Un titolo simile assume per gli “addetti ai lavori” un suono che spazia tra lo strano ed il pleonastico. Eppure, proprio nell’epoca delle reti sociali è urgente dotarsi di strumenti per reagire al chiacchiericcio di chi non sa e controbattere: la geopolitica è una disciplina o totalmente ignorata nei suoi metodi, presupposti e conclusioni, oppure semplicemente denigrata.

Si ignora innanzitutto che il termine “geopolitica” non è sinonimo di “relazioni internazionali” o “politica estera”. Sia chiaro, queste discipline sono sostanzialmente inscindibili: senza la seconda e la terza non si può comprendere appieno la prima, ma la prima è strumento imprescindibile per accedere alle altre due (altrimenti, liberi di credere che le relazioni tra gli Stati e le potenze siano retti solo da spinte ideali o ideologiche, o al contrario solo da immediato calcolo economico). Eppure non sono sinonimi: la geopolitica, pur prendendole senz’altro in analisi, non parte dalle scelte politiche degli attori statuali, bensì prende le mosse dallo studio del rapporto tra la politica (il potere) e lo spazio. Nonostante ciò, i giornali e i media “popolari” persistono per pigrizia intellettuale ed ignoranza ad usare la parola geopolitica come sinonimo delle altre due. All’ignoranza della disciplina e del metodo geopolitici segue la denigrazione: rozzo determinismo, complottismo, vile e cinica convinzione che le scelte politiche siano dettate solo da un grande Risiko giocato sulla mappa del pianeta.

Niente di tutto ciò: la geopolitica è uno strumento. Deve essere senz’altro depurata delle proprie incrostazioni pseudoscientifiche (scioviniste o liberali), ma in primo luogo deve essere conosciuta. In un mio libro di imminente pubblicazione, Geopolitica, storia di un’ideologia, anziché proporre una rassegna diacronica di autori e studiosi, provo a mostrare come diversi contesti culturali hanno prodotti diversi saperi geopolitici e culture strategiche.

Chi ha utilizzato la geopolitica correttamente, non come espressione di una tesi monodeterminista ma come una chiave di lettura solidale con altre, difficilmente si è sbagliato.

Senza la geopolitica non possiamo comprendere quale sia il filo rosso che lega il messianismo liberale e progressista dei democratici americani da Kennedy a Obama passando per Bush, o l’aggressività dei repubblicani e dei conservatori a stelle e strisce da Kissinger a Trump, e nemmeno il legame di fondo che unisce tutti costoro: – fede nella “Nazione Necessaria”.

Senza la geopolitica non possiamo capire come mai il sionismo nasca legato a doppio filo con la necessità della potenza marittima anglosassone – britannica o statunitense – di presidiare il Vicino Oriente (così come un’analisi dell’ideologia messianica americana di marca protestante è indispensabile per capire la simpatia – nel senso etimologico del termine – esistente tra sionismo ed americanismo). La geopolitica sa di non essere monocausale.

Se prescindessimo dalla geopolitica, ci aspetteremmo da presidenti americani democratici una politica estera “pacifista” e da quelli repubblicani una isolazionista.

Né potremmo capire, senza la geopolitica, come mai la crisi venezuelana esploda proprio lì e adesso, mentre la presidenza americana è impegnata in uno scontro con la Cina che vorrebbe fosse risolutivo nel ricacciare indietro Pechino. Se l’America accelera nello scontro, deve mettere il proprio “giardino di casa” al sicuro, riaffermando la Dottrina Monroe, dopo la scomparsa dei governi progressisti da Argentina, Brasile e Cile. Quindi, ora. Il Venezuela è uno Stato esteso, non lontano da Panama, con le maggiori riserve petrolifere dell’emisfero occidentale. Quindi, lì, non nella Bolivia chiusa tra i monti o nel piccolo e povero Nicaragua, dove il progetto cinese di canale concorrente a quello panamense sembra essere sfumato.

 

Chi scrive non è ottimista: quando gli Stati Uniti decidono di investire tutto il loro capitale politico in un cambio di governo centrano quasi sempre il loro risultato. Fa recente eccezione la sola Siria, dove tutto quel capitale politico non poté essere investito, data la massiccia opposizione di Russia, Turchia, Iran, l’ambiguo rapporto con i Curdi, l’oggettiva impresentabilità degli “alleati sul terreno” della prima ora e l’aver ritenuto il caos generato e scaricato su altri un compromesso più che accettabile. Oltre che al Venezuela, gli USA puntano all’Iran, vero perno del “Vicino Oriente insubordinato”. Avendo dalla propria la forza economica e la quasi unanimità dell’Occidente – cominciando dalle storiche forze liberaldemocratiche e terminando con le nuove forze presunte “sovraniste” che in realtà gareggiano in filoamericanismo con le precedenti – gli Stati Uniti sanno che possono attendere, stringendo i due paesi sotto un logorante embargo.

Caduti Venezuela ed Iran, restano i due veri obiettivi finali: Russia e Cina. La prima è un paese tutto sommato non ricco, se ne consideriamo il reddito medio e il livello tecnologico (all’avanguardia nei settori aerospaziale, nucleare e della difesa, limitatissimo se consideriamo l’industria leggera), dalla demografia insufficiente e caduto nella trappola tesa dagli americani in Ucraina per separarla dall’Europa. La risposta russa è stata immediatamente militare: col recupero della Crimea e con l’appoggio alla ribellione del Donbass contro un governo golpista ed ostile. Tuttavia la Russia ha perso influenza ad ovest del Don, conseguendo solo – per il momento – l’obiettivo minimo strategico di congelare l’adesione dell’instabile Ucraina alla NATO. Nell’UE, la Russia ha sostenuto i partiti sovranisti, facendosi male da sola due volte: perché si ritrova in Europa governi filoamericani – avendoli sperati filorussi – e perché questi governi indeboliranno la pessima costruzione europea, privando la Federazione di un cuscinetto politico frapposto tra essa e gli Stati Uniti.

