Fonte: “Stratfor”, pubblicato dietro permesso

Apparentemente gli Stati Uniti hanno raggiunto un punto in cui devono necessariamente accettare che l’Iran sviluppi armi nucleari, qual’ora ne abbia voglia, ovvero pensare ad un’operazione militare che prevenga che ciò accada. Esiste però anche una terza strategia: Washington può tentare di ridefinire la questione iraniana.

Dal momento che non sappiamo cosa i leader di entrambe le parti stiano architettando, esplorare le varie possibilità costituisce una sorta di esercizio di teoria geopolitica. Iniziamo con le due scelte estreme.

Diplomazia vs. Opzione Militare

L’approccio diplomatico consiste nel creare un’ampia coalizione preparata ad imporre sull’Iran quelle che sono state definite come sanzioni paralizzanti. Sanzioni efficaci devono essere così dolorose da obbligare chi le soffre a mutare atteggiamento. Nel caso di Tehran, lo si potrebbe ottenere soltanto riuscendo a bloccare le importazioni iraniane di benzina. L’Iran importa il 35% del combustibile che consuma. Non è certo che un embargo sul gasolio potrà essere paralizzante, ma è l’unico che potrebbe esserlo. Tutte le restanti forme sanzionatorie contro questo paese costituirebbero solo delle mere azioni pensate per dare l’impressione che qualcosa sia stata fatta.

I Cinesi non parteciperanno ad alcun embargo sulla benzina. Pechino riceve l’11% del suo petrolio dall’Iran ed ha già reso chiaro che continuerà a rifornirlo di benzina. La posizione di Mosca è questa: la Russia potrà strada facendo prendere in considerazione delle sanzioni, ma non ha specificato mai quando, né di che tipo di sanzioni si tratterebbe. I Russi sono felici di vedere gli Stati Uniti impantanati in Medio Oriente e dunque non sono troppo vogliosi di risolvere i problemi nordamericani nella regione. Dato che i Cinesi e i Russi difficilmente aderiranno ad un embargo sulla benzina, esso sarebbe indolore per Tehran. E dal momento che tutti gli altri tipi di sanzioni non sono altro che dei palliativi, l’approccio diplomatico è destinato a non funzionare.

L’approccio militare ha certamente i suoi rischi. In primo luogo, il successo dipende dalla qualità delle informazioni ottenute sulle strutture nucleari iraniane e sulla loro solidità. In secondo luogo, questo tipo di approccio richiede riusciti attacchi aerei. In terzo luogo, bisogna poter valutare i danni arrecati, per capire se l’attacco sia stato un successo o meno. Quarto, sono necessarie delle incursioni successive per distruggere tutte le strutture rimaste in funzione. Infine, gli attacchi devono riuscire a fare molto più che arretrare il programma nucleare iraniano di qualche mese o anno. Se il rischio legato ad un Iran nuclearizzato è grande abbastanza da giustificare i rischi di una guerra, il suo risultato dev’essere però decisivo.

Ognuno dei punti appena elencati è tuttavia passibile di fallimento. Data la loro molteplicità, in cui sono inclusi altri punti non menzionati, il fallimento, pur non essendo un’opzione accettabile, sarebbe senz’altro possibile.

Ma ammesso che l’attacco abbia successo, resta la domanda su ciò che potrebbe succedere il giorno successivo. L’Iran possiede le sue carte da giocare in risposta. Ha a disposizione un’organizzazione terroristica straordinariamente efficiente: Hezbollah. Ha un certo seguito in Iraq, tale da poter destabilizzare il paese e costringere gli Stati Uniti a mantenervi truppe che sarebbero alquanto necessarie altrove. Può inoltre contare sull’uso di mine e missili per tentare di chiudere temporaneamente lo stretto di Hormuz e le rotte marittime del Golfo Persico, facendo schizzare alle stelle il prezzo del petrolio proprio nel momento in cui l’economia globale sta cercando di stabilizzarsi. La posizione iraniana rispetto al programma nucleare si fonda proprio su questo: pur non avendo molte certezze in caso di attacco militare, una di queste è la capacità di renderlo complesso ed inaccettabilmente rischioso. L’Iran perciò non crede che gli Stati Uniti possano colpirlo o permettere ad Israele di attaccare, dal momento che le conseguenze sarebbero inaccettabili.

Per ricapitolare, gli Stati Uniti possono o accettare un Iran nuclearizzato o arrischiare un attacco che: a) potrebbe fallire completamente; b) potrebbe solo ritardare lo sviluppo del programma nucleare iraniano o c) potrebbe avere successo ma provocare tremende risposte da parte di Tehran. Quando nessuna opzione è accettabile, allora bisogna trovare una terza strada.

