Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, forte della sua conferma alla Casa Bianca, ha intrapreso, lo scorso 2 maggio, un viaggio in Messico e Costa Rica, sancendo il riavvicinamento di Washington alla regione centroamericana. All’ordine del giorno temi da sempre al centro dell’agenda messicano-statunitense: regolamentazione dell’immigrazione, lotta al narcotraffico e libero commercio. Obama ha incontrato l’omologo messicano, Enrique Peña Nieto, neoletto nel novembre del 2012, al quale ha confermato la volontà di proseguire il progetto di liberalizzazione commerciale. Immigrazione, commercio e sicurezza rappresentano le sfide che Obama e Nieto dovranno affrontare per dare quell’impulso necessario a concretizzare il tanto decantato progetto d’integrazione nordamericano.

 

 

 

Nodo immigrazione: il dibattito continua

Il tema dell’immigrazione è stato un fattore decisivo per la rielezione di Obama. Negli Stati del Sud, come Texas, California e Arizona, più soggetti al fenomeno e notoriamente conservatori, il voto degli immigrati è stato determinante nella corsa alla Casa Bianca. La forte interdipendenza tra i due Paesi sulla questione dell’immigrazione ha fatto dei messicani i diretti interessati nell’ottica di una riforma del sistema migratorio statunitense, ad oggi incapace di rispondere alle esigenze e alle difficoltà della sua economia.

Secondo Obama è arrivato il momento di rivedere e ripensare le leggi in materia e infatti è stato proposto da quatto senatori un pacchetto di leggi bipartisan che permetterebbe a 11 milioni di “latinos” clandestini (di cui solo 7 messicani) di intraprendere un percorso burocratico che legalizzerebbe la loro permanenza sul suolo statunitense. Non si tratta di un’amnistia, ma semplicemente di dare la possibilità agli immigrati che risiedono da anni negli U.S.A. di essere tutelati da un sistema legale che non preveda la loro espulsione. La riforma prevede anche una forma di facilitazione per le famiglie messicane di ricongiungimento con i familiari clandestini legalizzati in territorio statunitense. Obama otterrà molto probabilmente anche l’appoggio dei repubblicani, che da tempo chiedono delle misure più efficaci per regolarizzare il flusso migratorio attraverso un controllo più esteso e ferreo del confine, unico punto sul quale i due governi  hanno realmente collaborato.

Negli ultimi dieci anni infatti la cooperazione tra Stati Uniti e Messico si è arenata. In un’ottica bilaterale occorre tornare a considerare il Bracero Programm (1942-1964): un accordo firmato da Roosevelt con il governo messicano per l’importazione di lavoratori messicani sul suolo statunitense (quando gli U.S.A. necessitavano di forza lavoro). Nel 2001 erano stati avviati dei colloqui tra l’amministrazione Bush e l’amministrazione Fox per raggiungere ad un accordo bilaterale che avrebbe  dato il via ad una serie di provvedimenti: un programma di reclutamento e inserimento di lavoratori messicani nel mercato del lavoro statunitense; la concessione di permessi di soggiorno; il rafforzamento dei confini con il Messico; un programma d’investimenti in alcune comunità messicane di confine da parte degli Stati Uniti per scoraggiare l’immigrazione clandestina.(1)

Dopo l’attentato dell’undici settembre però, qualsiasi tipo di concertazione e gestione condivisa dell’immigrazione è naufragato. Da quel momento il “migrante” è stato recepito più come un problema legato alla criminalità invece che come risorsa per l’economia statunitense. La politica migratoria di Bush si è orientata su politiche di sicurezza in senso stretto, riducendosi a una serie di provvedimenti di fortificazione delle duemila miglia di confine con il Messico, attraverso un piano di rafforzamento delle frontiere elaborato dal Border Patrol (agenzia di controllo migratorio controllata dal Department of Homeland Security) nel 1986 e ridefinito nel 2005. Dagli anni novanta gli agenti impiegati alla frontiera, equipaggiati con le migliori tecnologie (compresi 6 aircraft), sono aumentati da 3700 a 18500 per una spesa totale di 1 miliardo di dollari.(2) A tali provvedimenti sono state affiancate delle severe politiche d’incarcerazione e rimpatrio dei clandestini.

