Chi sconfisse la Germania nazista? Per quanto possa sembrare strano, non è un compito difficile rispondere a questa domanda. Da tempo, infatti, gli storici (seri e documentati) della Seconda guerra mondiale sono giunti alla conclusione che fu l’Armata Rossa a sconfiggere la Wehrmacht, con il contributo degli angloamericani (anche se i media occidentali continuano a sostenere che fu l’America, con l’aiuto degli inglesi e dei russi, a sconfiggere il III Reich), tanto che due tra i maggiori storici del conflitto russo-tedesco scrivono: “On the 50th anniversary of the Normandy invasion of 1944, a U.S.news magazine featured a cover photo of General Dwight D.Eisenhower, who was labeled the man who defeated Hitler. If any one man deserved that label, it was not Eisenhower but Zukhov, Vasilevsky, or possibly Stalin himself. More generally, the Red Army […] bore the lion’s share of the struggle against Germany from 1941 to 1945” (1). Si tratta di un giudizio incontestabile, se si considerano gli eventi principali del conflitto russo-tedesco e alcune cifre, ormai noti alla comunità scientifica internazionale, anche grazie al fatto che molti documenti relativi alla Seconda guerra mondiale presenti negli archivi russi possono essere consultati dagli studiosi e che una parte di essi è stata pubblicata in lingua inglese.

Alle 03.15 del 22 giugno 1941 una tempesta di fuoco e d’acciaio, scatenata da migliaia di pezzi d’artiglieria, illuminò a giorno un fronte lungo circa 1.800 chilometri. Subito dopo l’alba, 500 bombardieri, 270 cacciabombardieri e 480 caccia attaccarono 66 aeroporti russi distruggendo oltre 1.200 aerei dell’Armata Rossa. Era cominciata l’operazione Barbarossa (2). Mosca era al corrente che la Germania aveva spostato un enorme numero di uomini e mezzi ad est, ma Stalin riteneva che i tedeschi non avessero alcuna intenzione di attaccare l’Unione Sovietica (perlomeno fino a quando la Germania non avesse sconfitto l’impero britannico), nonostante che egli disponesse di informazioni che provavano il contrario. Hitler invece aveva voltato le spalle alla geopolitica e alla strategia, e aveva deciso di annientare il colosso russo nel giro di qualche mese, sia perché era convinto della (presunta) superiorità etnica dei tedeschi rispetto ai russi, sia perché, dopo la pessima prova dell’Armata Rossa contro la Finlandia, era persuaso che “bastasse dare un calcio per far cadere l’intera baracca marcia”. In effetti, quale fosse il reale potenziale militare e industriale russo, in Occidente nessuno lo poteva immaginare. Avrebbero dovuto scoprirlo i soldati tedeschi nei mesi seguenti e allora sarebbe stato troppo tardi (3).