Ridefinire il Problema Iraniano

Da quando il problema iraniano si è cristallizzato sulla questione nucleare, gli Stati Uniti si trovano in una posizione insostenibile. Dunque il problema deve essere ridefinito. Un tentativo di ridefinizione consiste nell’augurarsi una rivolta contro il regime corrente. Non ripeteremo da capo le nostre opinioni su tale punto, ma in breve affermiamo di non ritenere le dimostrazioni in corso un vero problema per il regime. Tehran le ha facilmente represse, ma quand’anche l’opposizione dovesse riuscire ad avere la meglio, probabilmente non darebbe vita ad un regime molto più accomodante verso gli USA. L’attesa di una rivoluzione non è un’alternativa strategica: serve solo a giustificare l’inazione, e corrisponde perciò ad accettare un Iran nucleare.

In questo momento l’Iran è la più forte potenza militare nella regione del Golfo Persico. A meno che gli Stati Uniti non posizionino forze militari sostanziali e permanenti in quel quadrante, non v’è alcuna forza in grado di contrastare l’Iran. La Turchia è più potente dell’Iran ma è lontana dal Golfo ed è al momento assorta in altre questioni, sicché non vuole accollarsi un impegno militare contro l’Iran, almeno per un po’. Tutto questo fa sì che gli Stati Uniti non possano ritirarsi dall’Iraq. Baghdad è troppo debole per bloccare l’Iran dalla penisola arabica e per di più il suo governo è composto da elementi amici di Tehran.

Storicamente, la stabilità della regione è dipesa dall’equilibrio di forze tra Iran e Iraq. Quando nel 1990 era traballante, si ebbe l’invasione irachena del Kuwait. Gli Stati Uniti in quell’occasione non vollero spingersi a fondo in Iraq proprio per evitare di stravolgere l’equilibro e creare un vuoto di potere in Iraq. Semmai la strategia nordamericana fu quella di ristabilire l’equilibrio, cosa più conveniente che mandare un gran numero di soldati nella regione.

La decisione di invadere l’Iraq nel 2003 fu presa pensando che, una volta caduto il regime baathista, gli Stati Uniti avrebbero potuto rapidamente creare un forte governo iracheno per controbilanciare l’Iran. L’errore principale consistette nel non avere pensato che il nuovo governo iracheno sarebbe stato formato anche da Shiiti, molti dei quali sono alleati dell’Iran. Anziché fare da contrappeso all’Iran, l’Iraq rischia di diventarne un satellite. Gli Iraniani hanno caldeggiato assai l’invasione statunitense proprio perché volevano creare la situazione per cui l’Iraq si sarebbe mosso verso la propria orbita. Quando ciò iniziò ad accadere, gli USA non ebbero altra possibilità che quella di estendere l’occupazione dell’Iraq, una trappola da cui tanto Bush quanto Obama hanno cercato di scappare.

È difficile quantificare l’attuale influenza iraniana sull’Iraq. Ma se l’Iran potrebbe non essere in grado di imporre uno Stato suo alleato in Iraq, ha quanto meno sufficiente potere per bloccare la creazione di qualsiasi governo iracheno forte, sia tramite l’esercizio di una certa influenza diretta, sia diffondendo violenze destabilizzanti in Iraq. In altri termini, l’Iran può impedire che l’Iraq diventi un suo contrappeso e certamente ha tutte le ragioni per farlo. Non a caso lo sta già facendo.

La Questione Fondamentale USA-Iran

L’Iraq, non le armi nucleari, rappresenta la questione fondamentale tra Iran e USA. L’Iran vuole che gli Statunitensi escano dal paese in modo da poterne assumere il posto, diventando la potenza militare dominante nel Golfo. Gli USA vorrebbero andare via dall’Iraq perché stanno incontrando difficoltà in Afghanistan, dove è necessaria la cooperazione iraniana. Lasciare le truppe in Iraq per un periodo di tempo prolungato mentre si combatte in Afghanistan, lascia gli Stati Uniti esposti nel resto del mondo. Eventi che hanno riguardato la Russia o la Cina, come la guerra in Georgia del 2008, trovano gli USA incapaci di reagire. L’alternativa sarebbe o ritirarsi dall’Afghanistan o incrementare numericamente le Forze Armate statunitensi. La prima opzione sarebbe prematura, la seconda è economicamente insostenibile.

Quindi gli Stati Uniti devono trovare un modo per controbilanciare l’Iran senza prolungare il dispiegamento militare in Iraq e senza poter contare sul riemergere di un Iraq forte, dal momento che l’Iran non lo permetterà. La questione nucleare è soltanto una delle tante, in un ben più ampio problema di natura geopolitica. Non è affatto una questione isolata.

