Il Brasile vuole diventare una grande potenza mondiale. Questa non è una novità: da almeno un decennio la politica e la diplomazia brasiliana stanno lavorando alacremente per elevare lo status internazionale del gigante latino-americano, e l’accordo con Turchia e Iran per lo scambio di combustibile nucleare arricchito ne è la prova più evidente. Tuttavia Brasilia sta agendo intensamente anche in altri ambiti, in maniera più discreta ma comunque molto efficace. In un recente articolo pubblicato dalla prestigiosa rivista britannica The Economist, intitolato “Parla piano e porta a casa un assegno in bianco” è stata analizzata la forte espansione della politica di aiuti economici del governo brasiliano nei confronti delle nazioni più povere del Mondo, che ha trasformato in pochi anni il Brasile in uno dei principali donatori internazionali.

Politica della Generosità

I principali destinatari di questa “politica della generosità” sono i Paesi africani, nei confronti dei quali il Brasile sta cercando da tempo di costruire una forte partnership economica e di accreditarsi come guida politica. Nel Mali, ad esempio, l’ente governativo brasiliano Embrapa, sta portando avanti un progetto di ricerca sul cotone, ed in Angola un mega contratto per la costruzione del sistema idrico nazionale è stato ottenuto dalla Oderbrecht, colosso brasiliano dell’edilizia. Tuttavia anche nel continente americano diversi Stati hanno goduto degli aiuti brasiliani, primo tra tutti Haiti. Nell’isola caraibica uno dei principali successi economici del post-terremoto è stata la trasformazione della cooperativa Let Agogo (in creolo “Molto latte”) in un programma che incentiva le madri a mandare i figli a scuola in cambio di cibo gratuito. Secondo The Economist il progetto è stato finanziato da Brasilia ed è basato sul programma sociale brasiliano “Bolsa Familia”, creato durante il primo mandato del presidente Luiz Inacio Lula da Silva.

Secondo la rivista britannica in totale il Brasile fornirà nel 2010 oltre 4 milliardi di dollari di aiuti ai Paesi poveri, il triplo rispetto al 2008, trasformandosi rapidamente e senza attrarre troppa attenzione in uno dei principali donatori mondiali. I numeri ufficiali, tuttavia, non rispecchiano tale evoluzione. L’Agenzia Brasiliana di Cooperazione (Abc), infatti, può contare su un budget annuale di soli 52 milioni di Reais (30 milioni di dollari). A questi bisogna però sommare i contributi brasiliani al programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), al World Food Programme, gli aiuti diretti per Haiti, per Gaza, e gli investimenti diretti delle aziende brasiliane. In totale gli aiuti economici brasiliani diretti all’estero sono oltre 15 volte le cifre ufficiali. Questa enorme massa monetaria è inferiore a quella messa sul piatto dalla Cina, ma pone il Brasile al pari di donatori “storici” come la Svezia e il Canada.

Risultati

Ovviamente uno sforzo di tali dimensioni produce risultati consistenti, in ambito economico, socio-culturale e politico.
Il vantaggio economico è reciproco: le imprese brasiliane godono nell’innescare un processo di sviluppo nei Paesi poveri, e vengono preferite alle multinazionali occidentali, ottenendo contratti multimiliardari per la costruzione delle grandi infrastrutture, portano crescita economica, producono ricchezza e diventando i principali datori di lavoro per la manodopera locale. Inoltre il Brasile è il più efficiente produttore di bioetanolo del mondo, e sta cercando di creare un mercato globale per questo combustibile ecologico. Tuttavia fin quando non ci sarà un numero sufficiente di produttori, difficilmente i Paesi ricchi accetteranno di convertire al bioetanolo le proprie flotte di autoveicoli. Esportando la tecnologia del bioetanolo il Brasile renderebbe i Paesi poveri nuovi produttori, favorendo la nascita di un mercato mondiale e generando nuove opportunità per le imprese brasiliane.

Dal punto di vista dei Paesi interessati, gli aiuti brasiliani sono teoricamente preferibili a quelli cinesi, poiché se Beijing punta alla costruzione di strade, ferrovie e porti in cambio di materie prime, gli aiuti brasiliani sono, al contrario, focalizzati sui programmi sociali, con una prospettiva di benefici di lungo periodo assolutamente inedita. Inoltre, a differenza della Cina, il Brasile è ritenuto essere una democrazia consolidata, che ha superato il suo principale banco di prova durante le gravi crisi economiche degli anni ’80 e ’90, e che, per ben due volte, ha elevato alla massima carica istituzionale del Paese un ex operaio metalmeccanico. Per i Paesi africani e latinoamericani la politica brasiliana potrebbe essere un fortissimo esempio di sviluppo economico coniugato alla democrazia e attento alle problematiche sociali, a differenza dello sfrenato “Socialismo di Mercato” cinese.

