Dopo la Dichiarazione di indipendenza da parte del Governo albanese di Pristina il 17 febbraio 2008, i serbi del Nord del Kosovo e Metohija effettuarono una sorta di contro-secessione dalle strutture amministrative del neo-Stato, riconosciuto oggi da circa un’ottantina di Stati su 192 presenti alle Nazioni Unite.

Questo Stato parallelo serbo è stato, già dalla fine della guerra del 1999, incoraggiato da Belgrado e ha reso la sua minoranza nel Kosmet autonoma dalle strutture politiche albanesi nei settori della giustizia, dell’istruzione e della sanità.

Proprio il tentativo di rimuovere questa situazione de facto, sulla spinta delle stesse istituzioni internazionali che per tanti anni tollerarono invece l’analogo e precedente Stato parallelo che gli albanesi del Kosovo avevano messo in piedi durante l’era Milosevic, ha provocato nei mesi scorsi duri scontri tra la minoranza serba del Nord e la NATO (che occupa questa provincia ormai da 12 anni).

Alcuni esponenti in vista del Governo di Belgrado, in particolare il Ministro socialista Ivica Dacic, hanno evocato in alcune occasioni una possibile spartizione con gli albanesi del Kosovo e Metohija e si sono spinti durante le tensioni più drammatiche a parlare addirittura di una possibile guerra.

Dal canto loro, l’Unione Europea (divisa comunque al suo interno perché non tutti i suoi aderenti riconoscono l’indipendenza del Kosovo), gli Stati Uniti, la NATO e le autorità albanesi di Pristina hanno più volte ribadito che non avrebbero consentito ancora a lungo una “situazione di anarchia” nel Nord del Kosovo, tornando però poi al tavolo delle trattative con il Governo di Belgrado per ottenere almeno un parziale smantellamento delle barricate erette dai serbi e la riapertura di alcuni valichi di frontiera.

Certamente i serbi del Kosovo e Metohija si sentono ormai abbandonati dalla madrepatria, al punto che almeno 50.000 di loro avrebbero firmato una petizione per ottenere la cittadinanza russa e consegnato le firme all’Ambasciatore russo in Serbia.

Questa iniziativa, dal sapore volutamente provocatorio, potrebbe però paradossalmente rivelarsi utile alla loro causa.

In base alla Risoluzione ONU 1244 tuttora in vigore, tanto che la Serbia nel Nord del Kosovo riconosce solo i 6 punti fissati recentemente dal piano adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e non la supremazia di ICO (l’Ufficio Civile Internazionale guidato da Peter Feith e incaricato di applicare il Piano Ahtisaari), i soldati della Federazione Russa potrebbero rientrare in Kosovo e Metohija in qualsiasi momento, a maggior ragione se si trattasse di difendere propri cittadini.

Ecco così che se l’attuale Governo di Belgrado rinunciasse ad un sterile quanto propagandistico orgoglio nazionale, irritato dall’iniziativa dei serbi del Nord, troverebbe nel diritto internazionale la chiave per una possibile strategia utile a tutelare gli interessi della minoranza serba.

La presenza dei soldati di Mosca garantirebbe un discreto riequilibrio della forza internazionale di pace, schieratasi in Kosmet dopo l’aggressione militare del 1999 e oggi troppo vicina agli interessi dell’Alleanza Atlantica, ribadendo inoltre la politica di neutralità militare proclamata dalla Serbia negli ultimi anni.

Già oggi la Russia invia ai serbi del Kosovo e Metohija tonnellate di aiuti umanitari e dispone di una forza di elicotteristi di pronto intervento nella vicina Nis, ufficialmente per fronteggiare “le situazione di emergenza e le calamità”.

L’altra opzione a disposizione del Governo di Belgrado e sempre conforme alla Risoluzione ONU 1244, consiste nella possibilità di far rientrare piccole unità del proprio esercito sia al Nord, quale forza di contrapposizione a Kosovska Mitrovica, sia al Sud, a protezione dei propri monasteri cristiano-ortodossi nella Metohija.

La Serbia deve però scontrarsi con due ostacoli di non poco conto, prima di intraprendere iniziative rischiose, seppur conformi al diritto internazionale.

La prima: se non riconosce l’indipendenza del Kosovo, modalità che potrebbe avvenire anche solo togliendo il residuo sostegno alla sua minoranza nel Nord e alle strutture parallele serbe, la Serbia rischia di non essere ammessa tra i Paesi candidati ad entrare nell’Unione Europea (come fatto ventilare più volte dalla Germania).

