Il 10 e 11 maggio scorsi ha avuto luogo un importante incontro tra il presidente russo Dmitrij Medvedev e il presidente siriano Bashar Al-Assad. E’ stata la prima visita ufficiale in Siria di un capo di stato russo dai tempi della Rivoluzione bolscevica del 1917.


Durante il vertice, le due autorità hanno discusso di problemi internazionali, come il conflitto mediorientale, la questione del nucleare iraniano, la sicurezza regionale; ma anche delle questioni bilaterali russo-siriane, dal commercio di armi, alla cooperazione economica, alle relazioni interculturali. L’incontro è culminato nella stesura di un piano di 14 punti che prevede la cooperazione in materia di turismo, istruzione, questioni militari, investimenti e scambi commerciali e prevenzione della diffusione di armi di distruzione di massa. Con il “ritorno” nel Vicino Oriente, la Russia intende rafforzare i rapporti economici con la Siria ed assumere un maggior ruolo politico nella regione asiatica.

Storia delle relazioni russo-siriane

L’inizio delle relazioni diplomatiche tra Russia e Siria risale al 1944, quando il ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Molotov si recò a Damasco dopo la proclamazione dell’indipendenza della Repubblica della Siria, rifiutando di riconoscere il mandato francese sul Paese1. Nel 1946 l’Unione Sovietica usò il suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per respingere un’iniziativa europea volta a prorogare il mandato francese e le truppe francesi lasciarono il Paese. Nel 1956, durante la crisi di Suez, il presidente siriano Shukri al-Quwatli avviò con Mosca un rapporto ufficiale, seguito nel 1957 dalla firma di trattati economici e militari con l’Unione Sovietica da parte del ministro della difesa Khaled al-Azm. Il rapporto tra i due Paesi si consolidò ulteriormente con l’appoggio sovietico durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Negli anni ’70 e ’80, ai tempi della Guerra Fredda, la Siria fu il principale alleato dell’Unione Sovietica nel Vicino Oriente. Nel 1970 salì al potere Hafez Al-Assad, padre dell’attuale presidente, che si avvalse dell’aiuto sovietico per addestrare ed armare l’esercito siriano e per costruire strade, ponti, ferrovie, centrali elettriche, impianti idrici e di irrigazione, il gasdotto Homs-Aleppo e la diga sull’Eufrate e realizzare progetti di estrazione petrolifera.

Tuttavia, dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1990, le relazioni con la Siria si sono indebolite, anche se non sono mai cessate e, con il declino dell’influenza di Mosca, gli equilibri vicino-orientali si sono spostati a favore di Israele e degli Stati Uniti. Un altro problema che ha offuscato i rapporti bilaterali è stato il debito di Damasco nei confronti della Russia, che superava i 13 miliardi di dollari. Nel 2005 il 70% di esso è stato cancellato ed il resto è stato convertito ed investito in Russia. Dopo la Conferenza di pace di Madrid, nel 1991, Mosca ha ripreso le relazioni diplomatiche con Tel Aviv, che erano state interrotte nel 1967, a seguito della Guerra dei Sei Giorni. Inoltre, essendo caduto il divieto di emigrazione, quasi un milione di cittadini dell’ ex Unione Sovietica si sono trasferiti in Israele nel corso degli anni ’90, rendendolo uno dei paesi con la più popolosa diaspora di lingua russa al di fuori dell’ex URSS. Tuttora, gli scambi commerciali con Israele sono superiori a quelli che la Russia ha con la Siria.

Nel 2005 la situazione è migliorata ed entrambi i Paesi si sono impegnati a ristabilire i rapporti bilaterali. In quell’anno, infatti, il capo di stato siriano Bashar Al-Assad ha compiuto la sua prima visita a Mosca. Il 2005 è stato anche l’anno in cui l’ostilità statunitense nei confronti della Siria è giunta al culmine, a seguito dell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri, per il quale gli Stati Uniti hanno sostenuto il coinvolgimento della Siria. Da allora Assad è tornato in Russia nel 2006 e nel 2008, quest’ultima volta in coincidenza con la crisi georgiana legata all’Ossezia del sud.

