Il 25 luglio Praga ha ospitato la seconda conferenza del Forum della Nazioni Libere di Russia (la prima si è tenuta l’8 maggio, sempre di quest’anno, a Varsavia). Tra i protagonisti dell’incontro ci sono stati l’ex ministro degli esteri ucraino Pavlo Klimkin ed il “primo ministro” del governo della Repubblica cecena di Ikheria in esilio (a Londra) Akhmed Zakayev (accusato a più riprese di terrorismo da Mosca).

Come recita il relativo sito informatico (www.freenationsrf.org), tra le principali “focus areas” del Forum vi sono: “de-imperialization and decolonization; deputinization and denazification; demilitarization and denuclearization; economic and social changes”. Inoltre, si legge: “Free Nations of Russia Forum is a platform for bringing together municipal and regional leaders, members of the opposition movements of the Russian Federation, representatives of national movements, activists, the expert community, ad everyone who is aware of the need for an immediate trasformation of Russia”.

Tale trasformazione si identifica con la parcellizzazione del territorio russo in una congerie di innumerevoli nuovi Stati, la cui indipendenza e sovranità dovrebbe essere immediatamente riconosciuta dalla “comunità internazionale”. È scritto: “We appeal to the UN members States to provide maximum assistance to the national transitional governments/administrations to achieve the goals of decolonization and peace. As well as to officially recognize the independence and sovereignty of the following States of indigeneous people and colonial regions: Tatarstan, Ingria, Bashkortostan, Karelia, Buryatia, Kalmykia, The Baltic Republic (East Prussia), Komi, Circassia, Siberia, The Ural Republic, Don, Tyva, Kuban, Dagestan, The Pacific Federation, Moscow Republic, Erzyan Mastor, Sakha, Pomorie, Chuvashia, Chernozern, Mordovia, Povolzhye, Khakassia, Udmurtia, Ingushetia and others”.

I popoli indigeni di queste regioni vengono invitati ad unirsi in massa ad una forma di resistenza sistematica e pacifica (peaceful systematic resistance). Tuttavia, allo stesso tempo, si invita anche alla formazione di milizie territoriali ed i rappresentanti delle forze dell’ordine a disertare per unirsi ad esse.

Tale “progettualità” (per quanto ulteriormente estremizzata) sembra ricalcare per filo e per segno quella proposta dalla cosiddetta Helsinki Commission. Questa, un’agenzia del governo USA che “promuove i diritti umani e la sicurezza militare in Europa”, ha infatti parlato di “decolonizzazione della Russia” come “imperativo morale e strategico”. L’obiettivo (neanche troppo velato) è proprio quello di sfruttare i “nazionalismi” per smantellare la Federazione russa in dieci o più Stati[1].

L’idea di disgregare la Russia lungo linee etniche non è particolarmente originale. E non è neanche un prodotto della contemporaneità geopolitica. Già agli inizi del XX secolo, il militare polacco Josef Piłsudski si fece portavoce di un progetto ideologico e geopolitico a cui venne attribuito il nome di “prometeismo”. Questo progetto era orientato alla costruzione di un blocco di Stati (al cui interno la Polonia avrebbe dovuto svolgere un ruolo di primaria importanza) che, ponendosi “inter maria”, ossia tra il Mar Baltico e il Mar Nero, avrebbe dovuto costituire una sorta di “cordone sanitario” ai confini della Russia. Non solo, il “movimento prometeico” aveva anche lo scopo di risvegliare le coscienze dei popoli non russi dell’Impero zarista prima e dell’URSS poi, al fine di liberarli dal giogo di Mosca[2]. Il nome del progetto derivava naturalmente da quello di Prometeo, il titano che, facendo dono al genere umano del fuoco rubato agli dèi, avrebbe dovuto simboleggiare l’idea di “illuminazione” e di resistenza contro il potere dispotico rappresentato, secondo questa interpretazione moderna del tema mitologico, da Zeus. Dunque, se i popoli soggiogati da Mosca erano i novelli Prometei, la Russia rappresentava il dispotico dio olimpico. Così ha scritto Edmund Charaskiewicz (uno dei principali collaboratori di Piłsudski): “Il creatore e l’anima del concetto prometeico fu il maresciallo Piłsudski, il quale già nel 1904, in un memorandum inviato al governo giapponese, mise in luce la necessità di impiegare nella lotta contro la Russia le numerose nazioni non russe che abitavano i bacini del Mar Baltico, del Mar Nero e del Caspio, ed enfatizzò il fatto che la nazione polacca, in virtù della sua storia, del suo amore per la libertà, e per la sua resistenza senza compromessi contro i tre Imperi (tedesco, russo ed  austro-ungarico) che l’hanno smantellata, senza dubbio avrebbe dovuto avere un ruolo guida nell’emancipare le nazioni oppresse dai russi”[3]. E ancora: “La forza della Polonia e la sua importanza all’interno delle parti costituenti l’Impero russo ci consente di sviluppare l’obiettivo di rompere lo Stato russo dall’interno attraverso queste stesse parti emancipando i Paesi che sono stati costretti forzatamente in esso. Consideriamo questo non solo come il compimento della lotta culturale del nostro Paese per l’indipendenza, ma anche come garanzia della sua esistenza. Quando verrà indebolita la volontà di conquista russa, questa finirà di essere un pericoloso nemico”[4].

