Vuoi per la vicenda del progetto energetico nucleare, vuoi per le contestate elezioni di dodici mesi or sono, vuoi ancora per i proclami di politica estera indirizzati allo Stato sionista dal Presidente Mahmoud Ahmadinejad, ma qual che è certo è che in questi ultimi tempi l’Iran conquista spesso e volentieri gli onori delle cronache. Le notizie che circolano sul suo conto e la demonizzazione che subisce dai principali mass media non sono però così coerenti con la realtà e ricordano analoghe iniziative di diffamazione indirizzate nei confronti di Paesi poco accondiscendenti nei confronti dei diktat provenienti da Washington, salvo poi, a guerra scoppiata e consumata, scoprire le montature mediatiche che erano sottese a siffatte campagne: le fosse comuni di albanesi nel Kosovo del 1999, i legami fra l’Afghanistan dei Talebani ed Al Qaida nel 2001 piuttosto che le armi di distruzioni di massa di Saddam Hussein nel 2003.

L’associazione culturale Strade d’Europa pertanto, grazie al contributo dell’Università degli Studi di Trieste e nell’ambito dei Seminari 2009/2010 di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, ha organizzato giovedì 3 giugno un convegno dedicato appunto a L’Iran e la stabilità del Medio Oriente, al fine di comprendere le dinamiche interne alla società iraniana e le connessioni di politica internazionale che gravitano su Teheran e le sue scelte. Vincenzo Maddaloni, giornalista di lunga esperienza e coautore del testo L’atomica degli Ayatollah, ha innanzitutto ben evidenziato i profondi legami economici che l’Iran ha stretto in questi ultimi anni con quella potenza economica trainante che è la Cina, alla quale fornisce il 10% del fabbisogno di petrolio ed inoltre, essendo privo di raffinerie sufficienti, vi esporta petrolio grezzo per poi ottenere indietro il prodotto finito. Ma anche un altro Paese che ha diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU in quanto membro permanente ha intessuto profondi legami con Teheran: si tratta della Russia, la quale non solo condivide lo sfruttamento delle risorse del mar Caspio con il suo dirimpettaio rivierasco, altresì vede come il fumo negli occhi l’avvento di un altro (ennesimo) regime filo-occidentale alle porte di casa, nel suo cosiddetto “estero vicino”. L’Iran, pertanto, sa di avere le spalle coperte e che le pressioni delle potenze che gravitano attorno agli interessi statunitensi non potranno mai definitivamente metterlo alle corde e quindi Teheran può audacemente proporsi a collettore del malcontento nel mondo islamico nei confronti dello Stato sionista ed in prospettiva proporre con Ankara e Damasco un asse alternativo a quella Lega Araba da parecchi anni a questa parte fin troppo inebriata dai petrodollari per dedicarsi in maniera incisiva alla questione riguardante la tragedia del popolo palestinese, nei cui confronti Israele spadroneggia avvalendosi dell’impunità garantita dal fatto di detenere l’eredità morale delle vittime dell’Olocausto. A questo punto Daniele Scalea, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, ha dapprima inquadrato ricorrendo alle più classiche teorie geopolitiche la posizione strategica dell’Iran, il quale si trova nel cosiddetto “Rimland”, vale a dire la fascia costiera che gravita attorno all’attuale Russia, ovvero “Heartland”, cuore del pianeta per la sua collocazione strategica e la ricchezza del suo sottosuolo, il quale appunto può essere tenuto sotto controllo soggiogando gli Stati con esso confinanti. Avvalendosi di dettagliate cartine geografiche, Scalea ha illustrato la complicata matassa di oleodotti e gasdotti che insiste sulle aree limitrofe all’Iran ed in particolare ha evidenziato come tale Paese abbia ancora enormi riserve di gas naturale da sfruttare e da collocare sui mercati internazionali, da cui una collaborazione con la Russia finalizzata alla suddivisione dei clienti. Mosca, attraverso North Stream e South Stream può sbarazzarsi facilmente per l’approvvigionamento dell’Europa della concorrenza del gasdotto americano denominato Nabucco, anche perché quest’ultimo (a meno di un impensabile coinvolgimento dell’Iran) attinge a pozzi non così floridi, laddove Teheran diverrebbe il fornitore principale della Cina e dell’India, altro Paese in vorticosa crescita, attraverso il Pakistan. Antonio Grego, collaboratore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, ha d’altro canto spiegato chiaramente come gli Stati Uniti d’America abbiano saputo strumentalizzare ed all’occorrenza finanziare neanche tanto occultamente attraverso think-tank ed istituti collegati al Dipartimento di Stato piuttosto che alla CIA tutti quei movimenti di protesta che vivono con disagio all’interno della Repubblica Islamica sorta nel 1979 sulle macerie della monarchia assoluta dello Scià che però aveva il benestare occidentale in quanto alleata di Washington e Tel Aviv. La cosiddetta “rivoluzione verde” andata in scena nel giugno-luglio 2009 ha riguardato soprattutto gli studenti e gli ambienti benestanti della capitale, contrari alla politica sociale del rieletto Ahmadinejad, il quale nel precedente mandato aveva svolto una serie di iniziative indirizzate agli strati più poveri della società iraniana ed allo sviluppo delle aree arretrate del Paese. Avvalendosi di fotomontaggi abbastanza facilmente smascherabili ovvero di approssimative traduzioni dei discorsi di politica estera di Ahmadinejad, la macchina propagandista occidentale ha avuto facilità nel creare scandali e polemiche: basti pensare che gli indipendentisti del Balucistan, autori sovente di attentati terroristici, sono stati invece presentati al pubblico occidentale come mansueti oppositori del regime condannati a morte per aver solamente reclamato maggiore democrazia…

