Nella giornata in cui tutti i bambini del mondo o quasi sono impegnati nel celeberrimo ‘trick or treat’ e gli adulti in improbabili travestimenti celebrando una bislacca ricorrenza, l’UNESCO decideva che sì, la Palestina è autorizzata ad entrare in qualità di membro nell’organizzazione che tutela l’Educazione, la Scienza e la Cultura delle Nazioni Unite. Durante la riunione parigina dell’Assemblea Generale del 31 ottobre centosette paesi hanno pronunciato il fatidico sì, 52 si sono astenuti (tra cui l’Inghilterra e l’Italia) e 14 si sono opposti; tra questi, con un vero e proprio colpo di scena, dobbiamo annoverare anche gli USA.

L’esito delle votazioni può essere definito ‘una vittoria del diritto, della giustizia, della libertà’ oppure ‘una tragedia’ a seconda dei punti di vista, ma in qualsiasi modo lo si voglia considerare, alcune valutazioni cui portano certi elementi possono essere fatte in modo piuttosto oggettivo.

PIU’ FUMO CHE ARROSTO

Che il voto all’UNESCO abbia assoluta rilevanza simbolica è innegabile; lo conferma per antitesi la reazione dello stesso Primo Ministro israeliano, Netanyahu, che ha dichiarato l’illusorietà dell’idea che il suo paese assista passivamente a ‘queste mosse che danneggiano Israele’; è uomo di parola, questo Netanyahu: per rappresaglia, saranno costruite circa duemila nuove unità abitative, tutte in West Bank ovviamente, delle quali 1650 soltanto a Gerusalemme Est.

Per inciso, verrebbe da chiedersi in che modo il riconoscimento di un altro Stato come membro dell’Organizzazione per la tutela delle Scienze, dell’Educazione e della Cultura danneggia Israele. Mi sorge il sospetto che se si fosse trattato dello Zimbawe (preso ad esempio perché sufficientemente lontano dalla sfera degli interessi israeliani) i danni per Israele non avrebbero meritato il clamore internazionale suscitato in questa occasione.

La stessa Casa Bianca si è affrettata a definire la mossa ‘controproducente, inopportuna e prematura’, ed a dichiarare l’intenzione di tagliare i fondi alla stessa UNESCO; dunque sì, quello che è successo il 31 ottobre può essere considerato a buon diritto una pietra miliare nella storia di Palestina.

Il punto però è che il voto dell’Assemblea Generale ha un peso più simbolico che politico e, se il giubilo della dirigenza dell’ANP è più che comprensibile, non si può dire altrettanto dell’ottimismo con cui la stessa interpreta quanto accaduto a Parigi, ritenendolo un primo passo verso il pieno riconoscimento dello Stato di Palestina – riconoscimento che scaturirebbe automaticamente dall’accettazione della richiesta di partecipazione della Palestina come Stato membro dell’ONU presentata da Abu Mazen il 23 settembre. Perché questo avvenga, il primo passo è che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si esprima favorevolmente con 9 voti su 15 e nessun veto, mentre Washington ha già reso pubbliche con largo preavviso le sue intenzioni di voto – il veto, appunto; l’iter poi prevede che tale decisione passi all’Assemblea Generale sotto forma di raccomandazione perché questa si pronunci a sua volta1.

Date queste premesse, ciò che realmente conta – la votazione positiva del Consiglio di Sicurezza – è destinato a rimanere fantascienza.

Però, tutto il suddetto discorso pare si basi su una falsa premessa: l’accettazione della piena e paritaria membership palestinese nell’Assemblea Generale non costituisce di per sé alcun riconoscimento della sovranità dello Stato palestinese sul proprio territorio; sono due elementi scollegati e non interdipendenti: la misura tradizionale di nazionalità si basa sulla capacità del governo di esercitare la propria autorità sul territorio che reclama e sul rispetto di cui gode a livello internazionale, solitamente evidente dall’estensione dei riconoscimenti che riceve. Una semplice dimostrazione è data dallo stesso regno di David al momento della proclamazione della sua indipendenza (14 maggio 1948, data che da alcuni è ricordata come una catastrofe), quando sono giunti i riconoscimenti di Stati Uniti, Russia et similia, ma in nessun momento l’ONU si è pronunciato a riguardo. Dunque è una questione prima di tutto interna, ed in un secondo momento internazionale, senza che questo implichi una qualche attività da parte dell’ONU in nessun passaggio.