La seconda: un ritorno militare russo-serbo nel Kosovo e Metohija potrebbe scatenare un effetto domino nei Balcani, le cui conseguenze maggiori verrebbero pagate proprio dalla Serbia, peraltro attualmente poco attrezzata per condurre un conflitto su vasta scala.

Le minacce albanesi nel sud della Serbia, nella Valle di Presevo, Bujanovac e Medvedevo e il ricatto di un certo “integralismo islamico” in salsa occidentale nel Sangiaccato, consigliano per ora a Belgrado una certa prudenza e di puntare sulla carta diplomatica per far valere le proprie ragioni. Quest’ultima si basa soprattutto sulle pesanti “rivelazioni” contenute nel rapporto di Dick Marty, relatore per i diritti umani al Consiglio d’Europa.

Aldilà di qualche concessione al politicamente corretto, questo documento ribadisce alcuni fatti che si possono definire “sconcertanti” in relazione allo spirito della missione internazionale di “pace e di stabilizzazione” del Kosmet:
1) L’incapacità della KFOR ( in pratica della NATO) ad assicurare l’ordine pubblico in Kosovo e Metohija (una provincia grande quanto l’Abruzzo), con centinaia di migliaia di persone appartenenti alle varie minoranze costrette a scappare;
2) La distruzione delle prove dei crimini contro i serbi (prelevamento di organi che venivano poi rivenduti sul mercato internazionale) da parte dell’Ufficio di Carla del Ponte quando era Procuratore Capo del Tribunale dell’Aja;
3) I dati delle persone uccise e scomparse tra il 1998 e il 1999, che confermano come durante la guerra in Kosovo e Metohija fu combattuta una dura battaglia tra la polizia e l’esercito serbi e gli insorti albanesi (UCK) ma nessun “genocidio” o “pulizia etnica” vennero compiuti per mano delle forze militari di Belgrado;
4) Il fatto che l’Albania non conceda l’utilizzo del proprio territorio per condurre le indagini sui crimini contro i cittadini serbi rapiti ed espiantati, senza che per questo il Governo di Tirana riceva alcun tipo di sanzione.
5) L’importanza del peso regionale degli Stati Uniti (con l’imponente base militare di Camp Bondsteel vicino ad Urosevac e al confine tra Kosovo e Macedonia) e soprattutto del ruolo determinante di Washington nel rilanciare la guerriglia dell’UCK nel 1998, quando ancora la guerra poteva essere evitata.
6) L’azione di consulenza e di addestramento dei servizi segreti occidentali (con l’omissione però di quelli israeliani) al “Gruppo di Drenica”, il gruppo criminale dell’UCK impiegato nel rapimento dei serbi ai quali venivano prelevati gli organi poi rivenduti.
7) La mancata presentazione delle prove dei crimini contro i serbi da parte degli servizi segreti occidentali, che le possiedono ma non le forniscono agli inquirenti.
8 ) Il coinvolgimento nei crimini di stretti collaboratori di Hashim Thaci, che hanno eliminato fisicamente o intimidito i possibili testimoni.

In questo scenario, la designazione de giudice statunitense John Clint Williamson non promette particolari progressi nelle indagini e il Rapporto Marty, con le sue sconvolgenti verità rischia di essere solo un’arma di ricatto in mano alle lobby di Londra e Washington nel caso gli albanesi del Kosovo dovessero diventare meno “malleabili”.

Cosa può sperare allora la Serbia e quale unica carta le rimane da giocare per ottenere una parziale giustizia? Quella di un cambiamento dei rapporti di forza internazionali, già ravvisabile in una Dichiarazione ufficiale del dicembre 2009 di Russia, Cina e India che chiedono di “ridiscutere” lo status del Kosovo dopo la sua unilaterale dichiarazione d’indipendenza.

Il ritorno di Vladimir Putin alla guida del Cremlino, vista la peculiarità di questo “conflitto congelato” che interessa allo stesso tempo le tensioni russo-statunitensi, la tenuta politica dell’Europa, la stabilità dei Balcani e le relazioni tra il mondo cristiano e quello islamico, potrebbe segnare una svolta rispetto all’atteggiamento abbastanza passivo di Mosca sulle recenti iniziative della NATO in Libia e consentire alla Serbia una maggiore libertà di azione.

 

*Stefano Vernole è redattore di Eurasia

 

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