I had a dream: istituire un sistema sanitario, una sorta di assicurazione sanitaria pubblica alternativa a quella privata, lasciando la scelta ai cittadini. I più abbienti stipulano polizze private, mentre i non assicurati sono coperti dall’ala protettrice dello Stato. Non ledere gli interessi delle compagnie assicuratrici e delle associazioni mediche e farmaceutiche, porterebbe l’appoggio delle fasce più conservative. Purtroppo, anche cercando di preservare il ruolo delle assicurazioni private e delle corporazioni medico-farmaceutiche, queste ultime hanno ritenuto inaccettabile l’istituzione di una via parallela e pubblica a quella della sanità privata.

Il Patient Protection and Affordable Care Act, punto nodale del programma dell’attuale presidente statunitense, è stato legittimato dalla Corte Suprema lo scorso giugno ed entrerà in vigore dal 2014. La sua rilevanza è innegabile, ma certo non costituisce il sistema sanitario nazionale a cui, se pur con molte critiche, ci rifacciamo noi europei e a cui si ispirava Barack Obama. Probabilmente il risultato ottenuto è un compromesso e segna la rotta da seguire, ma potrebbe subire una drastica battuta d’arresto ancor prima di prendere il mare: il GOP, guidato da Mitt Romney senza vesti ufficiali fino alla convention di Tampa Bay, ha risposto con la promessa di abrogarlo se il popolo statunitense decidesse a novembre di non sostenere il secondo mandato di Obama.

Concretamente l’individual mandate “costringe” le società assicurative a concedere polizze anche ai soggetti che prima venivano rifiutati, e i cittadini a stipularle pena una tassa, percepita più come una multa. Se è vero che da una parte garantisce sgravi fiscali e sussidi per permettere l’acquisto a persone che godono di redditi medio-bassi, rendendo tale copertura accessibile al 94% dei cittadini che prima non potevano permettersi i costi di una polizza, è pur vero dall’altra parte, che conti alla mano il governo sborserà una cifra vicina ai mille miliardi di dollari in 10 anni, presi a debito dato lo stato precario delle finanze pubbliche. Più spese per lo Stato si convertono in più tasse per i cittadini. Qui si gioca la partita: la riforma sanitaria tanto desiderata da Obama potrebbe influire in modo significativo sulle elezioni alla presidenza.

Tanto per cominciare, a prescindere dalla bontà degli intenti dell’ObamaCare, la riforma sanitaria sembrerebbe aver già perso nel tribunale dell’opinione pubblica, secondo il quale il 54% degli statunitensi vuole abrogare a tutti i costi la riforma sanitaria (indicativo in questo caso è il fatto che una settimana dopo l’approvazione della legge la percentuale era la stessa). I Repubblicani, immediatamente dopo la sentenza, sono partiti all’attacco e la loro azione è incoraggiata dal crollo dei consensi nei confronti della Corte Suprema; il 56% degli americani, infatti, ritiene che l’organo giudiziario non sia del tutto estraneo a pressioni politiche . Forti di questo dato, i Repubblicani e il loro candidato intendono condurre un’offensiva di lungo periodo basata su tale assunto: “appoggiate Mitt Romney alle presidenziali, votate una maggioranza repubblicana al Senato e la legge sarà cancellata”. I Repubblicani ritengono che la riforma sanitaria consista, in sintesi, in un aumento di tasse e tendono a sottolineare soprattutto i costi dell’ObamaCare che i cittadini dovranno sopportare.

Nelle undici ore successive alla lettura della sentenza si è registrato un boom nei dati relativi alle donazioni elettorali alla candidatura presidenziale di Romney, toccando i 3,2 milioni di dollari raccolti. Queste donazioni, a prescindere dall’enorme importo, rappresentano un dato molto significativo, perché il flusso di denaro appare provenire in misura importante anche da piccoli donatori che hanno messo mano alla carta di credito per donare anche pochi dollari. Romney ha sempre beneficiato di enormi donazioni da parte di una ristretta casta di ingenti finanziatori, ma fino a ieri non era mai riuscito a sfondare tra gli “small donors”. La campanella d’allarme per i Democratici ha continuato a suonare anche nelle settimane successive, e Romney può contare su ben 35 milioni di dollari in più rispetto al presidente: se si dovesse continuare su queste medie potrebbe facilmente accumulare un vantaggio di circa 140-150 milioni di dollari da qui alle elezioni. Con i costi incredibili delle campagne elettorali – la corsa alla presidenza di quest’anno doveva essere la prima a superare la soglia del miliardo di dollari per candidato in termini di donazioni e bilanci per la sua gestione – il flusso di donazioni a favore di Romney, generato dalla sentenza, potrebbe diventare un punto cruciale.

La cifra attuale a disposizione del presidente in carica basta a malapena a gestire la macchina elettorale, e l’ufficio operativo che si occupa della sua campagna ha cominciato a bombardare con appelli tutti coloro che sono entrati nella mailing list di Obama for America, e tutti coloro che quattro anni fa avevano fornito fondi. La sensazione è che, se non riusciranno a stare dietro ai finanziamenti repubblicani, diventerà veramente difficile pensare di vincere in novembre.

Di contro, i milioni di dollari messi a disposizione da decine di finanziatori per la campagna elettorale del pretendente repubblicano, ma anche quelli che appartengono al suo patrimonio personale, potrebbero diventare un’arma in più nella mani di Barack Obama. Non è un caso che il team elettorale del presidente abbia deciso di focalizzare il suo impegno su questo fronte; una sorta d’inchiesta su alcune società off shore che apparterrebbero alla Bain Capital, l’impresa fondata dallo stesso Romney. Recentemente è stato richiesto al candidato repubblicano di fare chiarezza su tali società e di rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi. Mitt Romney ha risposto di non avere nulla da nascondere, ma la macchina di propaganda democratica pensa che quello della ricchezza occulta sia il tema che potrebbe mettere in grave difficoltà il rivale.

Inoltre, nonostante le importanti vittorie ottenute come business man, in pochi sembrano amare Romney e già durante le primarie sono emersi i primi problemi: l’ex governatore del Massachusetts non riesce a presentarsi come un candidato mosso dal fuoco sacro contro il governo federale, gli altri candidati lo attaccano sulla sua riforma sanitaria simile a quella di Obama e viene additato come un flip-flopper, uno che cambia idea a seconda delle convenienze.

La strategia nelle mani di Romney sembra basarsi sempre di più su una campagna contro l’ObamaCare, che potrebbe rivelarsi una missione difficile ma non suicida, visto che in questi due anni tutti i sondaggi hanno registrato l’ostilità nei confronti di tale riforma da parte della maggioranza assoluta degli elettori. Obama, che formalmente esce vincitore da questa vertenza, potrebbe quindi non beneficiarne, anzi ottenutane la sopravvivenza ne dovrà sostenere l’impopolarità durante la campagna elettorale: potrebbe aver perso vincendo.

 


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