Resta la Cina: paese ricco, popoloso quanto un continente e tecnologicamente avanzato, ma privo di profondità strategica e geopolitica – se si esclude la non banale presenza in Africa, impronta cinese nel continente chiave del XXI secolo. La Cina appare decisamente troppo forte per essere piegata, ma (ancora) troppo debole per piegare. Il matrimonio di interessi sino-russo può dare certo vita ad un blocco eurasiatico non attaccabile: ma Russia e Cina non potranno uscire dal cuore dell’Eurasia, a causa dell’occupazione americana del “Rimland” spykmaniano. E si tratta di un Rimland non solo geografico, ma anche tecnologico ed economico: si pensi alla pressione USA per evitare che i paesi della loro sfera di influenza adottino tecnologie 5G di marca Huawei. Da qui il diversivo cinese in Africa e nei paesi latino-americani ostili agli USA, che comunque è caratterizzato da un approccio geoeconomico e mercantile, non compiutamente geopolitico e mirante a privilegiare la ricerca di opportunità commerciali e ad evitare il confronto diretto tra potenze (lo si vede anche nell’appoggio marcato ma non incondizionato della Repubblica Popolare al Venezuela).

È grazie all’analisi geopolitica che questi movimenti tellurici possono essere decifrati. Senza questo strumento fondamentale ci si espone al rischio di due illusioni uguali e contrarie. La prima è l’illusione che esista un ordine liberale inclusivo di Stati Uniti ed Europa; la seconda è quella di una “internazionale sovranista” che miri a distruggere l’ordine liberale per sostituirlo con un ordine di rinnovata sovranità degli Stati e di libertà dei popoli, e che magari questo ritorno dello Stato in politica possa permettere rinnovate politiche keynesiane di investimento e ridistribuzione.

Il primo ordine non è mai esistito, ma è stato solo il velo di Maya che nascondeva e giustificava l’espansionismo americano nel XX e nel primo squarcio di XXI secolo. Quanto al secondo, non si capisce come singoli Stati europei possano, da soli, tener testa ai grandi imperi; non si capisce per quale afflato patriottico le borghesie scioviniste, una volta sconfitte quelle globaliste, dovrebbero ritirarsi in buon ordine (o evaporare) per concedere keynesismo o magari socialismo, né si capisce perché non dovrebbero mirare a prendere automaticamente il controllo dei singoli Stati europei “sovrani” – controllo faticosamente sottratto alle élites globaliste – per farne mercimonio con i “nuovi-vecchi” padroni d’oltreoceano.

Qui, ad avviso di chi scrive, la geopolitica accompagna la politica: l’unica salvezza dell’uomo europeo sarà l’unità continentale da Lisbona a Vladivostok, in un blocco eurasiatico non attaccabile dal mare, ma che al mare abbia accesso e non possa essere sigillato nel cuore dell’Eurasia.

L’epoca unipolare americana è iniziata nel 1989 ed è terminata nel 2001, ma anche l’epoca del “caos controllato” giunge termine. Siamo già nell’epoca multipolare, con Stati Uniti e Cina a fare da padroni, medio-grandi potenze (Russia in primis ma anche India e Giappone) alla ricerca di un posto al sole scontrandosi innanzitutto con i propri limiti interni.

L’Europa in crisi di identità e di coscienza politica ha dimostrato nella crisi venezuelana, per l’ennesima volta, la propria insipienza.

Invece di proporsi come mediatrice – affermando un’identità distinta da quella americana ed acquisendo il capitale politico del negoziatore – l’Europa si è mossa in ordine sparso (dando il consueto segnale di inesistenza e debolezza) e si è aggregata al carro di chi avversa la “dittatura comunista”. Ha per l’ennesima volta ricordato al mondo di non esistere, di non capire che l’assalto al Venezuela è parte del disegno del Make America Great Again del pur detestato Trump. Per concludere, è sparita da un campo di gioco in cui non era mai davvero entrata, lasciandolo ai soliti Stati Uniti, ad una Cina che mira innanzitutto a tutelare i propri interessi energetici e ad alla Russia.

La Russia si conferma, in senso positivo, il contrario dell’Unione Europea quanto a coscienza strategica. Essa è sempre presente su tutti i tavoli di crisi del pianeta e in tutte le partite strategiche, mossa da una dirigenza storicamente educata alla visione strategica e alla gestione delle complessità, con in più un senso dell’interesse nazionale che ha completamente surrogato il vecchio messianismo rivoluzionario comunista.

In definitiva, è questo il vero merito di Vladimir Putin, al di là di scelte e risultati strategici ora vincenti – la restaurazione della Russia dopo i disastri di El’cin, la sconfitta del terrorismo nel Caucaso e in Siria, il contributo fondamentale alla costruzione di un mondo multipolare – ora drammaticamente controproducenti – la scelta di contribuire all’indebolimento dell’UE: Putin lascerà dopo di sé una Russia unita, forte e con una classe dirigente in cui rivive il meglio della capacità strategica sovietica.

All’Europa mancano una visione, una coscienza ed una volontà comuni, quindi un interesse nazionale definibile.

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Laureato nel 2011 in Economia all'Università Bocconi di Milano con una tesi di storia della Finanza, collabora con diverse riviste di strategia e politica internazionale su temi di economia, storia contemporanea e geopolitica, con particolare interesse per il Vicino Oriente e l'area ex-sovietica.