Ai confini della Siria, nell’Hatay, la situazione è tragica e incandescente, ma le cronache dei grandi mezzi d’informazione non hanno occhi che per i “ribelli”di piazza Taksim.

Una voce attenta (http://cameroonvoice.com/news/news.rcv?id=11311) testimonia di come – grazie alla sciagurata politica dell’esecutivo di Ankara – in territorio turco oggi siano concentrati “criminali venuti dal mondo intero, stupratori, tagliagole, piccoli malfattori, qualche rivoluzionario romantico, avventurieri richiamati dall’odore del sangue, talibani afghani, daghestani, yemeniti e bosniaci, giornalisti francesi, britannici e israeliani, fondazioni caritatevoli salafite, il senatore statunitense Mac Cain, agenti arabi della CIA e del Mossad, i deputati kuwaitiani Abdel halim Mourad e Adel al Mawada, il predicatore genocidario Adnan Arour in compagnia di altri predicatori, insomma tutti i componenti della crociata antisiriana”. 

Questa congerie riunitasi all’ombra dei missili Patriot è in primo luogo fonte di terrore e di prepotenze nei confronti dei residenti autoctoni – che coraggiosamente manifestano in difesa della propria terra – ma anche di preoccupazione e disagio per la generalità dell’opinione pubblica turca. Anche per la maggior parte dei dimostranti di piazza Taksim, presumibilmente, ma qui gli eventi stanno prendendo una piega ben diversa.

Le dimostrazioni, come è noto, hanno avuto origine nella contestazione degli ambientalisti rivolta contro il  progetto di riqualificazione del Gezi Park, l’area verde contigua a piazza Taksim. Contestazione fondata, a giudizio della magistratura (più esattamente il sesto Tribunale Amministrativo di Istanbul) che ha accolto il ricorso presentato e annullato il permesso di abbattimento degli alberi, con ciò determinando indirettamente anche il ritiro dal progetto di diverse imprese in esso coinvolte. Il governo ha subito dichiarato di adeguarsi alla pronuncia del tribunale, salva la possibilità di ricorrere in appello contro la sentenza.

L’istanza ambientalista si è allora rapidamente trasformata nel movimento “Occupy Taksim”, che ha  conquistato nel mondo le prime pagine di tutti i giornali e le notizie di apertura dei notiziari, presentandolo come simbolo di lotta all’autoritarismo e di difesa della “laicità” della Turchia.

Chi è sceso in piazza a Taksim (e in altre città in segno di solidarietà – segnatamente ad Ankara e a Izmir) ? Per quanto ci riguarda indubbiamente anche ambienti contrari alla svolta antisiriana e filoatlantica del governo Erdoğan, ma la maggioranza dei manifestanti non sembra caratterizzata dalla prevalenza di tale orientamento.

È significativo che la rivolta (i disordini) abbia preso piede soltanto in piazza Taksim, l’area cioè su cui gravitano i quartieri medioalti di Istanbul (Beyoğlu, Beşiktaş, Nişantaşı, Teşvikiye); vi partecipano certamente studenti universitari kemalisti, ambienti intellettuali legati alla borghesia radicale, di orientamento “laico” – nel concreto senso di relativista e islamofobo – e di formazione “occidentale” – contraddistinta da sudditanza psicologica verso il mondo nuovo della Globalizzazione. All’inizio, nelle cronache internazionali, venivano citati fra i protagonisti anche gli ultras calcistici e i sostenitori delle bevande alcoliche, poi messi da parte forse per non cadere nel ridicolo.

A ogni modo, “Occupy Taksim” svolge un compito ben preciso nella gestione dell’informazione: spostare l’attenzione dalla persistente strategia di aggressione contro un Paese sovrano – la Siria – in cui la Turchia è pesantemente coinvolta, per dirottarla sulla questione dei diritti civili e della consueta diatriba della difficile convivenza fra Islam e Democrazia – il primo vissuto come fastidioso retaggio di un passato in cui la religione pretendeva di avere un peso sulle questioni pubbliche e non solo private.