Per distruggere l’Armata Rossa, entro la fine dell’autunno del 1941, i tedeschi, impiegarono, nella prima fase dell’operazione Barbarossa, 152 divisioni, incluse 19 divisioni corazzate e 15 divisioni motorizzate (circa 3.200.000 soldati), 3.330 carri (la metà dei quali leggeri), 250 cannoni d’assalto, 7.100 pezzi d’artiglieria, 2.270 aerei, 600.000 veicoli (di vari tipi e in gran parte inadatti alle strade russe) e 625.000 cavalli (4). I loro alleati finlandesi contribuivano con 14 divisioni e i rumeni con altre 14, sia pure sottodimensionate (5). A queste forze i russi potevano contrapporre 4.700.000 soldati (di cui solo 2.500.000 nelle regioni occidentali), 22.600 mezzi corazzati (14.200 efficienti, tra cui 867 T34 e 508 KV1), 20.000 aerei (9.200 efficienti) e 76.500 pezzi d’artiglieria (6). Ciononostante, la gigantesca Armata Rossa non era certo in grado di tener testa in campo aperto alla Wehrmacht nel 1941, anche se riuscì, a costo di enormi sacrifici, a guadagnare tempo e rallentare il più possibile la marcia delle divisioni tedesche verso Mosca (la resistenza dei russi fu anche favorita, com’è noto, dalla brutale ed ottusa politica d’occupazione dei nazisti, che riuscirono ad inimicarsi perfino coloro che li avevano accolti come “liberatori”). Quando, il 2 ottobre, s’iniziò l’operazione Tifone, che avrebbe dovuto liquidare definitivamente l’Armata Rossa nella regione di Mosca, sembrava che nulla potesse fermare la Wehrmacht. Accerchiate a Viaz’ma e Briansk, le armate russe furono annientate: il Fronte Occidentale perse 310.240 uomini e la Riserva 188.761; nella sacca di Briansk, l’Armata Rossa perse altri 925.600 uomini (di cui ben 673.000 catturati dai tedeschi) (7). Sicché, Halder, il capo di stato maggiore dell’OKH (il comando supremo dell’esercito), e von Bock, il comandante del Gruppo armate centro, ritennero opportuno continuare l’offensiva, malgrado che la struttura logistica tedesca fosse ormai prossima al tracollo e l’inverno russo fosse alle porte. La Wehrmacht aveva fatto il passo più lungo della gamba. A fine novembre, quando il termometro cominciò a segnare temperature polari, l’esercito tedesco era a qualche decina di chilometri dalla capitale russa e cercava di aggirarla da nord e da sud, ma ormai aveva il “fiato corto”. Il 5 dicembre scattò la controffensiva russa e nelle terribili battaglie che seguirono ci mancò poco che l’intero Gruppo armate centro venisse distrutto. l’Unione Sovietica perse, nel secondo semestre del 1941, 4.308.094 soldati, ma all’inizio del 1942 gli effettivi dell’Armata Rossa erano 4.186.000 (8). La mobilitazione totale, ordinata da Stalin senza esitazioni (al contrario di Hitler, che non voleva abbassare il tenore di vita della popolazione tedesca, tanto che la Germania cominciò a spingere a fondo l’acceleratore solo nel 1943) dava i suoi frutti. Oltre 1.500 industrie strategiche furono “smontate” e trasferite, impiegando circa 1.500.000 vagoni ferroviari, nella regione degli Urali e in Siberia (9). Inoltre i russi, ritirandosi verso est, avevano fatto “terra bruciata”, costringendo la Germania ad impiegare 2.500 locomotive e 250.000 vagoni ferroviari per rifornire l’Ostheer (l’esercito tedesco orientale) (10), che nei primi sei mesi di guerra aveva già avuto 302.000 morti. Ancora più grave per i tedeschi, che dal mese di dicembre erano in guerra anche contro gli Stati Uniti, fu il fatto che, se nel 1941 la Germania produsse 3.790 carri e cannoni semoventi, 11.200 pezzi d’artiglieria, 51.085 autocarri e 11.776 aerei, l’Unione Sovietica, pur dovendo limitare la propria produzione a causa dell’invasione tedesca, produsse 6.590 carri, 42.300 pezzi d’artiglieria e 15.735 aerei(11). Quando le battaglie dell’inverno 1941-42 terminarono, arrivarono in Russia, per colmare i vuoti tra le file dell’Ostheer, alcune armate alleate: due rumene, una