QUESTO RICONOSCIMENTO NON S’HA DA FARE

Non sono soltanto gli Stati Uniti ad essere contrari al riconoscimento della Palestina come membro dell’ONU, e nella loro opposizione non sono accompagnati soltanto – e prevedibilmente – da Israele; sorprendentemente, non ritengono che sia una mossa saggia anche gli affiliati del Movimento Giovanile Palestinese (PYM) e una parte degli intellettuali, del mondo arabo ma non solo. Almeno, non a queste condizioni. Nel comunicato del PYM il punto da sottolineare è che:

[…] l’iniziativa della dichiarazione dello stato palestinese viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta con metodi democratici da tutto il suo popolo e che pertanto non rappresenta la popolazione palestinese nella sua totalità. Questa proposta è un fabbricazione politica progettata dalla leadership palestinese per nascondersi dietro  l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione.[…]’.

Dunque, una delle motivazioni per cui questo riconoscimento non s’ha da fare è che rappresenta per l’ANP una mossa per conservare una legittimità politica sullo scenario internazionale che invece internamente non possiede più, per ‘tirare avanti’ quanto più possibile; Mahmud Abbas non possiede più alcun diritto per ergersi a rappresentante del popolo palestinese in vece del quale negoziare il riconoscimento dello stato: il suo mandato è scaduto ormai qualche tempo e i deputati eletti nel Consiglio Legislativo Palestinese provengono per la maggior parte dalle fila di Hamas e, pertanto, si trovano detenuti nelle carceri israeliane (ubi maior … ). Dunque, l’ANP non rappresenta la maggioranza dei palestinesi – come democrazia vorrebbe – né di quelli dei Territori (inclusa la Striscia) né di quelli d’Israele né di quelli in esilio.

Tra coloro che attribuiscono gli sforzi internazionali di Mahmud Abbas ad esigenze tutte interne e particolari – e dunque meno nobili rispetto al vedere riconosciuto il diritto all’autodeterminazione alla propria gente – c’è Ali Hasan Abunimah2 che da uno dei suoi scritti tuona:

[…]Che fare se la tua decennale campagna per realizzare uno Stato palestinese indipendente su quei pezzi della Palestina storica, conosciuti come Cisgiordania e Gaza è stata coronata da un fallimento totale?

La risposta potrebbe essere che se sei l’Autorità Palestinese sponsorizzata dall’occidente (AP) in una Ramallah occupata da Israele, val bene fingere in ogni caso di avere uno Stato palestinese, in modo da ottenere la complicità del maggior numero di paesi possibile per questa farsa.

Questa sembra essere l’essenza della strategia dell’AP per la richiesta d’ammissione dello “Stato di Palestina” all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel prossimo mese di settembre. […]’.

Nell’analisi di Abunimah, il tentativo di riconoscimento dello stato palestinese rappresenta la conseguenza naturale del processo di institution building avviato dall’Autorità Palestinese e dovrebbe costituire una solida base su cui poggeranno le infrastrutture del futuro stato; c’è solo un piccolo particolare: le istituzioni create fino ad ora sono la polizia di stato e gli apparati della milizia, entrambi utilizzati – ancora nel presente, cosa che fa sospettare che nel futuro non sarà diverso – per reprimere l’opposizione interna alla stessa AP e per frenare le attività di resistenza all’occupazione israeliana. Questa è per lui ‘la strategia della disperazione di una leadership palestinese che ha perso la sua legittimità, ed è diventata un serio ostacolo per i palestinesi sulla via della riconquista dei loro diritti ‘.

