Fonte: http://www.afrique-asie.fr

I colloqui con Saddam, resi pubblici dal FBI nel luglio 2009, sono da leggere con una certa circospezione. Non essendo pubblicati sotto forma di domanda-risposta, come il presidente iracheno aveva sperato, essi non riflettono che parzialmente il suo pensiero. Le sue impronte digitali messe in evidenza sono fuorvianti: non vogliono dire che egli avrebbe appoggiato il processo verbale senza riserve. Detto questo, l’interesse storico del documento è incontestabile poiché mostra la maggior parte dei temi di propaganda che lo demonizzavano. Per attenuare la portata della testimonianza, il FBI ha prodotto una conclusione sconnessa da quanto registrato. Mentre il detenuto aveva dichiarato di assumersi l’intera responsabilità di quanto accaduto sotto la sua presidenza, il FBI vi afferma che Saddam cercava di vendere il suo silenzio e di minimizzare il suo ruolo per preservare la sua immagine, speculazioni tanto meno convincenti poiché risultano all’interno di passaggi censurati.

Uguale a sé stesso

Interrogare ufficialmente Saddam Hussein non era certo un vittoria anticipata. Il prigioniero, poco collaborativo, poneva le sue condizioni. Egli riteneva che un presidente destituito in tutta illegalità da una potenza straniera non aveva nulla da dire ai suoi carcerieri. In compenso, accettava di essere interrogato sul suo percorso di rivoluzionario e di capo si Stato. Poiché era fuori discussione fare ricorso alle maniere forti al momento del suo arresto, il FBI si dovette accontentare di ciò che egli acconsentiva a dire, sperando di cogliere in fallo Saddam durante le conversazioni. Per arrivarvi, degli psicologi avevano sistemato la sala dell’interrogatorio ponendo lui «spalle al muro» e «Mr George», il suo interrogatore, davanti la porta chiusa, simbolo della libertà! Credevano così di influenzare il subconscio del prigioniero! Il poliziotto pensava di rabbonire il presidente avendo carta e penna necessarie a Saddam per scrivere poesie…

Fin dall’inizio dei giochi, Saddam mise i puntini sulle «i». Alla domanda, reiterata, di sapere se avesse delle colpe, egli rispose che solamente Dio non ne ha, e che era fuori questione discutere delle sue coi suoi nemici. «Non sono una persona che tradisce i propri amici», sorvolò più tardi. L’opinione dei suoi contemporanei gli interessava meno che la sua immagine tra 500 o 1000 anni. Era fiero di quanto da lui fatto. Nel 1968, il popolo iracheno «non aveva virtualmente nulla». Dopo l’arrivo al potere del partito Baas, il livello di vita era considerabilmente migliorato nell’ambito dell’educazione e della sanità. La nazionalizzazione dell’industria petrolifera aveva permesso di creare delle moderne infrastrutture e di fare un passo in avanti nell’ambito economico, in particolare nell’agricoltura, trascurata dai precedenti regimi. Restava, ne conveniva, un deficit in materia di democrazia: nel 1989 e nel 2002, egli aveva tentato di instaurare il multipartitismo. Sfortunatamente, la nuova Costituzione non aveva potuto essere votata a causa dell’inizio della guerra del Golfo. Non vi era nulla che interessasse «Mr. George», ma era da molto tempo che il bilancio di trent’anni di baasismo non era sommerso da un’ondata di invettive e di disinformazione. Non aveva niente, non più, che gli specialisti dell’Iraq non sapessero già, dettaglio più dettaglio meno. Ma riportando, senza polemizzare, le relazioni di Saddam Hussein nella presa nel potere del partito Baas nel 1968, nei complotti ai quali ha fatto fronte, nella guerra Iran-Iraq o nel suo appoggio alla resistenza palestinese, il FBI lo ha stimato difendendo il ritratto del rivoluzionario mosso dalle sua convinzioni: «Quando credo a dei principi, vi credo totalmente, non parzialmente o gradualmente, totalmente». Alla domanda sul suo futuro, qualora avesse lasciato il potere, egli rispose che sarebbe «tornato ad essere una persona normale, forse un contadino», ma sempre restando un membro attivo del partito Baas.

Un rivoluzionario intransigente

Dunque, Saddam un «dittatore»? «Certo», dicono certi oppositori, ma aggiungono che sono necessarie delle precisazioni:  «Bisogna domandarsi che genere di dittatore. Qual era il suo progetto, quali furono le sue realizzazioni? A chi davano fastidio? Con la distruzione dell’Iraq dopo l’aggressione dell’aprile 2003, rimarrà nella memoria comune degli Arabi come un rivoluzionario intransigente che voleva fare dell’Iraq una potenza regionale moderna, che ha sostenuto il popolo palestinese  e che, per queste ragioni, ha dovuto affrontare gli Stati Uniti, Israele, l’Iran e le ribellioni appoggiate da questi paesi». Non deve dunque stupire, viste le condizioni, che Saddam Hussein sia visto nel mondo musulmano come un martire.

(Traduzione a cura di Matteo Sardini)

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