L’indomani, venerdì 4 giugno, Strade d’Europa ha organizzato ancora un Seminario di Eurasia, stavolta incentrato sulla presentazione di La sfida totale, opera prima di Daniele Scalea, recentemente pubblicata dai tipi di Fuoco Edizioni e che gode di un’autorevole prefazione a firma del Generale Fabio Mini. L’autore, con la stessa precisione e puntualità denotate nell’intervento del giorno precedente, ha saputo ben tratteggiare, presentando i capitoli in cui si suddivide il suo libro, i principali scenari della politica internazionale, dando particolare risalto alla graduale rinascita della potenza russa attraverso una serie di alleanze e di accordi con alcune repubbliche ex-sovietiche e, attraverso quel Trattato di Shanghai che va coinvolgendo sempre più Paesi dell’area euroasiatica, risolvendo finalmente le annose vicende confinarie e di vicinato con Pechino. Analoghi accordi su scala regionale stanno sconvolgendo quello che gli USA avevano sprezzantemente definito “il cortile di casa”, ovvero l’America indiolatina che sull’onda dei governi bolivariani sta consolidando i rapporti fra Stati che in passato hanno subito per ingerenza statunitense dittature militari ed oggi invece si proiettano autonomamente in politica estera stringendo accordi con Mosca e Pechino. Antonio Grego ha completato la disamina tratteggiando i cedimenti soprattutto economici che minano le fondamenta dello strapotere americano, il quale aveva trionfalmente proclamato il governo unipolare del globo negli anni Novanta del secolo scorso e già proponeva un Progetto per un Nuovo Secolo Americano. Le battute d’arresto registrate nella tragica gestione del dopoguerra in Iraq ed Afghanistan, il consolidarsi appunto di nuclei di potenze regionali incentrati attorno ai paesi emergenti del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) con cui i rapporti non sempre sono confacenti ai desiderata di Washington, l’esplosione della bolla speculativa e la spaventosa crescita del debito estero (che negli anni Ottanta era pari a zero…) sono tutti elementi che segnalano come imminente l’avvento di una nuova gerarchia di poteri su scala planetaria.

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