Dall’altra parte c’è Hamas, ritenuta da molti impresentabile come partner per colloqui di pace, figurarsi per sedere al tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Infatti, il Presidente degli Stati Uniti d’America ha dichiarato:

Gli sforzi dei palestinesi di delegittimare Israele falliranno. Le azioni simboliche intraprese a settembre per isolare Israele alle Nazioni Unite non creeranno uno Stato indipendente. I leader palestinesi non avranno pace né prosperità se Hamas insiste su schemi terroristici e di rifiuto e i palestinesi non realizzeranno mai la loro indipendenza negando il diritto di Israele ad esistere3.

Sicuramente per miei limiti, ma proprio non capisco cosa ci sia di delegittimante per Israele nel chiedere l’ammissione della Palestina all’ONU – tralasciando la questione della convenienza o meno di tale atto – o in che modo tale richiesta possa isolare Tel Aviv alle Nazioni Unite: se in sessantatre anni non ci sono riuscite le numerose risoluzioni di condanna dello stesso Consiglio di Sicurezza, come potrebbe riuscirci una votazione nella quale gli USA hanno già dichiarato di apporre il veto? Perdonatemi, proprio non ci arrivo.

Per i suddetti motivi, e per tutti gli altri per i quali qui non c’è spazio ma che ci possono a buon diritto venire in mente, è innegabile che anche la dirigenza palestinese dovrebbe fare un serio mea culpa.

Paradossalmente, il riconoscimento ufficiale della Palestina come Stato abbasserebbe automaticamente i target delle richieste dei palestinesi, il che rappresenta la seconda ragione addotta da quanti non vorrebbero che l’ONU riconosca la Palestina come stato membro (e che vorrei tranquillizzare: ci pensa lo Zio Sam!). Il caso del diritto al ritorno dei profughi è esemplificativo: ad oggi, tale diritto è sancito dalla risoluzione 194 (articolo 11) e si estenderebbe a tutto il territorio della Palestina mandataria; la nascita di uno Stato palestinese si rende necessaria, nei piani di Israele, per restringere l’applicazione del suddetto soltanto ai confini del futuro Stato – per il momento tutti virtuali – il che a sua volta implicherebbe la legalizzazione degli insediamenti ebraici nella parte dei Territori Occupati esterni a tali confini.

Proprio per quanto detto finora sul ridimensionamento delle ‘pretese’ della controparte, Israele ha sempre ritenuto che l’esistenza di una Palestina fosse auspicabile – leggi conveniente; tuttavia, un ritorno ai confini del lontano ’67 non è praticabile. Dunque, come si fa? La soluzione starebbe in uno scambio di territori e cittadinanza: i territori della Cisgiordania occupati dagli insediamenti diventerebbero territorio israeliano a tutti gli effetti mentre i cittadini arabi dello stato ebraico, gli arabi d’Israele, diventerebbero cittadini del futuro – quanto virtuale – stato palestinese. In questo modo Tel Aviv otterrebbe una riduzione considerevole della popolazione araba interna senza che questo significhi necessariamente dare un’identità allo stato antagonista: i suddetti passaggi dovrebbero essere evidentemente accompagnati da negoziati che si rivelerebbero per loro stessa natura molto lunghi ed infinitamente complessi e sarebbe durante questi colloqui che le varie manovre verrebbero portate a termine nel concreto; basterebbe che Israele facesse saltare al momento opportuno il tavolo delle trattative per avere una popolazione araba non più cittadina israeliana – e non ancora palestinese – la quale, proprio in virtù del mutato status, avrebbe necessità di un permesso di soggiorno per continuare a risiedere in Israele, con tutto ciò che questo comporterebbe – per esempio la possibilità di espulsione, in questo caso diventata legale.

