La Cina gioca una partita di primissimo piano nel Vicino e Medio Oriente, ruolo che abbisogna di un’accurata analisi volta a radiografare le relazioni sino-persiane alla luce delle sanzioni inflitte all’Iran dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sottoscritte – non senza critiche – anche da Pechino e Mosca. La competizione geopolitica che inerisce Pechino, Washington e Mosca, oltreché le altre potenze emergenti, riflette l’importanza nodale dell’Iran nello scacchiere mondiale, dovuta alla sua posizione strategica conferitagli dal vantaggio di essere l’unico Paese ad affacciarsi sul Mar Caspio e sul Golfo Persico, nonché controllore dello Stretto di Hormuz.

Relazioni politico/militari

Cina e Iran hanno edificato un rapporto politico avente le fondamenta nella cooperazione economica e regionale, pertanto il nesso tra interessi economici e strategia politica è pressoché inscindibile o quantomeno non esente da implicazioni vicendevoli. Inutile constatare che Pechino si è sovente avvalsa del suo diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu – in qualità di membro permanente – ogni qualvolta le risoluzioni adottate collidevano con i suoi interessi economici (basti ricordare il veto sulla risoluzione 1556 del 2004 contro il Sudan per preservare il proprio tornaconto petrolifero nel Paese africano).

La summa del percorso intrapreso dai due Paesi è senz’altro la “Comunicazione congiunta tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica Islamica Iraniana” del 2000. In essa si auspicava, in primis, la collaborazione tesa ad una maggiore equità politica, per un mondo scevro dall’egemonismo e tendente al multipolarismo; in secondo luogo si risaltava la necessità di una comunità internazionale fondata sulla cooperazione e sul dialogo, deprecando la minaccia o l’uso della forza, così come l’imposizione di sanzioni economiche per la risoluzione di controversie internazionali; si sottolineava l’auspicio di un mondo libero da armi nucleari, chimiche e biologiche, ma se applicabile a tutte le regioni mondiali senza eccezioni, ed inoltre il diritto per ogni Paese ad usufruire dell’energia nucleare per scopi civili e pacifici. Si rimarcava altresì l’importanza del rispetto dei diritti umani tenendo conto della storia, della cultura e delle tradizioni di ciascuno Stato e si condannava, per contro, l’ingerenza negli affari interni dei Paesi sovrani con il pretesto della difesa dei diritti umani – in netto contrasto, dunque, con la prezzolata accezione dirittumanista occidentale.

Nella conferenza svoltasi in maggio 2009 e tenutasi a Tehrān, i plenipotenziari cinesi espressero la disponibilità del proprio Paese ad incrementare il commercio non-energetico, oltreché a puntellare l’interazione strategica e la comunicazione bilaterale.

Nel 2005 l’Iran ha aderito alla Shanghai Cooperation Organisation (SCO) in qualità di osservatore, inoltrando successivamente (marzo 2008) la domanda di adesione come “membro permanente”. Tehrān ha vieppiù supportato la così definita one-China policy – tesa a respingere la possibilità di un Taiwan separato o indipendente – e alla stessa stregua ha plaudito alla recente legge cinese anti-secessione, la quale statuisce l’esplicito diniego di Pechino all’indipendenza taiwanese. Peraltro, durante una riunione della SCO (giugno 2009), il presidente cinese Hu Jintao aveva sentenziato che “Tehrān e Pechino dovrebbero aiutarsi a vicenda per gestire lo sviluppo a livello globale in favore delle loro nazioni, altrimenti i fautori degli attuali problemi internazionali governeranno nuovamente il mondo”.

Quanto espresso da Hu Jintao è stato ribadito dal premier Wen Jiabao (ottobre 2009) nell’affermare che il dragone dagli occhi a mandorla avrebbe consolidato i legami con l’Iran in ambito commerciale ed energetico, suscitando una caterva di critiche, in considerazione del fatto che il Consiglio di Sicurezza si apprestava a varare sanzioni aggiuntive contro Tehrān.

La posizione pragmatica di Pechino, conformemente alla quale tutte le parti coinvolte dovrebbero accrescere gli sforzi diplomatici nella situazione di stallo attinente il “programma nucleare iraniano”, è stata ribadita alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza nel febbraio 2010 dal titolare al dicastero degli esteri cinese, Yang Jiechi, nell’asserzione “i negoziati con il governo iraniano sono entrati in una fase cruciale e lo scopo è quello di cercare un approccio appropriato, globale e di lungo periodo attraverso il dialogo e i negoziati”. Una posizione alquanto netta contro le sanzioni, in particolare se unilaterali.

L’importanza geostrategica del Paese persiano per Pechino si riflette inevitabilmente anche sulla collaborazione militare, che affonda le sue radici a partire dai tempi della cosiddetta prima Guerra del Golfo tra Iraq e Iran (1980-88), lungo il protrarsi della quale si  invertirono i ruoli economici tradizionali tanto che la Cina funse da Paese esportatore di materiale bellico e l’Iran da importatore: nel suddetto periodo, Tehrān assorbì tra l’88% (in termini di valuta) ed il 92% (in termini di accordi) del totale dell’export militare cinese. Esportazioni che subirono una sostanziale limitazione (tra il 57% e il 69%) una volta terminata la guerra, per riprendere la crescita nella seconda metà degli anni Novanta (intorno all’85%) (1). Le forniture variano da caccia bombardieri a piccole navi belliche, da sottomarini a carri armati, da armi leggere a pezzi d’artiglieria, senza tralasciare l’ausilio –  trattasi per lo più di know-how – nello sviluppo di programmi nucleari civili.