Sostenere che in questi anni vi sia stata scarsa cooperazione tra Stati Uniti e Messico è quasi eufemistico. L’ex presidente messicano Calderòn ha giocato un ruolo sostanzialmente marginale, limitandosi ad appoggiare senza se e senza ma le politiche di Bush attraverso l’Istituto Nacional de Migracion messicano – organo dipendente del Ministero dell’Intero ed atto a controllare l’immigrazione.

La strategia politica alla base di questi provvedimenti è stata la “prevention through deterrence” (prevenzione attraverso la deterrenza) e cioè una “deterrenza al confine” che avrebbe dovuto scoraggiare il fenomeno dell’immigrazione illegale attraverso delle ferree misure di sicurezza adottate sui punti più vulnerabili della frontiera. L’alta percentuale di “recidivismo migratorio” però tende a sconfessare l’efficacia di questi provvedimenti: secondo uno studio condotto dal Judiciary Committee tra il 2008 e il 2011, il 45 % dell’immigrazione illegale è costituito da messicani che hanno provato più di una volta a oltrepassare il confine.(3)

È altrettanto innegabile però che l’immigrazione clandestina si è ridotta notevolmente negli ultimi anni. Infatti nel 2005 si contavano circa 433.000 immigrati, mentre oggi sono scesi sotto i 150.000.(4)

E’ bene non escludere però un elemento importante a tal proposito, e cioè la forte interdipendenza tra il settore economico e quello dell’immigrazione. Le grandi difficoltà dell’economia statunitense, ufficializzate con l’entrata in recessione nel dicembre del 2007 e la galoppante economia messicana, la cui crescita nel 2013 ha superato il 4 %, hanno costituito un fattore di deterrenza più efficace delle misure insite nel Border Patrol.(5) Esiste un rapporto inversamente proporzionale tra crescita dell’economia in Messico e immigrazione illegale e proprio per questo motivo sia Stati Uniti che Messico hanno interesse a creare un sistema d’immigrazione che funzioni: controllare e organizzare tale criticità gioverebbe enormemente alle economie di entrambi gli Stati). Tuttavia è necessario che la forte asimmetria in materia d’immigrazione tra Washington e Città del Messico venga superata e che quest’ultima giochi un ruolo più attivo, senza dover subire e dipendere continuamente dalle riforme d’oltre confine.

a seguito dell’incontro tra i due Presidenti non è previsto un accordo bilaterale, ma Nieto ha affermato che fornirà tutto il suo appoggio per una riforma dell’immigrazione statunitense all’insegna di una “comprehensive policy”. Senza dubbio i due Stati continueranno a collaborare sulla “deterrenza al confine”. Ciò che forse ci si aspetta da questa interazione Obama-Nieto – che sembra poter trovare maggiori spazi di collaborazionismo rispetto alla coppia Obama-Calderon- è che venga considerato maggiormente l’elemento della “deterrenza entro i confini”, cercando dunque di puntare (attraverso il sostegno finanziario degli U.S.A.) sul mercato del lavoro messicano per scoraggiare il fenomeno dell’immigrazione illegale.

 

Criminalità e sicurezza: un nuovo approccio con l’amministrazione nieto?

Durante l’incontro tra Obama e Nieto è stato affrontato il tema del narcotraffico. La situazione di violenza generatasi in Messico negli ultimi 18 mesi, frutto del flusso bidirezionale creatosi tra i due Paesi- con la droga che parte dall’America del Sud e arriva negli Stati Uniti e le armi che fanno il percorso inverso-  testimonia l’inadeguatezza con cui è stato gestito il problema sino ad oggi. C’è molto scontento a Città del Messico per come è stata affrontata la sfida ai narcos e i 70 mila morti degli ultimi 7 anni pesano anche sulla coscienza di Obama, il quale ha rivolto un’importante autocritica alla propria amministrazione.(6) È necessario dunque che la nuova partnership imbocchi una via alternativa alla “guerra totale” contro i trafficanti di droga.