ungherese e una italiana (l’Italia aveva già inviato nel 1941 il Csir, ossia un Corpo d’armata). Secondo documenti tedeschi, la guerra contro l’Armata Rossa era già costata, alla fine del mese di febbraio, oltre un milione di uomini: 394.000 morti, 725.000 feriti, 414.000 prigionieri, 46.000 dispersi e inoltre si dovevano contare 112.000 casi di congelamento. Cionondimeno, l’esercito tedesco era ancora temibile: nell’estremo nord, minacciava Murmansk, difesa ostinatamente dai russi; dal settembre del 1941, il Gruppo armate nord assediava Leningrado (l’assedio sarebbe durato 900 giorni e avrebbe causato la morte di circa 1.000.000 di civili) (12); il Gruppo armate centro era ancora vicino a Mosca, mentre il Gruppo armate sud si preparava, dopo aver respinto un attacco russo, ad attaccare Sebastopoli. La seconda campagna estiva dell’Ostheer, che nel 1942 poteva attaccare in un solo settore del fronte, cominciò nel modo migliore possibile: disfatta russa a Kharkhov, occupazione dell’intera Crimea e penetrazione in profondità nel settore meridionale, mentre al centro e al nord i russi non riuscivano a sfondare le linee tedesche. Le forze tedesche si divisero: una parte di esse (Gruppo armate B) puntò verso il Volga e Stalingrado, un’altra (Gruppo armate A) verso i pozzi petroliferi del Caucaso. A settembre, però era palese che la Wehrmacht non aveva forze sufficienti per occupare Stalingrado (anche perché Paulus, ottimo ufficiale di stato maggiore, si stava rivelando, a giudizio degli storici militari, un mediocre comandante d’armata) e allo stesso tempo spingersi fino a Baku. Hitler – che aveva sostenuto che ci si doveva impadronire dei giacimenti di petrolio del Caucaso, in quanto necessari per alimentare la macchina bellica tedesca, oppure la Germania avrebbe perso la guerra – decise di non ritirare le sue armate e di proseguire l’offensiva. Sostituì Halder con Zeitzler e si rifiutò di ammettere che la Sesta armata di Paulus non fosse in grado di occupare Stalingrado, immaginando che i russi per difendere la “città di Stalin” avrebbero fatto “il gioco dei tedeschi”. Era l’inizo della fine. Mentre i tedeschi combattevano casa per casa a Stalingrado, l’Armata Rossa intraprese una serie di operazioni lungo tutto il fronte per logorare le forze tedesche e impedire che Paulus potesse ricevere rinforzi. Nel frattempo, se continuava il braccio di ferro nel Caucaso, senza che i sovietici dessero segni di cedimento, i tedeschi dovevano passare sulla difensiva, insieme agli italiani, in Africa settentrionale, dove, nella primavera del 1941, erano dovuti accorrere per evitare una totale disfatta dell’Italia. Ma in Africa vi era una piccolissima frazione dell’esercito tedesco (ad El Alamein, nell’ottobre del 1942, l’Afrika Korps contava circa 50.000 militari tedeschi, di cui meno di 30.000 truppe combattenti, mentre nello stesso periodo vi erano ben 2.847.000 soldati tedeschi in Russia) (13).

Il 19 novembre 1942 i russi diedero inizio all’operazione Uranus. Qualche giorno dopo le due branche della tenaglia russa chiusero la Sesta armata di Paulus e gran parte della Quarta armata panzer in una immensa sacca (il cosiddetto “calderone”). La Wehrmacht non poteva fare altro che preparare un piano per soccorrere Paulus e cercare di fare l’impossibile per rifornire, tramite gli aerei da trasporto, circa 250.000 uomini assediati, dato che Hitler, mal consigliato dall’OKL (il comando supremo della Luftwaffe), aveva dato ordine a Paulus di non ritirarsi (ordine che Paulus, non “von Paulus”, venendo meno alla tradizione militare prussiana, eseguì ciecamente). Il piano, ideato da von Manstein, fallì, anche perché i russi non diedero tregua ai tedeschi negli altri settori del fronte e si dimostrarono assai pronti di riflessi modificando il piano dell’operazione Saturno (che fu denominata Piccolo Saturno, poiché