Relazioni economiche

Nonostante la Cina abbia recentemente votato le sanzioni contro l’ex impero persiano, i due Paesi continuano a godere di un’ampia collaborazione economica in molti settori, compresa l’energia, l’edilizia, il commercio e il turismo. Pechino contribuisce alla costruzione di dighe, cantieri navali, porti e aeroporti con più di 100 imprese statali che operano in Iran, basti considerare che tali industrie stanno edificando buona parte delle autostrade nazionali iraniane, compartecipando oltretutto alla realizzazione delle linee metropolitane di Tehrān.

La sete energetica cinese permette a Tehrān di esportare oltre 400mila barili di petrolio al giorno, sfruttando abilmente il decremento di scambi e investimenti sul suolo persiano da parte dei Paesi occidentali: secondo l’agenzia Fars, l’Iran rappresenta il secondo fornitore di oro nero della Cina con il 14% del totale importato dalla Repubblica Popolare, la quale costituisce il massimo investitore nel “Paese dei tappeti”, senza contare che in entrambi i casi sono previsti scenari di crescita. Dal canto suo, Tehrān ha più volte reso noto di voler sostituire la Cina al Giappone quale più grande e significativo importatore di prodotto lavorato (greggio e gas).

Nella fattispecie, i contratti stipulati da Pechino non prevedono il mero import di petrolio grezzo e gas, ma anche la partecipazione cinese previo investimenti diretti mirati allo sfruttamento dell’energia iranica, alla ricerca di nuovi giacimenti e alla costruzione di infrastrutture. Se le policies di Pechino sono volte al mantenimento degli attuali tassi di sviluppo, che richiedono un costante quanto elevato apporto di materie prime ed energia, nell’ambito mediorientale l’Iran ricopre il ruolo di miglior alleato cinese, motivo per il quale la Repubblica Popolare non ha alcun interesse ad inimicarsi gli ayatollah votando ulteriori sanzioni.

La Cina ha sempre sostenuto il diritto dell’Iran a dotarsi di una tecnologia nucleare pacifica, ciò nondimeno ha supportato talune risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu contro il programma di arricchimento nucleare iraniano.

Secondo un rapporto dell’International Crisis Group pubblicato il 17 febbraio, l’atomo di Teheran e la discussione sulle sanzioni hanno creato a Pechino “un dibattito nel circolo della politica estera circa il pericolo dello sviluppo del nucleare iraniano e le sue implicazioni per la politica della Cina”, nel corso del quale sono affiorate due scuole di pensiero. Una “ritiene che il comportamento di Tehrān possa mettere a repentaglio la pace e la stabilità nel Medio Oriente e dunque danneggia gli interessi cinesi nella regione” e perciò tenterebbe di mediare tra gli ayatollah e gli Usa. Una seconda linea sorregge invece l’idea “che le provocazioni nucleari iraniane possano andare avanti senza gravi conseguenze e che gli Stati Uniti eviteranno ogni confronto militare”. Quest’ultima posizione rispecchia gli interessi delle grandi aziende petrolifere (Sinopec, Cnpc e Cnooc) che si spartiscono esplorazioni e sfruttamento dei campi petroliferi nella Repubblica islamica.

Gli stessi analisti dell’ICG adducono l’ovvia motivazione geopolitica secondo cui “le forti relazioni bilaterali Iran-Cina aiutano a controbilanciare il dominio Usa in Medio Oriente e a potenziare il potere contrattuale della Cina”.

Conclusioni

Secondo alcune voci, Pechino avrebbe riflettuto molto più di Mosca prima di avallare le sanzioni inflitte all’Iran, e per tale ragione sarebbe stata l’ultima ad accettarle. Una siffatta disposizione, ben lungi dall’essere additata quale incrinazione dei rapporti sino-iraniani, esprime probabilmente la volontà cinese di evitare l’isolamento internazionale – che ne intaccherebbe la capacità contrattuale – e di continuare a muoversi in accordo con Mosca sul dossier iraniano.

Il colosso asiatico, in definitiva, ha forgiato le sanzioni in modo da non compromettere i propri interessi economici in Iran, anzi il peso economico cinese – unitamente a quello russo – potrebbe giovare dell’ulteriore inasprimento delle sanzioni da parte dei Paesi europei.

L’isolamento imposto all’Iran potrebbe addirittura essere vantaggioso per i giganti eurasiatici in quanto l’embargo tiene le esportazioni energetiche iraniane lontane dai mercati europei evitando la competizione con quelle russe, e dirigendole automaticamente verso la Cina. Per quanto attiene le transazioni finanziarie e gli scambi commerciali, Tehrān potrebbe teoricamente schiudere il proprio mercato a mercati alternativi a quello occidentale, contenendo così la mannaia economica delle sanzioni – ricordando come le ammende del 2007 contro le banche iraniane garantirono paradossalmente una sorta di immunità dall’incombente crisi finanziaria globale (2).

Note:

1) Fonte: Equilibri.net

2) http://www.eurasia-rivista.org/4529/il-caso-iraniano-e-il-possibile-mondo-multipolare

* Alessio Stilo è dottore in Scienze politiche (Università di Messina)

Condividi

Articolo precedente

LE BASI MILITARI DELLA NATO IN SUDAMERICA: UN'INVASIONE COORDINATA

Articolo successivo

Slovenia e Croazia: Equilibri e Opportunità nei Balcani