In materia di sicurezza la questione dei narcos è soggetta ad un altro tipo di collaborazionismo tra il governo messicano e statunitense. Il ruolo del Messico pesa sicuramente di più rispetto a quello che ricopre nella gestione dell’immigrazione illegale e il precedente governo messicano, presieduto da Felipe Calderon, non può chiamarsi fuori.

La lotta ai cartelli della droga ha alle spalle una storia di accordi bilaterali importanti. Il pilastro su cui si è eretta la cooperazione tra Stati Uniti e Messico negli ultimi anni è l’”Iniziativa Merida”, un accordo bilaterale firmato dall’amministrazione Bush nell’ottobre del 2007, in seguito alle richieste del governo Calderòn per un maggiore supporto e coinvolgimento degli Stati Uniti nella lotta al narcotraffico. L’accordo è stato accolto come un “nuovo paradigma” della cooperazione tra i due Stati: un progresso diplomatico che ha determinato una presenza importante degli U.S.A. nelle politiche di sicurezza messicane attraverso una maggiore assistenza (anche tecnologica) , lo stanziamento di fondi, il rifornimento di equipaggiamenti alle forze militari messicane e la creazione di gruppi di lavoro multilaterali.

L’Iniziativa Merida si articolava in 4 punti che esprimevano tutto il radicalismo militare nella lotta ai narcos: cercare di spezzare il potere dei cartelli della droga colpendo i vertici delle organizzazioni criminali; aumentare i controlli marittimi, aerei e al confine; migliorare il sistema giudiziario delle regioni messicane alla frontiera, in quanto principale area d-azione dei narcotrafficanti; limitare e contenere attraverso azioni militari l’attività dei cartelli. Calderon ha fatto della lotta ai narcos una priorità della sua agenda politica, catturando venticinque dei trentasette maggiori boss della droga facenti capo alle due maggiori organizzazioni criminali: il DTO (Drug trafficking organizations) e Las Zetas. I fondi stanzianti dagli Stati Uniti dal 2008 al 2012 ammontano a quasi due miliardi di dollari, di cui 873,7 milioni sottoforma di equipaggiamenti e armi per le forze militari messicane.(7)

La guerra scatenata da Calderon e Stati Uniti contro i cartelli non ha però sortito gli effetti sperati e anzi la reazione dei narcos è stata durissima. Il bilancio di questi anni di guerra alla droga è un ecatombe: 70 mila morti, di cui solo 10 mila a Ciudad Juarez (definita  la città più pericolosa del mondo) e 26 mila desaparecidos. A demolire la strategia interventista di Calderon si aggiungono i dati relativi ai flussi di armi sul confine messicano-statunitense: dal 2007 ad oggi sono state sequestrate più di 90 mila armi, di cui 60 mila provenienti dagli Stati Uniti a sostegno dei narcotrafficanti e a cui si sommano gli scandali relativi agli agenti corrotti dell’FBI che avrebbero facilitato il rifornimento alle organizzazioni.(8) Pare inoltre che anche la cattura d’innumerevoli boss sia stato vana: i vecchi capi arrestati o uccisi sono stati sostituiti da leader più giovani e violenti.

L’insediamento di Nieto sembra però poter costituire quell’elemento di discontinuità necessario a orientare diversamente questa cooperazione. Il neo presidente ha già preso le distanze dal radicalismo del precedente governo e non ha intenzione di dare continuità alla pesante eredità lasciata dal suo predecessore. L’Iniziativa Merida sembra poter evolversi verso un altro tipo di approccio al problema: cercare quelle che sono le vere cause della criminalità in Messico, a cominciare dal debole assetto istituzionale giudiziario e dall’alto tasso di corruzione. Nel febbraio del 2013 è stato presentato il Programa Nacionl para Prevencion Social y la Delincuencia, che ha istituito una Commissione Intersegretariale per promuovere la coesione sociale, riscattare gli spazi pubblici e diffondere la cultura della pace. La nuova cooperazione tra Stati Uniti e Messico deve ripartire quindi da un programma che privilegi il miglioramento delle istituzioni, il miglioramento delle società messicana, lo sviluppo economico (soprattutto in quelle regioni più colpite dal narcotraffico) e la tutela dei diritti umani. Il presidente messicano ha affermato che il successo della sua strategia si misurerà sulla base delle riduzioni degli omicidi e altri crimini e non sul numero di arresti. Mettere al centro dunque la protezione dei cittadini attraverso un’Iniziativa Merida che abbia come obiettivo primario la prevenzione del crimine e non la sua estirpazione violenta. A differenza del suo predecessore, Nieto privilegia l’Institution Building: una riforma delle forze di polizia, includendo dei programmi d’informatizzazione (in parte finanziati dagli U.S.A.) e di addestramento speciale di unità anticrimine; una riforma del sistema delle carceri (a fine 2011 queste erano del 23% sopra la loro capacità di ospitalità); una riforma del codice penale che elimini clientelismo e corruzione dalle istituzioni; programmi di scolarizzazione e di sviluppo economico per le comunità di confine vittime del narcotraffico.(9)