 

 

Un cambio di governo sponsorizzato dall’Occidente ?

Fin dall’inizio il governo Erdoğan/AKP è stato bersaglio di critiche esplicite di matrice occidentale e in particolare neocon, in linea con quello che nel 1990 Bernard Lewis presentava come il conflitto tra “la nostra eredità giudeo-cristiana e un vecchio nemico”, ossia l’Islam.

Ecco un breve repertorio:

  • Daniel Pipes nel 2004 sull’AKP: “Sono totalitari; il loro scopo è di allontanare i militari dal potere politico e di islamizzare la società”;
  • Richard Perle – principale fautore dell’alleanza storica fra Israele e la Turchia – nel 2007 invita i militari turchi a porre fine al pericoloso governo in carica;
  • Nello stesso anno il “Programma di ricerca sulla Turchia” del Washington Institute lancia l’allarme sul rafforzamento dell’AKP e sul riavvicinamento della Turchia “ai Paesi islamici”;
  • Sempre nel 2007 ancora Daniel Pipes: “La minaccia maggiore è l’islamismo legittimo”, ossia quello – come in Turchia – al potere con il suffragio elettorale;
  • Nel 2008 Michael Rubin (American Enterprise Institute): “Erdoğan è un protetto del Primo Ministro Putin, che ha allargato la frattura tra Islam e Occidente, incoraggiando le più virulente, antiamericane e antisemite teorie del complotto”;
  • Nel 2009 Daniel Pipes sancisce che (titolo su Liberal) “la Turchia non è più un alleato”, in forza del “profondo cambiamento di rotta del governo turco da quando l’AKP è al potere”;
  • Nel 2010 i dispacci Wikileaks pubblicano i rapporti riservati dell’ambasciata statunitense ad Ankara, secondo i quali Erdoğan “odia Israele”, “è nemico della modernità e dell’Occidente”, mentre il governo turco è “inaffidabile e pieno di islamismi”;
  • Nello stesso anno l’ARI  (organizzazione legata alle influenti organizzazioni sioniste statunitensi AIPAC e JINSA) inizia una forte campagna propagandistica per minimizzare la realtà e i danni derivati alla Turchia dall’operazione Ergenekon, mentre il Rapporto Stratfor – una delle principali società di analisi geopolitica, vicina ai servizi di intelligence statunitense – concernente “Islam, laicità e lo scontro per la Turchia dell’avvenire” avverte della grande preoccupazione in corso per l’egemonia dell’AKP sulla scena politica turca;
  • Dopo la tragedia della Mavi Marmara diversi interventi di questo tenore: “Se la Turchia resta così vicina all’Iran e così ostile a Israele, ne subirà le conseguenze” (Mike Pence, parlamentare repubblicano); “La Turchia non merita di essere membro della Comunità Europea finché si comporta in modo simile all’Iran” (Shelley Berkley, parlamentare democratica);
  • Sempre nel 2010 Fiamma Nirenstein su Il Giornale: “Israele è stata la vittima sacrificale (sic) della svolta turca”; ancora qualche mese fa la stessa precisava che – “nonostante la posizione assunta sulla Siria” – di Erdoğan non ci si può fidare.

 

Queste prese di posizioni rispecchiano certamente anche il disagio occidentale per talune prese di posizione in campo finanziario:

  • la forte riduzione dell’indebitamento pubblico della Turchia (dal 74 % del 2002 al 37 % del 2012);
  • il fallimento dei negoziati del 2009 fra governo turco e Fondo Monetario Internazionale, con il rifiuto da parte del primo di nuovi prestiti internazionali;
  • la volontà – espressa dal governo di Ankara – di potenziare il sistema bancario di impronta islamica, concedendo nuove licenze in questo senso e aprendo alla finanza islamica anche le banche a partecipazione statale; si tenga presente che a tutto il 2011 questi istituti conformi alla Shari’a davano lavoro a 13.857 persone;
  • l’entrata in vigore (a fine 2012) della legge contro la speculazione finanziaria, con pene fino a cinque anni di carcere (e pene pecuniarie) per che altera artificialmente l’andamento dei titoli di Borsa: i maggiori istituti finanziari internazionali presenti in Turchia hanno dopo di ciò sospeso o ridotto la loro produzione di note finanziarie.