gli obiettivi erano assai più limitati rispetto al disegno originario, che prevedeva che la Seconda armata della Guardia sfruttasse uno sfondamento nel tratto di fronte difeso dagli italiani per occupare Rostov e “prendere alle spalle” il Gruppo armate A che era ancora nel Caucaso) e ordinando alla potente Seconda armata della Guardia di trasferirsi nel settore di Stalingrado per impedire a von Manstein di ricongiungersi con Paulus. Di particolare importanza fu anche l’attacco russo (operazione Marte), a fine novembre, contro la Nona armata tedesca, nei pressi di Rzhev, ad ovest di Mosca. In questa operazione i sovietici impiegarono più mezzi e uomini di quanti ne avessero impiegati nella prima fase dell’operazione Uranus (14). Anche se l’operazione Marte non solo non riuscì a distruggere il Gruppo d’armate centro ma vide l’Armata Rossa subire una vera e propria disfatta (almeno 300.000 perdite), impegnò per alcune settimane le divisioni panzer del Gruppo armate centro, che di conseguenza non poterono essere mandate a von Manstein per rafforzare il “pugno corazzato” che avrebbe dovuto sfondare l’anello russo intorno a Stalingrado. Alla fine del mese di gennaio del 1943, Paulus capitolò (i russi fecero circa 90.000 prigionieri) e l’Ostheer era sull’orlo dell’abisso: annientate due armate tedesche (la Sesta di Paulus e gran parte della Quarta panzer), tre armate alleate (due rumene, una ungherese ed una italiana), semidistrutta un’altra armata tedesca (la Seconda), cacciato il Gruppo armate A dal Caucaso (anche se la Diciassettesima armata resisteva nella cosiddetta “testa di ponte del Kuban”). E vi era il rischio che i sovietici, giungendo al Dnepr, accerchiassero l’intera ala meridionale tedesca. Anche i russi però avevano speso moltissimo. Von Manstein riuscì a salvare la situazione, impiegando il potente II corpo panzer delle Waffen SS, trasferito dalla Francia meridionale, e distruggendo le forze corazzate e meccanizzate russe, spintesi troppo in avanti. A fine marzo i tedeschi avevano fermato l’avanzata dei russi, ma l’Armata Rossa aveva inflitto alla Wehrmacht una sconfitta strategica decisiva (15). La situazione di stallo che si venne a creare nella primavera del 1943, lasciava alla Germania ben poche speranze di prevalere sull’Armata Rossa.

I russi avevano battuto la Wehrmacht, a Mosca e a Stalingrado, unicamente con le loro forze. Alla fine del 1942, non più del 5 % dei mezzi dell’Armata Rossa (16) era di importazione e nel solo 1942 le fabbriche sovietiche produssero 24.500 carri e 21.700 aerei da combattimento (17). Spesso ci si dimentica, in Occidente, che gli “aiuti” degli angloamericani dovevano essere prodotti, trasportati nei porti russi e trasferiti, tramite ferrovia, già “sotto pressione”, ai singoli fronti ed alle singole armate (che dovevano addestrare gli uomini, costruire depositi, magazzini etc., prima di poter usare i mezzi degli angloamericani). Fu solo nel 1943 che il “ruscello” angloamericano diventò un “torrente in piena”, contribuendo alle vittorie sovietiche del 1944-1945.(18).

Se ad est la Wehrmacht era costretta a difendersi, nella tarda primavera del 1943, la battaglia dell’Atlantico, dopo i successi del 1942 e dei primi mesi del 1943, volgeva ormai a favore degli angloamericani, grazie al massiccio contributo dei cantieri navali americani ed alla superiore tecnologia degli Alleati nel settore della guerra navale e in quello della “guerra dei codici”; e dopo la vittoria britannica ad El Alamein e lo sbarco angloamericano in Nord Africa la sorte delle forze italo-tedesche era segnata. Hitler, per ritardare l’invasione della penisola italiana e “puntellare” il vacillante regime fascista inviò rinforzi in Tunisia, pur sapendo che così facendo “regalava”, con ogni probabilità, agli angloamericani truppe e mezzi necessari alla difesa dell’Italia (19).