La nuova presidenza di Nieto e la presa di coscienza da parte di Obama del fallimento dei precedenti approcci “militari” al problema, possono costituire delle premesse nuove sulle quali costruire una partnership che individui nel miglioramento della democrazia in Messico la chiave per sconfiggere la criminalità organizzata.

 

Libero commercio: gli accordi NAFTA per un’integrazione nordamericana

Il libero commercio costituisce indubbiamente la spina dorsale del rapporto tra Stati Uniti e Messico e probabilmente il motivo principe del viaggio di Obama. Durante l’incontro il Presidente statunitense ha affermato l’importanza di una progressiva e sempre maggiore integrazione tra le due economie, andando oltre gli accordi NAFTA e intensificando la cooperazione nel settore energetico. Obama ha infatti istituito un “gruppo di alto livello”, presieduto dal vicepresidente Joe Biden, per studiare e pianificare nuovi meccanismi di cooperazione commerciale, per la produzione e il miglioramento di beni e servizi e per l’innovazione tecnologica. Washington è conscia dell’importanza del Messico in questo momento. La lenta ripresa dell’economia statunitense non può certo contare come una volta su i due colossi India e Cina, entrambi potenze che in questa fase storica stanno subendo delle flessioni/rallentamenti. Gli U.S.A. si trovano in difficoltà soprattutto per quanto riguarda le esportazioni e hanno bisogno di Paesi che acquistino dal loro settore manifatturiero. L’economia messicana ha invece sorprendentemente tenuto durante la fase più acuta della crisi internazionale ed è, tra le economie emergenti, quella che in questo momento si trova in condizioni migliori. Obama ritiene che il Messico ricopra un ruolo chiave per la ripresa economica degli Stati Uniti.

Gli Accordi NAFTA (North American Free Trade Agreement), trattato di libero scambio commerciale firmato nel 1992 dai governi di Messico, Stati Uniti e Canada, costituiscono il perno attorno al quale ruota la relazione economica messicano-statunitense. Dopo decenni di politiche protezioniste attuate dal Partido Revolucionario Institucional, che avevano sostenuto le industrie messicane con agevolazioni fiscali e lauti sussidi statali e protetto la produzione e l’esportazione con ingenti dazi doganali, il pressante debito pubblico obbligò il governo in carica a tagliare drasticamente la spesa pubblica e a intraprendere delle riforme di liberalizzazione. Negli anni novanta il Presidente messicano Salinas iniziò ad attuare dei programmi di privatizzazione dei monopoli statali e imprese pubbliche e ad abbattere le barriere doganali che avevano allontanato fino a quel momento internazionale gli IDE (Investimenti Diretti Esteri). Il decisivo cambio di rotta avvenne con la firma degli accordi NAFTA, allora considerato il più grande trattato di libero commercio del mondo, che avrebbe dovuto garantire una maggiore attrazione degli investimenti esteri da parte del Messico, rendere quest’ultimo più competitivo sul mercato globale attraverso un aumento delle esportazioni e importazioni, abbattere quelle frontiere di scetticismo politico tra Messico e Stati Uniti e favorire un progressivo pluralismo politico messicano (visto che il Partido Revolucionario Istitucional aveva governato ininterrottamente dal 1929 al 2000).