Il processo di pace nel Vicino Oriente

Tra gli argomenti trattati dal dirigente russo e dalla sua controparte siriana durante il vertice del 10 e 11 maggio, centrale è stata la questione del processo di pace nel Vicino Oriente e della sicurezza regionale. La Siria occupa una posizione strategica nello scacchiere geopolitico vicino-orientale e, quindi, è un attore chiave per la ripresa dei negoziati di pace del conflitto arabo-israeliano: il Paese tiene stretti legami con l’Iran, Hezbollah in Libano e Hamas nei Territori Palestinesi. A gennaio 2009 ha bloccato le trattative con Israele, in seguito all’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza e, ad oggi, il clima è sempre più teso. È necessario il contributo della comunità internazionale per la normalizzazione della situazione nel Vicino Oriente, e soprattutto del Quartetto, di cui fanno parte Russia, Stati Uniti, Nazioni Unite ed Unione Europea.

Dunque, per il governo siriano il “ritorno” della Russia nel Paese potrebbe portare sicurezza e stabilità nell’intera regione. La situazione nel Vicino Oriente sta peggiorando e le crescenti tensioni potrebbero essere estremamente pericolose. La Siria ha intenzione di collaborare per la ripresa dei negoziati di pace, ma non intende appoggiare incondizionatamente accordi che danneggerebbero i suoi diritti sovrani. Il riferimento è alla rivendicazione delle alture del Golan, occupate da Israele nel 1967 durante la Guerra dei Sei giorni e per la quale la Siria ha più volte chiesto, nei mesi scorsi, il sostegno statunitense. Washington ha risposto, da una parte, con il rinnovo delle sanzioni contro Damasco e, dall’altra, con le ripetute accuse al regime siriano di aver fornito missili Scud a Hezbollah e Hamas. Le sanzioni bandiscono la vendita di armi alla Siria, restringono le importazioni dagli Stati Uniti e bloccano i conti dei sospettati di offrire rifugio a terroristi in territorio siriano. Secondo il presidente Barak Obama, infatti, le azioni politiche siriane costituiscono una minaccia alla sicurezza internazionale, alla politica estera e all’economia statunitensi. Le sanzioni sono state poste per la prima volta nel 2004 dall’ex presidente George W. Bush, che aveva accusato Damasco di sostenere il “terrorismo internazionale”, di attuare programmi per la creazione di armi di distruzione di massa, di minare gli sforzi statunitensi per stabilizzare l’Iraq e di essere coinvolta nello sviluppo di armi nucleari, chimiche e biologiche. Per questo la Siria spera nell’appoggio politico della Russia: esso è essenziale sia perché le armi russe permettono a Damasco di mantenere un accettabile equilibrio delle forze con Israele, sia perché il sostegno russo rafforzerebbe la posizione negoziale della Siria. Durante il vertice, Medvedev ha ricordato come sia importante per il processo di pace anche la collaborazione di Hamas e Hezbollah, fortemente osteggiate dagli Stati Uniti, perché considerate organizzazioni terroristiche. Non a caso, durante la visita a Damasco, il presidente russo ha incontrato il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, suscitando ampie critiche da parte di Israele, ed ha confermato l’opinione russa secondo cui Hamas è un movimento di liberazione nazionale e non un’organizzazione terroristica. Medvedev ha insistito sulla necessità di una riconciliazione tra Hamas e Fatah, che competono per il controllo dei Territori Palestinesi, affinché si raggiunga un accordo per la creazione di uno Stato Palestinese a fianco di Israele. Fatah è la maggiore fazione all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ma la sua supremazia è stata seriamente intaccata da Hamas, che controlla la Striscia di Gaza dall’estate del 2007. Il presidente russo ha, inoltre, ricordato la difficile situazione umanitaria a Gaza, esortando a compiere maggiori sforzi per trovare una soluzione pacifica al conflitto arabo-israeliano ed ha dichiarato la sua disponibilità diventare un mediatore fondamentale negli affari della regione.

La cooperazione militare, energetica e culturale

Il vertice è stato un’occasione per la firma di importanti accordi in materia militare. La Russia, infatti, venderà alla Siria armi, aerei da guerra modello MIG-29, artiglieria, sistemi di difesa aerea e missili Pantsir.