Prima di analizzare la progettualità geopolitica in sé, sarà utile ricordare che, in realtà, il significato del mito greco è ben altro. Come ha riportato Claudio Mutti nel suo libro Testimoni della decadenza citando lo studioso rumeno Mircea Eliade, Prometeo, “ben lungi dall’essere un benefattore dell’umanità, è il responsabile della sua attuale decadenza […] Per Esiodo il mito di Prometeo spiega l’irruzione del ‘male’ nel mondo; esso, in fin dei conti, rappresenta la vendetta di Zeus”[5]. Di conseguenza, l’interpretazione “polacca” del tema mitologico sembra il prodotto di una visione “democratica” e “progressista”, puramente moderna, che nulla ha a che vedere con il suo significato originario.

Ora, il progetto geopolitico di Piłsudski (che si proponeva di ricostituire il potente Stato polacco-lituano protagonista della storia europea a cavallo tra XVI e XVIII secolo) ha conosciuto nuova fortuna con l’implosione del blocco socialista e la fine del Patto di Varsavia. L’Iniziativa Tre Mari (pensata nel corso dell’amministrazione Obama e portata a battesimo da Donald J. Trump), di fatto, si propone ancora una volta di creare un “cordone sanitario” (sotto patrocinio atlantico) da frapporre tra Europa occidentale e Russia, in modo da separare i due semigiganti (uno finanziario-economico, l’altro militare e ricco di risorse naturali)[6]. Durante il settimo vertice dell’Iniziativa, svoltosi a Riga tra il 20 ed il 21 giugno 2022, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (intervenuto in videoconferenza) ha sollecitato l’adesione di Kiev al progetto, mentre l’attuale segretario di Stato USA  Antony Blinken ha garantito la necessaria assistenza finanziaria.

A proposito di Ucraina, è importante sottolineare che, negli ultimi anni, l’idea “prometeica” ha conosciuto notevole fortuna all’interno dei suoi confini grazie al lavoro intellettuale di Olena Semenyaka (ideologa e responsabile della segreteria internazionale del Corpo Nazionale, l’ala politica del movimento azovita).

Nato nel 2014 a seguito dei fatti di “Euromaidan”, il gruppo facente riferimento ad Andriy Biletsky (e protetto dall’ex ministro dell’interno ed oligarca Arsen Avakov, che ha lavorato per garantire ad Azov una sorta di monopolio culturale-ideologico nell’ambito dell’estrema destra ucraina) ha rappresentato una sorta di vero e proprio cambio di paradigma rispetto alla retorica tradizionale di Partiti come Svoboda e Pravyi Sektor, che, ancorati al retaggio del banderismo duro e puro, si facevano portatori di una forma di nazionalismo statocentrico vecchio stampo.

Protagonista del cambio di prospettiva, dalla dimensione nazionale/regionale a quella internazionale (continentale e globale), è stata proprio la Semenyaka. Nello specifico, l’ideologa (in passato militante del citato Pravyi Sektor), anche grazie alla casa editrice Plomin (fiamma), è stata capace di costruire una fitta rete di interconnessione con l’estero che ha portato Azov a stringere legami con diversi altri movimenti riconducibili alla galassia dell’estremismo di destra, sia in Europa che in Nord America (qui soprattutto con gruppi collegati alla cosiddetta “Alt-Right”).

Il pensiero di Olena Semenyaka, dunque, merita un breve approfondimento. Autrice di una tesi di laurea in cui si analizza il pensiero di Ernst Jünger e Martin Heidegger e traduttrice delle opere di Dominique Venner in ucraino, la Semenyaka (già membro del “Club tradizionalista ucraino”), fino al 2014 ha mantenuto rapporti cordiali e collaborativi con il pensatore russo Aleksandr Dugin. La sua prospettiva geopolitica cambia radicalmente con i già citati fatti di “Euromaidan”. Questi, per sua stessa ammissione, lungi dall’esser stati una reale “rivoluzione” (come vengono presentati dalla propaganda occidentale), hanno risvegliato lo spirito patriottico e la coscienza del “destino manifesto” della Nazione ucraina.

Nella progettualità geopolitica di cui la Semenyaka si fa portavoce, la visione “prometeica” di Piłsudski viene riadattata in base alle esigenze ucraine. L’Ucraina, infatti, viene rappresentata come l’avamposto per la “reconquista” (termine utilizzato dalla Semenyaka proprio in spagnolo) dell’Europa dal progressismo liberale. Tuttavia, tale “reconquista” necessita in primo luogo della costruzione di un blocco di Stati, ancora una volta “intermarium” (altro termine ricorrente nell’opera dell’ideologa) tra Mar Baltico e Mar Nero, capace di fungere da freno al “neobolscevismo” putinista.