Ciononostante, i tedeschi non erano propensi a cedere l’iniziativa ai russi. Lo stato maggiore dell’OKH elaborò un piano, denominato operazione Cittadella, per distruggere il maggior numero possibile di armate russe, ma alla fine di giugno era evidente che i russi si aspettavano un attacco tedesco e sapevano che sarebbe avvenuto nella regione di Kursk, a sud di Orel (i russi avevano mobilitato 300.000 lavoratori civili per costruire ben cinque principali linee fortificate successive, per un totale di 4.827 chilometri di trincee e camminamenti). Tuttavia, Hitler, anche se disse al generale Guderian (allora ispettore generale delle truppe corazzate e che era decisamente contrario al piano dell’OKH) che ogni volta che pensava all’operazione Cittadella “gli si rivoltava lo stomaco”, diede l’ordine di cominciare l’offensiva il 5 luglio, dopo numerosi rinvii. Il piano dell’OKH consisteva in una manovra a tenaglia (la branca settentrionale era formata dalla Nona armata di Model e quella meridionale dalle forze di von Manstein) che si sarebbe dovuta chiudere ad est di Kursk. I tedeschi potevano disporre di 780.900 uomini, 2.928 mezzi corazzati (di cui 2.078 carri), 7.417 pezzi d’artiglieria e 1.830 aerei; mentre i russi, schierati in difesa, disponevano di 1.910.361 soldati, 5.128 mezzi corazzati (di cui 4.869 carri), oltre 22.000 pezzi d’artiglieria e 2.986 aerei (20). La Nona armata si trovò subito in difficoltà. Nei pressi della cittadina di Ol’khovatka i sovietici bloccarono ogni tentativo delle divisioni panzer di Model di avanzare verso Kursk e, dopo pochi giorni, il 12 luglio, sferrarono una controffensiva, più a nord, nella regione di Orel, costringendo la Nona armata di Model a rinunciare definitivamente ad ogni tentativo di scardinare le difese russe nella zona di Ol’khovatka. Più a sud, invece, le forze corazzate di von Manstein facevano progressi, anche se avanzavano troppo lentamente. Il II corpo panzer SS cambiò allora direzione di attacco e si diresse verso la cittadina di Prokhorovka, difesa da paracadutisti russi, che, sebbene si battessero con grande valore, non potevano certo fermare un corpo corazzato tedesco. I russi, capirono al volo che cosa bolliva in pentola, e gettarono nella mischia, la loro riserva, la Quinta armata corazzata della Guardia. Lo scontro del 12 luglio fu decisivo: anche se i tedeschi fecero strage di carri russi (i tedeschi persero 54 carri contro 334 dei russi), le Waffen SS non poterono occupare Prokhorovka. Le officine tedesche lavorarono a pieno ritmo e il 16 luglio il II corpo panzer SS, che l’11 luglio disponeva di 293 mezzi corazzati, poteva contare su 292 mezzi corazzati (21). Il 13 luglio, Hitler aveva lasciato che von Manstein continuasse l’offensiva (operazione Roland) anche dopo il fallimento dell’attacco della Nona armata e dopo che gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia, sebbene fosse preoccupato per la debolezza dell’esercito italiano, che era sul punto di sfasciarsi. I generali russi, però, dimostrando di “dominare” l’intero campo di battaglia, una volta arrestato l’impeto tedesco al centro, attaccarono, il 17 luglio, il fianco destro di von Manstein, inducendo Hitler – dato che sul fiume Mius la Sesta armata, ricostruita dopo essere stata distrutta a Stalingrado, rischiava di essere annientata un’altra volta – a porre fine all’operazione Roland e ad ordinare al II corpo panzer SS di eliminare la nuova minaccia sovietica. Prima però che le divisioni corazzate delle Waffen SS potessero soccorrere Hollidt, il comandante della Sesta armata, giunse la notizia della caduta del regime fascista e dell’arresto di Mussolini. Hitler avrebbe voluto inviare subito il II corpo panzer SS in Italia, ma data la difficilissima situazione ad est, dovette arrivare ad un compromesso