Gli aiuti brasiliani sono preferiti dagli Stati beneficiari soprattutto perché, a differenza di quelli concessi dagli Stati Uniti, Unione Europea e dalle istituzioni finanziarie internazionali, non impongono loro delle mete o condizioni rigide che devono essere rispettate per ottenere le diverse tranche dei finanziamenti.

Ma è in una prospettiva politica che diventa chiara l’importanza dell’azione del Brasile. Gli aiuti concessi oggi si trasformeranno nell’appoggio politico di domani, e Brasilia sa che un giorno ne avrà un gran bisogno, se si dovesse arrivare alla riforma degli organi delle Nazioni Unite, e il Paese sudamericano cercherà di ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza. I voti degli Stati che hanno goduto degli aiuti brasiliani potrebbero essere la piattaforma politica su cui fondare la strategia del Brasile per conquistare lo status di potenza globale.

Paradossi

Tuttavia tale massiccia politica di aiuti a Nazioni povere portata avanti da un Paese come il Brasile appare quantomeno controversa. Ancora oggi il Brasile è una delle principali destinazioni degli aiuti internazionali provenienti da Paesi più ricchi e dai programmi di sviluppo internazionali. Incassare contributi stranieri e dirottare contemporaneamente fondi pubblici all’estero è una scelta discutibile. Anche se l’economia del gigante sudamericano marcia da anni a ritmi sostenuti, gran parte della popolazione brasiliana vive ancora in situazione di forte povertà, in particolare nel nord-est del Paese, e gli squilibri sociali interni sono tuttora estremamente accentuati. Spiegare a una consistente porzione dell’elettorato brasiliano che in nome della costruzione di uno status di potenza mondiale, all’incremento del loro benessere è preferito lo sviluppo di nazioni lontane potrebbe non un’impresa facile per il presidente Lula, in particolare durante questo periodo di campagna elettorale.
The Economist, inoltre, sottolinea come la legge brasiliana vieti espressamente l’invio di fondi pubblici a governi stranieri, rendendo di conseguenza inevitabili macchinosi contorsionismi legali. Infine l’aumento esponenziale degli aiuti economici ha provocato un’impennata dei casi di corruzione e abusi negli uffici pubblici brasiliani, attraverso i quali l’enorme massa monetaria deve necessariamente transitare.

Conclusioni

Secondo The Economist il programma di aiuti internazionali del Brasile rimarrà probabilmente un modello globale di cooperazione allo sviluppo. Il Brasile potrebbe diventare un simbolo per i Paesi più poveri, un esempio positivo al quale fare riferimento nello scenario internazionale.
Questa situazione potrebbe riverberarsi anche nei confronti dell’Occidente. Favorire gli aiuti brasiliani ai Paesi poveri, soprattutto in Africa, significherebbe ostacolare la presenza cinese nel continente nero. Una maggiore influenza di Brasilia corrisponderebbe ad una riduzione di quella di Beijing, comportando un consolidamento democratico dei Paesi interessati.
Se si consolidasse la prassi di inserire una sorta di “clausola sociale” a favore dei beni prodotti in Africa utilizzando aiuti brasiliani, penalizzando le merci prodotte in violazione dei diritti umani, ambientali o sociali, si porterebbe giungere ad un progressivo miglioramento delle condizioni economiche dei Paesi poveri, favorirebbe anche uno sviluppo equilibrato e sostenibile.
Inoltre, se i Paesi ricchi collaborassero con il Brasile o quantomeno coordinassero le loro politiche di cooperazione allo sviluppo con quelle brasiliane, anche la loro influenza nei confronti dei Paesi beneficiari crescerebbe sensibilmente di riflesso.
Pur con le sue contraddizioni, la costruzione dello status di potenza mondiale da parte del Brasile sembrerebbe stare portando innegabili vantaggi anche a quei Paesi generalmente considerati condannati alla miseria. La politica estera brasiliana potrebbe insegnare al mondo un nuovo stile nella cooperazione internazionale, ispirato non soltanto al raggiungimento di vantaggi nazionali, ma proteso anche ad uno sviluppo economico e politico condiviso.

* Carlo Cauti è laureando in Relazioni Internazionali (Università di Roma LUISS G. Carli)

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