La Semenyaka, nello specifico, adotta le teorie della scuola geopolitica ucraina legata a Yurii Lypa e Stanislav Dnistrianskyi per riconsiderare il “destino manifesto” del Paese dell’Europa orientale sulla base dei suoi substrati storici e geografici. Essa si concentra in particolare sulla polarizzazione Nord-Sud, da opporre alla dicotomia Occidente/Oriente (fondamentale nella cultura russa), per fare della geografia il vettore chiave dell’identità ucraina. L’asse Nord-Sud (in cui lo spirito nordico-germanico si fonde con quello meridionale-greco), nella sua idea, sarebbe stato quello scelto dalla Rus’ di Kiev e dalla dinastia Rurik, di cui i nazionalisti ucraini si vedono come naturali eredi etnici.

Qui, la Semenyaka fa proprie le teorie di Dmytro Dontsov (1883-1973) che viene generalmente considerato come il padre della spiritualità ucraina. Egli, infatti, considerando Russi e Bielorussi come una sorta di impostori etnici (pur appartenendo al medesimo ceppo slavo orientale degli Ucraini), parlava apertamente di “mutazione culturale mongola” in riferimento alla Russia.

Il blocco di Stati “intermarium”, in questa prospettiva, si pone in una sorta di terza posizione e come epicentro della “Nuova Europa” in cui, riprendendo le tesi archeofuturiste di Guillaume Faye (che però parlava espressamente di “Eurosiberia”), si fondono innovazione e tradizione. In questo spazio che dal Mar Baltico arriva fino al Mar Nero, le divisioni nazionali vengono superate dall’idea di “etnofuturismo”: una sorta di totale commistione tra i popoli slavi che la abitano che ricalca in qualche modo il mito messianico della “Sarmazia d’Europa” fatto proprio dall’aristocrazia polacca della già citata Federazione polacco-lituana.

Ora, per quanto sia comprensibile il fatto che il progetto dell’ideologa ucraina possa affascinare settori importanti della destra antiliberale europea, va detto che il suddetto blocco “intermarium”, sul piano geopolitico, essendo privo di “rive” (confini difficilmente superabili) e di consistenti risorse naturali, non ha alcun valore reale, dovendo necessariamente mettersi alle dipendenze dell’Estremo Occidente (gli Stati Uniti) per garantirsi una qualche sopravvivenza.

Di conseguenza, l’idea prometeica azovita si riduce facilmente a svolgere il ruolo di succursale degli interessi dell’atlantismo. In fin dei conti, la stessa Semenyaka (che pur dovrebbe conoscere la critica jüngeriana e heideggeriana al titanismo ed al gigantismo), facendo proprio il prometeismo come sinonimo di lotta contro il doppio dispotismo neobolscevico e liberalprogressista, sembra ignorare (come tanti altri esponenti dell’area a cui fa riferimento) la natura puramente titanica della società odierna. Essa, infatti, parafrasando Esiodo, rappresenta il ritorno della tracotanza titanica dall’esilio occidentale (“un’oscura regione all’estremo della terra prodigiosa”) nella quale venne rinchiusa dagli dèi olimpici.

[1]Si veda Decolonization of Russia to be discussed at upcoming Helsinki Commission briefing, www.csce.gov.

[2]R. Woytak, The promethean movement in interwar Poland, “East European Quarterly”, vol. XVIII, nr. 3 (settembre 1984), pp. 273-278.

[3]E. Charaskiewicz, A collection of document by Lt. Col. Edmund Charaskiewicz (a cura di A. Grzywacs – M. Kwiecien – G. Mazur), Księgarnia Akademicka, Cracovia 2000, p. 56.

[4]Ibidem.

[5]C. Mutti, Testimoni della decadenza, L’Arco e la Corte, Bari 2022, p. 11.

[6]C. Mutti, Il cordone sanitario atlantico, “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” 4/2017.

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IL CAIRO IERI E OGGI

Daniele Perra a partire dal 2017 collabora attivamente con “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e con il relativo sito informatico. Le sue analisi sono incentrate principalmente sul rapporto che intercorre tra geopolitica, filosofia e storia delle religioni. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, ha conseguito nel 2015 il Diploma di Master in Middle Eastern Studies presso ASERI – Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Nel 2018 il suo saggio Sulla necessità dell’impero come entità geopolitica unitaria per l’Eurasia è stato inserito nel vol. VI dei “Quaderni della Sapienza” pubblicati da Irfan Edizioni. Collabora assiduamente con numerosi siti informatici italiani ed esteri ed ha rilasciato diverse interviste all’emittente iraniana Radio Irib. È autore del libro Essere e Rivoluzione. Ontologia heideggeriana e politica di liberazione, Prefazione di C. Mutti (NovaEuropa 2019).