Un’approfondita analisi della situazione coreana ed una vasta panoramica sulle questioni geopolitiche che ruotano attorno al 38° parallelo: questi i contenuti della prima apprezzata conferenza organizzata dal Centro Studi Eurasia Mediterraneo dal titolo Prospettive geopolitiche della Corea Popolare. Nel centenario della nascita di Kim Il Sung (1912-2012), svoltasi mercoledì 18 aprile a Trieste.

L’iniziativa, promossa in collaborazione con la sezione italiana della Associazione d’Amicizia Coreana e con l’associazione culturale triestina Strade d’Europa nell’ambito dei Seminari di Eurasia, si è aperta con una dettagliata ricostruzione della storia coreana dell’ultimo secolo a cura del collaboratore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” Marco Bagozzi, autore del volume Con lo spirito Chollima (inerente la storia del calcio nella Repubblica Popolare Democratica di Corea e che ha sbugiardato molte delle notizie false e tendenziose diffuse dai media occidentali dediti a demonizzare Pyongyang pure attraverso la cronaca sportiva) e della prefazione al volume del redattore di “Eurasia” Alessandro Lattanzio Songun: antimperialismo e identità nazionale nella Corea socialista (corposa analisi delle risorse militari e delle impostazioni strategiche di un Paese arbitrariamente inserito nel cosiddetto “asse del Male”). In particolare l’intervento ha spiegato cosa siano il Songun e lo Juché: quest’ultimo, traducibile come “indipendenza”, è l’approccio che Kim Il Sung ha conferito al socialismo coreano nel secondo dopoguerra, al di fuori dei dogmatismi marxisti e delle ortodossie moscovite, pur senza degenerare mai nel frazionismo, bensì coerentemente con la cultura locale e le esigenze di modernizzazione di questa nazione asiatica. Interpretato da molti nel senso di “autarchia”, Songun significa più propriamente “esercito al centro” ed è pertanto il riconoscimento dell’importanza del ruolo delle forze armate nella travagliata lotta per l’indipendenza prima e nella difesa delle conquiste sociali e patriottiche in seguito, a partire da tre pilastri: la difesa della sovranità nazionale, il rafforzamento dell’esercito e la centralità dello Stato.

Bagozzi ha poi incentrato il suo intervento sulla storia della politica estera della RPDC, partendo dalla tragedia della Guerra di Corea. Si è così ricordato come all’indomani della riconquistata indipendenza dal Giappone, la Corea avrebbe dovuto rientrare nella sua interezza nell’orbita dell’URSS, come stabilito a Yalta e coerentemente con la volontà della stragrande maggioranza della popolazione che riconosceva in Kim Il Sung il leader indiscusso della lotta antigiappponese. La linea di separazione al 38° parallelo derivò pertanto da una scelta statunitense che non teneva conto di alcuna caratteristica morfologica o di differenti sensibilità presenti sul territorio, bensì si trattò di un’ingerenza finalizzata a consolidare la presenza a stelle e strisce in Estremo Oriente e ben presto la tensione portò al sanguinoso conflitto d’inizio anni Cinquanta. Bagozzi ha poi fatto accenno al ruolo di pacificatore che ha assunto Kim Il Sung nel conflitto sino-sovietico e il punto di riferimento che il suo Paese ha svolto per gli stati del Terzo Mondo, proponendo in chiave asiatica quel “socialismo multilateralmente sviluppato” che ritroviamo nella Romania di Nicolae Ceausescu. L’analisi ha poi toccato i drammatici anni ’90, con il Partito costretto a superare la grande crisi causata dalle carestie, dalle alluvioni e dal crollo del blocco socialista, e il progressivo ritorno all’autosufficienza celebrata proprio nel centesimo anniversario della nascita di Kim Il Sung.

Appassionato e coinvolgente è stato l’intervento del prof. Aldo Colleoni, già docente dell’ateneo triestino, ma soprattutto ex Presidente dell’Ufficio di Corrispondenza Commerciale Italia-RPDC, in quanto pioniere del percorso che ha condotto all’apertura delle relazioni diplomatiche tra Roma e Pyongyang. Nelle alterne vicende della guerra di Corea la NATO ebbe il suo battesimo del fuoco e Colleoni ha ricordato come saggiamente l’Italia limitò il suo contributo alla fornitura di un ospedale da campo: questa mossa umanitaria avrebbe in seguito avuto particolare importanza nel momento in cui sarebbero cominciate le trattative per normalizzare i rapporti italo-coreani. L’alleanza atlantica caratterizzò altresì il suo intervento scaricando sul territorio della penisola asiatica un quantitativo di bombe pari a quello utilizzato nel corso di tutta la Seconda Guerra Mondiale (ed il Generale Douglas MacArthur avrebbe a un certo punto voluto portare le sue truppe fino in Cina, ricorrendo addirittura alla bomba atomica), sicché ancor oggi la vegetazione risente del napalm allora riversato ed il suolo disboscato è soggetto ad alluvioni e carestie. Ricordando ancora come lo Juché abbia consentito di raggiungere notevoli indici di sviluppo economico attraverso un’economia pianificata in maniera similare alla Jugoslavia di Tito, Colleoni ha poi evidenziato come invece a Seul si sia instaurato un regime fantoccio, i cui vertici sono stati fino a pochi anni fa costantemente emanazione delle forze armate, e legato a doppio filo con Washington, cosicché la tanto decantata “tigre coreana” oggi è stata travolta dalla medesima crisi economica che ha colpito il suo invasivo alleato. Se di questi aspetti politico-economici in occidente poco se ne sa, altrettanto poco si dice riguardo le manifestazioni che si svolgono sempre più frequentemente in Corea del Sud per invocare la riunificazione della penisola e la fine dell’ingombrante presenza militare statunitense. In effetti ai tempi della presidenza Clinton si era anche giunti ad un accordo finalizzato ad una confederazione tra Seul e Pyongyang, la quale si sarebbe chiamata Repubblica Confederale di Koryo, rispolverando l’antica denominazione della Corea, e comprensivo di un accordo stile Guantanamo per quanto concerneva le basi militari USA presenti nella porzione meridionale. L’irruenza di Bush II ha, però, riportato tutto allo status quo ante, cioè una situazione in cui vige ancora un regime armistiziale e non è stata stipulata una vera e propria pace tre le parti in guerra nel 1950-’53. A conclusione del suo intervento Colleoni ha ripercorso le tappe con cui grazie alla collaborazione dell’Ambasciatore italiano a Pechino, il figlio d’arte Alessandro Quaroni, è giunto nel 2000 al riconoscimento diplomatico della RPDC, al cui interno da allora numerose aziende italiane hanno trovato opportunità di sviluppo e di collaborazione.


 


 


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