Gli Stati Uniti possiedono un’interessante strategia per ridefinire i problemi: creare alleanze straordinarie con nemici geopoliticamente e ideologicamente mortali per conseguire i propri obiettivi. Un esempio è l’alleanza di Franklin Roosevelt con la Russia stalinista per bloccare la Germania nazista. Costui ha perseguito questa alleanza malgrado le massicce critiche politiche provenienti non solo dagli isolazionisti ma anche da istituzioni come la Chiesa Cattolica Romana, che vedeva il demonio nei Sovietici.

Si può anche citare la decisione di Richard Nixon di allinearsi con la Cina, proprio nel momento in cui Pechino forniva armi al Vietnam del Nord per uccidere i soldati statunitense. Inoltre Mao, che aveva detto di non temere una guerra nucleare dato che la Cina poteva sopportare diverse centinaia di milioni di morti, fu considerato, a ragione, un pazzo. Nonostante ciò Nixon, il più anti-comunista e anti-cinese dei politici nordamericani, capì che questa alleanza (che era tale, malgrado l’assenza di un trattato formale) con la Cina era essenziale per controbilanciare l’Unione Sovietica, in un momento in cui la potenza statunitense si era indebolita in Vietnam.

Roosevelt e Nixon hanno avuto a che fare con situazioni strategiche impossibili, ma furono pronti a ridefinire l’equazione strategica accettando l’alleanza con paesi che erano prima percepiti come delle minacce strategiche e ideologiche. La storia americana è piena di alleanze opportunistiche, pensate per risolvere dilemmi strategici altrimenti impossibili. Il caso di Mao e Stalin rappresenta l’esempio di alleanze con nemici al solo fine di bloccare una terza potenza vista come ancor più pericolosa.

È stato detto che Ahmadinejad sarebbe pazzo. Ed anche di Mao e Stalin si disse così, in entrambi i casi non senza qualche ragione. Ahmadinejad ha detto molte cose strane ed ha fatto tante minacce. Ma quando Roosevelt ignorò le cose dette da Stalin, e quando Nixon fece altrettanto con Mao, entrambi scoprirono che le azioni di Stalin e Mao erano molto più razionali e prevedibili della loro retorica. Allo stesso modo, ciò che gli iraniani dicono e ciò che fanno sono due cose molto differenti.

Interessi Americani v.s. Interessi Iraniani

Si considerino gli interessi nordamericani. In primo luogo, bisogna mantenere il flusso di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti non possono tollerare interruzioni e questo limita i rischi che sono disposti a correre. In secondo luogo, bisogna evitare che un’altra potenza riesca a controllare il petrolio del Golfo Persico, dato che ciò le conferirebbe un troppo potere di lungo termine nel sistema globale. Terzo, mentre gli USA sono impegnati in una guerra con elementi del mondo sunnita, devono ridurre le forze a disposizione. Quarto punto, bisogna avere direttamente a che fare col problema iraniano. L’Europa si spingerà fino alle sanzioni ma non oltre, mentre la Russia e la Cina non giungeranno nemmeno a quel punto. Quinto, bisogna prevenire un attacco israeliano all’Iran per le stesse ragioni per cui si deve evitare un proprio attacco: il giorno dopo toccherebbe agli USA affrontarne le conseguenze.

Ora si considerino gli interessi iraniani. Primo, bisogna garantire la sopravvivenza del regime. Esso vede negli Stati Uniti un nemico pericoloso e imprevedibile. In meno di 10 anni, ha visto dispiegarsi le truppe nordamericane a est e a ovest dei propri confini. Secondo, il regime deve fare in modo che l’Iraq non torni mai più a minacciare l’Iran. Terzo, l’Iran vuole aumentare la propria autorità nel mondo musulmana a scapito dei sunniti, che vede come nemici e a volte come una minaccia.

Adesso si considerino le convergenze. Gli USA sono in guerra con alcuni (non tutti) i sunniti. Questi sono anche nemici dell’Iran. L’Iran non vuole le truppe statunitensi lungo i propri confini orientali e occidentali. In linea di massima, nemmeno gli Statunitensi vorrebbero restarci. Gli Stati Uniti non desiderano una interruzione dei flussi di petrolio attraverso Hormuz. L’Iran preferisce di gran lunga speculare su questi flussi, piuttosto che interromperli. Infine, gli Iraniani comprendono che l’unica minaccia per loro sono gli Stati Uniti. Se l’Iran risolvesse il problema americano, la sopravvivenza del regime verrebbe assicurata. Gli Stati Uniti comprendono, o dovrebbero comprendere, che ristabilire l’Iraq come contrappeso all’Iran non è un’opzione possibile: o le truppe statunitensi restano in Iraq o si accetta il ruolo incondizionato dell’Iran.