Il ritorno di Mosca in Medio Oriente significa anche collaborazione nel settore dell’energia nucleare in una regione attualmente dominata dagli Stati Uniti, principale alleato di Israele. Le compagnie russe sono interessate a sviluppare in Siria il settore energetico, attraverso la costruzione di nuovi impianti di energia ed il rinnovo di quelli esistenti. A questo scopo, è in programma la costruzione di una centrale nucleare in Siria ed in Iran, alleato strategico della Siria, in base all’opinione secondo cui ogni paese ha il diritto di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici.

Da non dimenticare sono, inoltre, le relazioni culturali tra la Russia e la Siria. Anche se, come già ricordato, è Israele il Paese con il maggior numero di abitanti di lingua russa nel Vicino Oriente, la Siria vanta 40 mila laureati provenienti da università russe e sovietiche che vivono e lavorano entro i suoi confini nazionali: perciò il russo è la lingua straniera più diffusa in questo Paese. A marzo 2010 Mosca e Damasco hanno firmato un programma di cooperazione culturale, che si basa su un accordo intergovernativo tra i due paesi sulla cooperazione culturale e scientifica, firmato nel 1995. Il piano mira a stimolare scambi culturali russo-siriani per i prossimi due anni e, a questo scopo, è stata avanzata la proposta di organizzare un Festival della cultura russa in Siria nel 2011 ed un Festival della cultura siriana in Russia per il 2012.

La cooperazione economica

I rapporti russo-siriani sono incentrati soprattutto su interessi economici. Oltre alle armi russe, la Siria mira ad una cooperazione con Mosca in ambito tecnologico ed infrastrutturale. Dal canto suo, la Russia intende rafforzare il proprio ruolo di esportatore di tecnologie ed armamenti. Il commercio bilaterale nel periodo 2005-2008 ha raggiunto i 2 miliardi di dollari ma è sceso del 30% nel 2009, a causa della crisi finanziaria mondiale. Per rafforzare il suo ruolo nel Mediterraneo, il governo russo prevede l’espansione dei porti marittimi, in particolare quello di Tartus, sulle coste siriane, che la Marina ha intenzione di estendere e sviluppare, con lo scopo di agevolare le operazioni anti-pirateria al largo delle coste somale.

Per quanto riguarda l’economia interna, invece, la Siria ha pianificato di incrementare la sua presenza nel settore agricolo e tessile del mercato russo e spera nella rimozione delle barriere doganali, come contributo allo sviluppo del Paese.

Damasco intende, inoltre, rafforzare la propria posizione commerciale al di fuori dei propri confini e divenire un punto di snodo nel settore energetico e dei trasporti nell’area eurasiatica. Il presidente Bashar Al-Assad mira a creare uno “spazio economico” in cui la Siria diventi la base per investimenti nei settori energetico, industriale, agricolo, delle telecomunicazioni e delle tecnologie, centro di smistamento del petrolio e del gas diretto ai mercati europei, ed un punto di distribuzione delle merci provenienti dal Mediterraneo, dal Golfo persico e dagli altri paesi della regione vicino-orientale. È in corso un progetto per riattivare l’oleodotto Kirkuk-Banias, con una capacità di 200.000 barili al giorno. Un altro è in preparazione, con una capacità di 1,4 milioni di barili al giorno, che collegherà l’impianto di gas iracheno di Akkas ad un impianto siriano e ad impianti giordani ed egiziani che si diramerebbero verso il Libano e l’Europa. La Siria diventerebbe, quindi, un punto di collegamento tra quattro mari: il Mar Nero, il Mar Mediterraneo, il Mar Adriatico ed il Mar Caspio. Non sarà facile raggiungere questi obiettivi. Le aspirazioni russe, da una parte, e quelle siriane, dall’altra, hanno bisogno della cooperazione internazionale, ma soprattutto della pace nel Vicino Oriente.


* Silvia Bianchi è dottoressa in Editoria e giornalismo (LUMSA di Roma)


1In realtà nel 1936 era stato firmato un trattato franco-siriano che riconosceva l’indipendenza della Siria; ma il trattato non venne ratificato e la Siria rimase sotto il controllo francese.

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