con i generali dell’OHK: in Italia sarebbe stata immediatamente trasferita solo la 1a panzer SS, mentre le altre due divisoni del II corpo panzer SS sarebbero passate agli ordini della Sesta armata per distruggere la testa di ponte russa sul Mius (22). Il primo di agosto, la battaglia si poteva considerare vinta dalla Sesta armata, anche se le perdite subite dalle divisioni tedesche erano considerevoli. Ora l’attenzione di Hitler era quasi esclusivamente rivolta a quanto accadeva in Italia, cosicché né l’OKW (il comando supremo della Wehrmacht) né l’OKH si accorsero che i russi stavano per dare inizio ad una nuova controffensiva. Del resto, anche von Manstein pensava che per un po’ si potesse stare tranquilli. Si sbagliava. Il 3 agosto 1943 i russi passarono all’attacco proprio nel settore difeso da von Manstein: era cominciata l’operazione Polkovodets Rumyantsev. I tedeschi furono totalmente colti di sorpresa: 200.000 soldati con cica 250 carri e cannoni d’assalto dovettero fronteggiare 717.000 sovietici con 2.310 carri (23). Nonostante che von Manstein potesse fare affluire sulla linea del fronte notevoli rinforzi e i tedeschi compissero sforzi incredibili per arginare la marea sovietica, al più brillante stratega della Wehrmacht non rimase altro da fare che gettare la spugna e sganciarsi dal nemico il più rapidamente possibile, per cercare di trincerarsi sulla sponda occidentale del Dnepr. I russi avevano però definitivamente guadagnato l’iniziativa e nulla poteva più fermarli, benché le loro perdite fossero state enormi: solo nell’operazione Polkovodets Rumyantsev 255.566 uomini (71.611 morti e 183.955 feriti) (24). Se si considerano anche la battaglia di Kursk e l’offensiva nella regione di Orel, le perdite sovietiche ammontarono a 863.303 soldati (25). Il potenziale dell’Armata Rossa però era ancora intatto: nel terzo trimestre del 1943 i soldati russi “in linea” erano oltre 6.000.000 e nel 1943 le fabbriche russe produssero 24.100 carri e 29.900 aerei da combattimento (26). Inoltre, alla fine dell’estate del 1943 gli aiuti angloamericani giungevano in grande quantità. Ormai l’Armata Rossa si muoveva su ruote americane (autocarri e jeep) e riceveva dal potente alleato d’oltreoceano tutto ciò di cui aveva bisogno (radio – particolarmente importanti, dacché, pur riconoscendo l’eccezionale abilità dei carristi tedeschi, si deve tener presente che nei primi anni di guerra, essendo la maggior parte dei carri dell’Armata Rossa privi di radio, i carristi russi avevano combattuto in condizioni di inferiorità rispetto ai carristi tedeschi – telefoni da campo, radar, vestiario, razioni alimentari, etc.) per non rischiare di non essere in grado di sfruttare un successo a causa di carenze logistiche. Inoltre, nel 1944, l’industria sovietica produsse 29.000 mezzi corazzati contro i 17.000 prodotti dalle fabbriche del III Reich (nello stesso anno gli inglesi ne produssero 5.000 e gli americani “soltanto” 17.500, dato che ne avevano fabbricati ben 29.500 nel 1943) (27). Perciò, come Stalin aveva perfettamente capito, l’esercito sovietico poteva puntare su Berlino senza alcun timore di venire sconfitto dai tedeschi, anche perché a livello operativo (intermedio tra la tattica e la strategia) i generali sovietici avevano ormai acquisito una tale fiducia in sé stessi da pianificare non solo la difesa di Kursk, ma anche una duplice controffensiva (nel settore di Orel e in quello di Kharkhov), di modo che furono in grado di combattere le battaglie nella Russia meridionale dell’estate del 1943 (compreso l’attacco contro la Sesta armata sul Mius e nella zona di Izium) non indipendentemente l’una dall’altra, ma come distinte fasi di un’unica gigantesca battaglia. E con il passar del tempo l’efficienza dell’Armata Rossa non poteva che migliorare.