La firma degli accordi NAFTA non avvenne in un “unidirezionale trionfalismo politico” e molti economisti si interrogarono sull’efficacia e gli effetti che avrebbe potuto avere un trattato economico così anomalo, in quanto stipulato tra due Paesi altamente industrializzati, (Stati Uniti e Canada) e un Paese in via di sviluppo. Il timore più grande degli esperti era che una liberalizzazione così repentina avrebbe provocato disoccupazione negli U.S.A. a causa della possibilità che molti investitori avrebbero potuto spostato la loro produzione in Messico attratti da un   costo del lavoro più basso e da una tassazione inferiore.

Al di là degli scetticismi, gli accordi NAFTA prevedevano, per un periodo iniziale di quindici anni, l’immediata eliminazione dei dazi doganali su molte categorie di prodotti statunitensi diretti in Messico (auto, computer, tessili e prodotti agricoli), cui si aggiungeva la rimozione delle restrizioni sui flussi d’investimenti e la protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

In generale il progressivo abbattimento delle barriere ha permesso agli Stati Uniti di triplicare gli scambi con  il Messico, e in particolare: dal 1993 al 2012 le esportazioni sono aumentate del 420 % (da 41,6 a 216,3 miliardo di dollari) e le importazioni del 596 % (da 39,9 a 277,2 miliardi di dollari). Al momento della firma il mercato tra i tre paesi del blocco era inferiore a 297 miliardi di dollari mentre oggi ammonta a 1,6 trilioni.(10)

È difficile poter esaminare nitidamente gli effetti del NAFTA sull’andamento economico dei due Paesi, in quanto quest’ultimo è soggetto anche alle diverse politiche economiche attuate dai governi. Ciononostante è possibile fare alcune considerazioni. Da una prospettiva statunitense l’impatto netto che gli accordi hanno sull’economia è relativamente piccolo, perché gli scambi commerciali con il Messico costituiscono non più del 1,4% del PIL e quindi poco più di un miliardo di dollari all’anno.(11) Sicuramente le esportazioni statunitensi ne hanno giovato e in particolar modo considerando il settore automobilistico: dall’entrata in vigore degli accordi le esportazioni con il Messico sono aumentate del 232% e nel 2011 il mercato messicano è diventato il primo partner con il 26 % totale delle esportazioni statunitensi sul piano internazionale nel campo dell’automobile.(12)

Dal punto di vista messicano i trattati del NAFTA hanno una rilevanza complessiva più importante . Gli aspetti positivi sono individuabili nella produttività messicana: gli accordi hanno permesso al settore manifatturiero messicano di adattarsi più velocemente agli standard tecnologici di U.S.A. e Canada, di creare nuovi posti di lavoro qualitativamente migliori, di contribuire a mantenere una costante crescita economica nel tempo (ad oggi al 4 %). Secondo un’analisi condotta dal Office of the United States Trade Representative il Messico è diventato il secondo partner degli Stati Uniti per le esportazioni. Gli investimenti degli Stati Uniti in Messico sono aumentati dal 1993 al 2011 del 501% (da circa 15,2 a 91,4 miliardi di dollari) così come quelli messicani su suolo statunitense che sono passati dagli 1,2 miliardi (anni novanta) ai 13,8 miliardi (2011) (13). All’apertura dei mercati e soprattutto grazie agli investimenti esteri, si è  assistito anche ad un  cambiamento sociale soprattutto per quanto riguarda la redistribuzione della ricchezza(che ha provocato l’emergere di una classe media messicana forte e competitiva). Secondo il Tufts University’s Global Development and Environment Institute negli ultimi 15 anni il prezzo dei beni di consumo è sceso quasi del 50 % e i salari sono aumentati permettendo ai messicani di investire e aprire nuove attività. Secondo la Banca Mondiale, inoltre, il livello di povertà è sceso dal 69% al 43 % tra il 1996 e il 2012 a testimoniare che più della metà della popolazione appartiene ad una fascia medio-alta (in termini di ricchezza).