MOTIVAZIONI DI CARTA

Quanti riescono ad entusiasmarsi per questo atto di coraggio – del quale si deve dare atto a Mahmud Abbas comunque la si pensi – pensano che il riconoscimento della sola (e ridimensionata rispetto all’originale) Cisgiordania come Stato membro sia solo una base dalla quale partire per avanzare ulteriori richieste innanzitutto a livello identitario (riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina), poi a livello territoriale (che includerebbero anche Gaza, la qual cosa determinerebbe l’esistenza di uno Stato che non ha contiguità territoriale) e di affermazione di altri diritti (come il diritto al ritorno per i profughi). Io non condivido: se anche un voto positivo del Consiglio di Sicurezza fosse possibile, questo non porterebbe alcun mutamento nella realtà legale dei fatti, né spalancherebbe alcuna porta per il riconoscimento dell’esistenza della Palestina in quanto nazione; in fondo, l’ammissione della Palestina all’interno dell’ONU è ancora poca cosa perché Israele abbandoni la linea dura e valuti realmente la strada di un accomodamento negoziale dell’annosa questione.

Anche la posizione di chi ritiene che la presenza di Mahmud Abbas all’interno dell’ONU in qualità di membro paritario4 metterebbe Israele sotto pressione internazionale (Nabil Shaat, alto funzionario di Fatah, parlando al New York Times) è insostenibile; il Libano è membro delle Nazioni Unite dal 1945 ma che io sappia questo non ha pesato molto sulla decisione di Israele di occupare il sud del paese dal 1978 al 2000, oppure sul bombardamento del 2006. Potrei citare altri esempi (alture del Golan, Siria), ma dopotutto sarebbero tutte illazioni.

Altri ancora, oserei dire ingenuamente, credono che il pronunciamento favorevole dell’Assemblea Generale dell’ONU comporterebbe una rimozione delle colonie che sorgono illegalmente nei Territori perché la loro permanenza rappresenterebbe una violazione quotidiana della sovranità di uno stato membro.

Sinceramente, non la reputo una motivazione sufficientemente forte; parlerei sì, di conseguenze, ma in senso nettamente negativo: per la sola ammissione della Palestina all’interno dell’UNESCO (ed abbiamo visto che valenza ha questo evento) Netanyahu ha reagito nel modo che sappiamo. Mi chiedo cosa potrebbe fare se Abu Mazen ottenesse il placet per sedere al tavolo delle Nazioni Unite con il pieno status di membro paritario.

Forse però i miei sono timori inutili: cosa può fare un ‘povero piccolo Sansone’5?


“Le opinioni contenute nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di Eurasia”

 

1  Per leggere le norme che regolano l’ingresso degli stati nelle Nazioni Unite, http://thf_media.s3.amazonaws.com/2011/pdf/bg2574.pdf , pg. 4.

2  Giornalista americano palestinese e co – fondatore di ‘Electronic Intifada’, una pubblicazione online no profit che tratta come argomento centrale il conflitto israelo – palestinese

3  Barack Obama, “Remarks by the President on the Middle East and North Africa,” The White House, May 19, 2011, su http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2011/05/19/remarks-president-middle-east-and-north-africa (June 28, 2011).

4  Nel 1974 l’Assemblea Generale ha votato la risoluzione 3237, che garantisce all’OLP lo status di osservatore all’interno delle Nazioni Unite in quanto rappresentante della popolazione palestinese. Uno stato osservatore, in generale, ha un posto nell’Assemblea Generale e può intervenire nei dibattiti ma non ha il diritto di votare; tuttavia, ad alcuni stati osservatori, OLP inclusa, nel 1988 sono stati riconosciuti altri privilegi: i documenti pubblicati da questi vengono fatti circolare negli ambienti dell’UN come documenti ufficiali delle Nazioni Unite, viene normalmente designata come Palestina e non come Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Dieci anni più tardi sono stati ampliati ulteriormente i privilegi concessi: il diritto a partecipare nei dibattiti generali dell’Assemblea, il diritto di replica, il diritto di presentare delle bozze di risoluzione e opinioni di voto sulle questioni mediorientali, incluse quelle palestinesi.

5  La citazione è da Avi Shlaim, Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo, Bologna, Casa Editrice Il Ponte, 2003, pg. 257.

* Paola Saliola è dottoressa in Lingue e civiltà orientali presso l’Università La Sapienza di Roma


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