Alla fine del 1943, l’Ostheer poteva contrapporre 2.468.500 soldati (più 706.000 alleati), 2.304 mezzi corazzati, 8.037 pezzi d’artiglieria e 3.000 aerei ai 6.394.500 soldati, 5.800 carri, 101.400 pezzi d’artiglieria e 13.400 aerei militari dell’Armata Rossa (28). Non sorprende dunque, tenendo conto anche dei rifornimenti angloamericani, che perfino dopo l’operazione Rumyantsev i sovietici abbiano avuto la forza di attaccare costantemente le truppe della Wehrmacht (impedendo all’OKW di spostare ad ovest numerose divisioni, per rafforzare le armate che combattevano in Italia e quelle che erano in Francia, che avrebbero dovuto contrastare lo sbarco degli angloamericani, che si sapeva sarebbe avvenuto nella tarda primavera o nell’estate del 1944). Nell’inverno 1943-44 e nella primavera seguente, l’Armata Rossa non solo riuscì a far arretrare le linee tedesche del Gruppo armate nord (il 26 febbraio terminò l’assedio di Leningrado) e del Gruppo armate centro, ma riconquistò l’Ucraina e la Crimea (evacuata dai tedeschi ai primi di maggio), infliggendo alla Wehrmacht una serie di sconfitte, tra cui particolarmente grave fu l’annientamento del XXXXII corpo d’armata del generale Stemmermann nella sacca di Cherkassy. E solo l’abilità di von Manstein e la flessibilità tattico-operativa delle truppe corazzate tedesche evitarono che l’Armata Rossa accerchiasse l’intera Prima armata corazzata di Hube (29). Mentre i russi costringevano la Wehrmacht a ritirarsi da quasi tutti territori occupati negli anni precedenti, gli angloamericani venivano più volte battuti dai tedeschi a Cassino ed erano inchiodati sulla spiaggia di Nettuno, malgrado disponessero di una potenza di fuoco enormemente superiore a quella dei tedeschi e avessero la supremazia nell’aria e il dominio assoluto del mare (30). D’altra parte, si deve rammentare che la terrificante campagna aerea contro la Germania aveva lasciato l’Ostheer quasi senza l’appoggio della Luftwaffe, in gran parte impegnata nelle battaglie aeree contro i bombardieri inglesi ed americani (31). In ogni caso, quando ebbe inizio l’operazione Overlord, il 6 giugno del 1944, era evidente che le battaglie contro l’Armata Rossa avevano ridotto la Wehrmacht ad una pallida ombra di quello che era stata nel 1941 e nel 1942: il grosso delle truppe che combatterono contro gli angloamericani in Normandia, era costituito da uomini di età avanzata o non idonei al servizio militare, da convalescenti reduci dal fronte orientale e da Ostruppen (polacchi e russi). In tutta la Francia, ai primi di giugno del 1944, la Wehrmacht poteva schierare circa 500.000 uomini (nell’estate del 1944, ve n’erano altrettanti in Italia, contro 1.500.000 soldati inquadrati nell’Ottava armata britannica e nella Quinta armata americana), mentre ad est vi erano quasi 2.500.000 tedeschi e centinaia di migliaia di alleati (finlandesi, ungheresi, rumeni) (32). Non solo. Se gli angloamericani nel giugno del 1944 cercavano di aprire una breccia nella Fortezza Europa, l’Armata Rossa (dopo avere sferrato un’offensiva nell’estremo nord, per regolare i conti con la Finlandia, che sarebbe capitolata a settembre ed avrebbe dichiarato guerra alla Germania), il 23 giugno passò all’offensiva sul fronte del Gruppo armate centro (33). I russi erano riusciti a far credere all’OKW che avrebbero attaccato il Gruppo armate Nord Ucraina, più a sud, per aggirare il Gruppo armate centro