Tuttavia è necessario considerare anche gli aspetti meno positivi. Il settore ad avere reagito negativamente agli accordi NAFTA è stato quello dell’agricoltura – settore cruciale nell’economia messicana. Le crescenti esportazioni da parte degli U.S.A. di prodotti agricoli (venduti ad un prezzo di circa il 30% inferiore) hanno costretto molti agricoltori ad abbassare i prezzi per rendersi competitivi provocando la chiusura di molte aziende agricole e facendo aumentare la disoccupazione (circa 2 milioni di lavoratori hanno perso il lavoro dal 1994).(14) Con il crollo delle esportazioni nel settore agricolo molti agricoltori disoccupati si sono trasferiti nelle grandi città cercando di inserirsi nel settore manifatturiero, ossia quello che maggiormente aveva beneficiato dalle politiche liberali. L’aumento di 1,3 milioni di posti di lavoronelle aziende manufatturiere non ha però compensato il buco occupazionale provocato nell’ambito agricolo, che ancora oggi si trova in difficoltà.(15)

In generale gli accordi NAFTA hanno legato inevitabilmente l’economia messicana a quella statunitense nel bene e nel male. Era prevedibile dunque che la crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti sette anni fa, avesse delle ripercussioni sul mercato messicano, le cui importazioni e esportazioni hanno subito una flessione. Probabilmente è troppo tardi perché il Messico si smarchi dalla dipendenza economia da Washington e si inserisca come individualità di rilievo sul mercato internazionale. Il Messico oggi è il Paese che ha firmato il maggior numero di trattati di libero commercio al mondo: 49 accordi con 44 Stati diversi. Tuttavia, secondo la Segreteria Economica il 78 % del commercio messicano è realizzato con gli Stati Uniti.(16)

Si evince che per realizzare un partenariato commerciale più efficiente e competitivo anche su scala mondiale occorre rivedere e ripensare gli accordi NAFTA.

Molti esperti sostengono che, sebbene l’economia messicana si sia avvicinata maggiormente ai livelli statunitensi e canadesi, la distanza rimane ancora considerevole, soprattutto perché alla liberalizzazione commerciale non sono state affiancate delle politiche atte a intensificare l’integrazione regionale del blocco. Da un punto di vista economico è bene tenere presente che il NAFTA non è un accordo trilaterale, ma doppiamente bilaterale: ciò vuol dire che gli scambi avvengono principalmente tra U.S.A.-Canada e U.S.A.-Messico, struttura che purtroppo inibisce le potenzialità import-export messicane. Per aumentare la competitività del blocco occorre favorire maggiormente gli scambi commerciali anche tra l’economia canadese e messicana. Inoltre il grande progetto d’integrazione regionale non può essere concepito solo in termini economici, ma occorre, come già detto, che il commercio sia sostenuto da politiche nel campo infrastrutturale e migratorio. In particolare, dopo l’11 settembre 2001, le ferree misure di sicurezza del Border Patrol hanno notevolmente limitato il flusso di merci, soprattutto a causa della cosiddetta “regola dell’origine”.

In ambito infrastrutturale alcuni esperti sostengono che sarebbe positivo creare un Fondo d’Investimento Nordamericano, gestito dalla Banca Mondiale, che permetta ai tre Stati d’investire in infrastrutture (soprattutto alle frontiere) che facilitino il collegamento e lo scambio di merci. La proposta di Obama di creare un gruppo di alto livello presieduto da Biden e finalizzato ad armonizzare e concertare le diverse idee e politiche tra i tre Stati, è sicuramente un passo in avanti. Alcuni economisti sostengono tuttavia che, per sfruttare a pieno le potenzialità del blocco, sia necessario superare l’ossessiva dipendenza commerciale dalla struttura governativa degli Stati Uniti e creare quindi una Commissione Nordamericana per studiare nuovi programmi d’integrazione commerciale, energetica, infrastrutturale e culturale composta da esponenti della società civile e dell’imprenditoria. Il fondo d’investimenti non si limiterebbe dunque al miglioramento del settore infrastrutturale ma servirebbe anche a favorire l’integrazione  culturale tra i tre diversi Stati attraverso programmi nel campo dell’istruzione (facilitino volti ad esempio a facilitare lo scambio di studenti).