Dunque, un esercizio di teoria geopolitica deve considerare quanto segue. Le opzioni di Washington sono inaccettabili. Ridefinendo la questione tenendo conto delle conseguenze dell’invasione dell’Iràq, ci sono tre aree di reciproco interesse. Primo, entrambe le potenze hanno problemi con il mondo islamico sunnita. Secondo, tutte e due le potenze auspicherebbero una riduzione delle truppe statunitensi nella regione. Terzo, entrambi i paesi hanno un certo interesse nell’assicurare i flussi petroliferi, uno per usare questo petrolio, l’altro per godere del profitto in modo da incrementare il proprio peso regionale.

Il problema strategico ovviamente è il potere iraniano nel Golfo Persico. Il modello cinese può essere ampiamente ricalcato a tale proposito. La Cina sviluppò una certa retorica bellicosa prima e dopo le visite di Nixon e Kissinger. Ma qualunque cosa avesse fatto internamente, non avrebbe costituito un grosso rischio nella sua politica estera. Le relazioni con gli Stati Uniti erano molto importanti per la Cina. Pechino capì il valore di questo rapporto e nonostante continuasse a inveire contro l’imperialismo, fu ben attenta a non minare questo interesse centrale.

Il rischio maggiore in questa terza strategia è che l’Iran possa uscire dai propri confini e cercare d’occupare i paesi produttori di petrolio del Golfo. Certo, si potrebbe provarci, ma condurrebbe ad un rapido intervento americano. Gli Stati Uniti però non bloccherebbero l’influenza iraniana indiretta, che va dalla partecipazione a progetti regionali alla promozione della Sh’ia nel mondo arabo. I limiti posti da Washington alla potenza iraniana sono ben chiara, e possono essere fatti valere in qualsiasi momento.

Chi ci rimetterebbe di più in questa terza strategia sarebbero i sunniti della penisola araba. Ma a parte l’Iraq, costoro sono incapaci di difendersi da soli e gli Stati Uniti non hanno interessi di lungo periodo nelle loro relazioni economiche e politiche. Fino a che il petrolio scorre e nessuna singola potenza controlla la regione intera, gli Stati Uniti non devono preoccuparsi di nessuna questione.

Israele potrebbe infuriarsi. Esso vede l’ostilità tra USA e Iran come un dato di fatto. Vuole che gli Stati Uniti eliminino la minaccia nucleare iraniana. Ma eliminare questa minaccia non è fattibile, visti i rischi, e dunque la scelta si riduce a due possibilità: l’inclusione o l’esclusione dell’Iran nuclearizzato dalle relazioni strutturate con gli USA. La scelta preferita dagli Israeliani, un conflitto USA-Iran, non è plausibile. E Israele non può più guidare la strategia nordamericana, non più di quanto possa farlo l’Arabia Saudita.

Dal punto di vista statunitense, una reciproca comprensione con l’Iran avrebbe il vantaggio di risolvere un problema spinoso. Nel lungo periodo, potrebbe inoltre risultare una fattore di auto-contenimento per l’Iran. La Turchia è molto più forte dell’Iran e sta uscendo dal guscio in cui si era ritirata da secoli. I suoi rapporti con gli Stati Uniti sono delicati. L’accordo con l’Iran degli USA farebbe infuriare i Turchi, spingendoli ad un ruolo più attivo, proponendosi come contrappeso all’Iràn in Iràq. Ma la rabbia della Turchia nei confronti degli USA servirebbe gli interessi nordamericani. L’influenza iraniana in Iràq potrebbe svanire senza che Washington debba venir meno alla propria parola, perché vi provvederebbero i Turchi di propria spontanea iniziativa.

Insomma, per ambo le parti il trauma più grande provocato da un tale accordo sarebbe di natura politica. L’accordo USA-Unione Sovietica scioccò profondamente gli americani, ma meno i Sovietici già sufficientemente sorpresi dal patto con Hitler. L’intesa Nixon-Mao scioccò tutti. Era impensabile allora, ma quando tutti ebbero avuto il tempo di rifletterci scoprirono ch’era fattibile.

Una tale manovra sarebbe difficile per il presidente Barack Obama, dal momento che potrebbe essere interpretato come una nuova dimostrazione di debolezza piuttosto che come una mossa astuta e spregiudicata. Un attacco militare lo rafforzerebbe in politica interna, mentre cinici negoziati lo indebolirebbero. Per Ahmadinejad sarebbe molto più semplice giustificare sul piano interno quest’accordo. In ogni caso, le scelte al momento possibili sono: un Iran nuclearizzato, attacchi aerei prolungati con tutte le possibili conseguenze oppure qualcos’altro. Qui abbiamo provato ad ipotizzare un “qualcos’altro” il più possibile vicino alla tradizione strategica statunitense.

(Traduzione di Pietro Longo)

* George Friedman, analista statunitense, è il direttore di Strategic Forecasting Inc.

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