Il viaggio mediorientale di Trump ormai sembra aver chiuso l’”Operazione Levante arabo” messa in moto durante l’amministrazione Obama per iniziare la messa in atto di un nuovo progetto nella regione, studiato e voluto fortemente dal nuovo presidente statunitense, Donald Trump, rectius, da chi dal gennaio 2017 detiene il potere a Washington.

Perché sembra evidente che un personaggio approssimativo e più adatto ad uno show televisivo di stampo comico come Trump – come dimenticare la mancata stretta di mano a Netanyahu o l’atteggiamento da bullo durante l’incontro della Nato con un malcapitato collega balcanico – non sia il vero padrone alla Casa Bianca; dietro di lui si celano le consorterie influenti del mondo ebraico più oltranzista, quelli che vedono nello Stato di Israele e nella sua forza e permanenza l’unico vero motivo della loro azione politica ed economica.

Per tale lobby, la quale non si identifica necessariamente con un partito politico, ma che in tutto l’occidente cerca di cavalcare i moti populisti e contrari all’altra grande fazione ebraica influente a livello globale, quella dei Soros e dei BHL, i quali invece considerano Israele importante, ma non fondamentale, non almeno quanto i loro affari transnazionali e ai loro slogan internazionalisti e pacifisti, è arrivato il momento della grande vendetta, dopo otto anni di torpore e di preoccupazione, per via della eccessiva, almeno a detta della lobby oltranzista, concentrazione e attenzione riservata da Obama, quindi dalla lobby Soros-BHL, a problemi secondari, come la “primavera araba” e la “democratizzazione” del Vicino Oriente.

Questioni che se da un lato potevano in un modo o nell’altro creare le premesse per la destabilizzazione regionale e quindi per intaccare il potere del grande avversario di Israele nell’area, ovvero il governo iraniano, sponsor di fazioni profondamente anti-israeliane come la resistenza libanese e quella palestinese, d’altro canto non sono riuscite lungo gli ultimi otto anni a scalfire il potere di Teheran: anzi, la presenza ormai capillare delle forze armate iraniane e del pensiero della rivoluzione islamica dal Libano all’Iraq, fino allo Yemen, sembrano dimostrare il contrario.

La destabilizzazione del Vicino Oriente in salsa obamiana ha rafforzato il ruolo iraniano, annullato il ruolo turco (da “zero problemi coi vicini”, a mille problemi coi vicini), impegnato i sauditi sia sul fronte estero (Yemen), sia su quello interno (disordini in Bahrein, un protettorato saudita, e disordini nella regione sciita di Qatif, nell’est del paese). Proprio per questo i sauditi e i loro alter ego non musulmani, i sionisti, hanno sempre dimostrato di non apprezzare la politica mediorientale di Obama.

Ricordo perfettamente che quando iniziarono i disordini in Egitto durante il governo di Mubarak, Netanyahu e i sauditi rimasero abbastanza freddi nei confronti della rivoluzione dei Fratelli Musulmani, mentre Peres, vicino alla lobby Obama-Soros-BHL, dichiarava il proprio sostegno alla transizione demo-islamica. Certo, anche Obama aveva alla fine l’intenzione di costringere Teheran al tavolo delle trattative per poi magari infliggere una severa punizione agli ayatollah, sotto forma di qualche rivoluzione colorata sul modello dei fatti del 2009, coi disordini postelettorali e l’onda verde di Musavi e soci, ma quello di cui avevano paura i sauditi e la lobby ebraica oltranzista (estrema destra protestante americana-Netanyahu ed estrema destra sionista), era il fatto che, per via delle trattative dirette Teheran-Washington, gli iraniani stessero, almeno secondo la loro opinione, prendendo tempo per ulteriori avanzate in Siria e Iraq, dove la quinta colonna dei sauditi e dei sionisti, il terrore wahabita, stava ormai battendo in ritirata, sotto i colpi incrociati del fronte antiterrorista guidato da russi, siriani, iracheni e iraniani.

La salita al potere di Trump, o per meglio dire della lobby oltranzista e antimondialista, contraria agli slogan internazionalisti (pace, diritti umani, democrazia, accoglienza) della lobby Soros-BHL, ha cambiato le carte in tavola. Ora vi è una maggiore fiducia di Netanyahu e dei sauditi nei confronti di Washington e tale asse ha deciso, col viaggio di Trump nella regione, di chiudere definitivamente l’era della “primavera araba” (“Operazione Levante arabo”, dove l’obiettivo era isolare l’Iran attraverso l’esportazione della democrazia nei paesi vicini, soprattutto in Siria, grazie al rafforzamento dei Fratelli Musulmani), di cui non a caso Turchia e Qatar erano tra i principali sponsor, paesi ormai ai margini degli avvenimenti regionali, a esclusione di alcuni accadimenti isolati, e mettere in atto un nuovo progetto, l’”Operazione Iran”, dove si punta dritti al dunque, senza tergiversare, senza passare da Damasco o da Beirut o da Gaza, dritti a Teheran, il cuore del problema secondo la lobby oltranzista.

Se nell’operazione obamiana il mezzo per isolare Teheran era colpire gli ayatollah in altri contesti e con modalità che non portassero allo scontro diretto sul terreno iraniano, ora l’obiettivo dichiarato è portare l’instabilità manu militari all’interno della Repubblica Islamica. Per ora il mezzo è l’estremismo islamista di matrice wahabita, ma chissà, un domani, se tale metodo dovesse fallire, come fallirà presumibilmente, si potrebbe arrivare anche ad una escalation del conflitto.

Gli iraniani sono avvisati, e i primi attentati di matrice islamista-wahabita a Teheran dal 1979 ne sono la dimostrazione; i sauditi, i sionisti e l’ala oltranzista di Washington hanno ora saldamente in mano il potenziale economico, bellico e diplomatico di quel gigante chiamato Stati Uniti d’America, cosa che non era mai accaduta negli ultimi quarant’anni, se non per un breve frangente durante l’amministrazione Bush jr., quando una setta fanatica, ma con discernimento geopolitico, aveva preso il potere negli USA. Questa volta, se possibile, tale setta ebraico-protestante al potere a Washington vuole puntare in alto, al nocciolo della questione: né Beirut, né Gaza, né Damasco, né Baghdad, né Kabul. Ora i giochi del Vicino Oriente passano da Teheran.


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Ali Reza Jalali, laureato in giurisprudenza presso l`Università degli Studi di Brescia, ha conseguito il dottorato di ricerca in diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Verona. Attualmente insegna diritto costituzionale e internazionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza della Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università Islamica di Shahrud (Iran). Presiede il Centro studi internazionale Dimore della Sapienza, di cui è anche responsabile per la sezione dedicata agli studi giuridici e politologici. Ha pubblicato numerosi saggi su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel relativo sito informatico. Nelle sue ricerche si occupa prevalentemente dei temi attinenti al diritto pubblico, al diritto internazionale, al rapporto tra Islam e scienza politica ed alle relazioni internazionali, in particolare per quanto riguarda l’area islamica.