 

 

Conclusione: il fattore Peña Nieto

La tappa di Obama a Città del Messico, prima di partecipare ai vertici sudamericani, ricorda molto il comportamento dei presidenti statunitensi durante la Guerra Fredda, i quali si fermavano a Londra prima di prendere parte ai vertici europei della NATO. In quest’ottica il Messico ricopre per gli U.S.A. un ruolo privilegiato rispetto agli altri Paesi sudamericani. Immigrazione, commercio e lotta al narcotraffico rappresentano l’ostacolo da superare sulla strada dell’integrazione. Esse costituiscono delle questioni che occorre risolvere attraverso una visione unita e congiunta proprio per l’interdipendenza tra i tre temi e che perciò sono risolvibili solo con una concertazione e condivisione comune di idee e politiche. Il fattore decisivo, o di novità se si vuole, nei rapporti bilaterali tra Messico e Stati Uniti rispetto al passato, potrebbe essere costituito dalla neo presidenza di Peña Nieto, cui la classe dirigente americana guarda con curiosità. L’agenda riformista del neopresidente messicano, che sembra guidare un nuovo PRI che difficilmente deraglierà più verso forme di autoritarismo grazie alla rinnovata classe dirigente e alle riforme costituzionali degli ultimi anni, fa ben sperare Obama. Il Pact of Mexico, ovvero il pacchetto di riforme di Nieto che prevede una serie di provvedimenti (tra cui riduzione della violenza, lotta alla povertà, riforma dell’istruzione, sostegno alla crescita e leggi anti-corruzione) sembra potersi avvicinare alla linea politica del presidente statunitense, soprattutto in materia di sicurezza.

 

 

*Davide Delaiti, laureato in Studi Internazionali presso l’Università di Bologna, Facoltà di Scienze Politiche

 

 

(1)    Marc. R. Rosenblum, William A. Kandel, Clare Ribando Seelke, Ruth Ellen Wasem, Mexican Migration to the United States: Policy and Trends, Congressional Research Service, 7 Giugno 2007, Washington, p. 19.

(2)    Ivi, p 20.

(3)    Ivi, p. 24.

(4)    Gobierno Federal de México, Secretaria de Gobernación (SEGOB), Apuntes Sobre Migración, July 1,2011. Sito:  http://www.inm.gob.mx/index.php/page/Apuntes_sobre_migracion; SEGOB, Boletín Mensual de EstadísticasMigratorias, 2005-2010, http://www.inm.gob.mx/index.php/page/Boletines_Estadisticos.

(5)    Index of Economic Freedom, Country: Mexico, The Heritage Foundation, sito: http://www.heritage.org/index/country/mexico.

(6)    Clare Ribaldo Seelke, Mexico’s new Administration: Priorities and Key Issues in U.S.- Mexican Relations, Congressional Research Service, 16 Gennaio 2013, Washington, p. 10.

(7)    Kristin M. Finklea, Clare R. Seelke, U.S.-Mexican Security Cooperation: the Mèrida Initative and Beyond, Congressional Research Service, 14 Gennaio 2013, Washington, p. 9.

(8)    Ivi, p. 10.

(9)    U.S. Department of State, 2011 Country Report on Human Rights Practices: Mexico, May 2012, http://www.state.gov/j/drl/rls/hrrpt/humanrightsreport/index.htm?dlid=186528.

(10) M. Angeles Villareal, Ian F. Fergusson, NAFTA at 20: Overview and Trade Effects, Congressional Research Service, 21 Febbraio 2013, Washington, p. 11.

(11) Ivi, p. 12.

(12) Merchandise trade statistics in this paragraph are derived from data from the U.S. International Trade Commission’s Interactive Tariff and Trade Data Web, at http://dataweb.usitc.gov.

(13) Office of the United States Trade Rapresentative, Executive office of the President, Dates of Mexico: http://www.ustr.gov/countries-regions/americas/mexico.

(14) Catie Duckworth, The Failure of Nafta- Analysis, Eurasia Reviews, 21 Giugno 2012.

(15) Ibidem.

(16) Alberto Najar, De què le sirve a Mexico ser el paìs con màs libre comercio del mundo?, BBC- Mundo, 14 Maggio 2013, Città del Messico.

 

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