirige il trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”. Tra i suoi libri più recenti: A oriente di Roma e di Berlino (2003), Imperium. Epifanie dell’idea di impero (2005), L’unità dell’Eurasia (2008), Gentes. Popoli, territori, miti (2010), Esploratori del continente (2011), A domanda risponde (2013), Democrazia e talassocrazia (2014), Saturnia regna (2015).