 

L’opzione della ricerca di un cambio di governo – favorito dalla gestione di una potente campagna mediatica, utile a rafforzare nell’opinione pubblica europea il tradizionale senso di diffidenza nei confronti degli “islamici” – non sembra dunque peregrina. Certamente si può obiettare che, dopo le ultime gravi giravolte compiute dal governo Erdoğan (Siria in primo luogo, ma anche la sistemazione dei missili NATO a Malata) questo governo offre sufficienti credenziali per svolgere il suo ruolo di sentinella dell’Occidente. La situazione però è complessa, e la decisa candidatura dell’opposizione kemalista del CHP a ricoprire quel ruolo è presa in seria considerazione dagli ambienti atlantisti, che storicamente privilegiano in Turchia quell’alleato. Si veda al proposito la notizia della missione statunitense degli esponenti del CHP http://www.hurriyetdailynews.com/turkish-main-opposition-party-to-hold-talks-in-washington-in-july.aspx?pageID=238&nID=48933&NewsCatID=338.

Non è un caso che il capo del CHP, Kemal Kılıçdaroğlu, riferendosi ai disordini di piazza Taksim abbia paragonato nello stesso giudizio negativo Erdoğan e Bashar al-Assad …

Un articolo (http://aurorasito.wordpress.com/2013/06/13/eager-lion-operazione-di-esfiltrazione-dei-mercenari-islamici-in-siria/) di Valentin Vasilescu introduce elementi interessanti nel quadro che abbiamo cercato di delineare. Vasilescu in particolare sottolinea che “ Il 27 maggio 2013, il senatore repubblicano John McCain, accompagnato dal comandante dell’esercito ribelle, il generale Idris Salim, ha attraversato il confine tra Turchia e Siria per incontrare la brigata dei combattenti guidata da Mohammed Nur. Quel giorno McCain e Idris hanno incontrato, nella città turca di Gaziantep, i comandanti dei gruppi islamisti di al-Qusayr, Homs, Hama, Idlib, Aleppo, Daraa e provincia di Damasco. McCain ha avuto colloqui con funzionari di Ankara, ha visitato il contingente statunitense ufficialmente preposto ai sistemi missilistici Patriot nella base militare di Incirlik. Il viaggio del senatore statunitense è stato organizzato dalla SETF (Task force di emergenza siriana), una ONG statunitense che sostiene l’opposizione siriana. Uno dei più importanti risultati tratti da McCain, era che il primo ministro turco Erdogan ha iniziato lo smantellamento dei centri di raccolta dei mercenari e degli islamisti in Turchia, rifiutandosi di consentire il transito di armi e munizioni verso la Siria. Coincidenza o no, il 30 maggio 2013 nel centro di Istanbul è esplosa la protesta “spontanea” contro il primo ministro Erdogan, che si è amplificata secondo gli schemi dei movimenti della “primavera araba”.

La Siria, ancora. Chi semina vento raccoglie tempesta…

 

 


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Aldo Braccio ha collaborato con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” fin dal primo numero ed ha pubblicato diversi articoli sul relativo sito informatico. Le sue analisi riguardano prevalentemente la Turchia ed il mondo turcofono, temi sui quali ha tenuto relazioni al Master Mattei presso l'Università di Teramo e altrove. È autore dei saggi "La norma magica" (sui rapporti fra concezione del sacro, diritto e politica nell'antica Roma) e "Turchia ponte d’Eurasia" (sul ritorno del Paese della Mezzaluna sulla scena internazionale). Ha scritto diverse prefazioni ed ha pubblicato numerosi articoli su testate italiane ed estere. Ha preso parte all’VIII Forum italo-turco di Istanbul ed è stato più volte intervistato dalla radiotelevisione iraniana.