e il Gruppo armate nord, di modo che l’unica riserva del Gruppo armate centro era la 20a divisione corazzata. Ora i tedeschi si trovavano in condizioni simili a quelle in cui si erano trovati i loro alleati quasi due anni prima e non poterono fare granché meglio di loro. Nel giro di due settimane venti divisioni tedesche furono distrutte (i tedeschi persero 300.000 uomini) e i sovietici, dopo aver liberato la Bielorussia, dilagarono verso ovest. Un’enorme falla si era aperta nel fronte tedesco. A luglio i russi attaccarono anche nel settore del Gruppo armate Nord Ucraina, indebolito per aver mandato la maggior parte delle proprie forze corazzate a nord, allo scopo di chiudere la breccia aperta dai russi. Le truppe corazzate tedesche fecero miracoli per evitare la catastrofe, ma non poterono impedire che l’Armata Rossa arrivasse fino alle porte di Varsavia, prima di fermarsi anche, se non solo, per motivi logistici. L’operazione Bagration era terminata, ma “la fisarmonica russa” (in ordine cronologico i sovietici attaccarono in Finlandia, Bielorussia, Nord Ucraina e Sud Ucraina), a settembre, “suonò” più a sud: la Sesta armata fu isolata e distrutta (in totale i tedeschi persero 250.000 uomini) (34) e la Romania ruppe l’alleanza con la Germania e le dichiarò guerra. Nell’estate del 1944, l’Armata Rossa aveva causato alla Germania la più grave sconfitta militare di tutta la sua storia e la perdita di circa 1.200.000 di uomini. Per alcun mesi ancora l’esercito tedesco lottò con la consueta tenacia contro il proprio destino, lanciando una serie di controffensive ad ovest (nelle Ardenne, dopo essere riuscito a fermare sulla Linea Gotica gli angloamericani, avere distrutto un divisione di paracadutisti inglesi ad Arnhem ed aver fatto a pezzi, nella quasi dimenticata battaglia della Foresta di Hürtgen, almeno due divisioni americane) (35) e ad est, per liberare Budapest (Pest cadde il 18 gennaio del 1945, mentre Buda cadde il 12 febbraio, al termine di una delle più dure battaglie di tutta la guerra) (36); mentre ai civili tedeschi, che vivevano come cavernicoli per gli orrendi bombardamenti terroristici angloamericani, toccò pagare (soprattutto nella Prussia orientale, che fu cancellata dalla carta geografica) il prezzo più alto per la politica dei nazisti nei territori occupati dell’Unione Sovietica (37). Fallito nel mese di marzo l’ultimo tentativo di Hitler di riconquistare Budapest e rimasti isolati in Curlandia e in Prussia orientale oltre 500.000 soldati del Gruppo armate nord, ad aprile scattò l’assalto finale contro la Germania. Sulle alture di Seelow, ad est di Berlino, l’esercito tedesco si immolò contro le armate di Zhukov e ci mancò poco che fosse Konev, anziché Zhukov, ad occupare la capitale del lII Reich. Furono comunque due armate del I Fronte Bielorusso di Zhukov – la Terza d’assalto e l’Ottava della Guardia, comandata da Chuikov, il difensore di Stalingrado – che infransero definitivamente, dopo asperrimi combattimenti, la resistenza dei tedeschi e dei volontari stranieri delle Waffen SS (38).

La Russia, con l’aiuto degli angloamericani, dopo quasi quattro anni di guerra, aveva sconfitto la Germania nazista. I generali russi avevano fatto durante la guerra eccezionali progressi: se frequentavano le elementari nel 1941, presero la licenza media nel 1942, si diplomarono nel 1943, si laurearono a pieni voti nel 1944 e nel 1945 insegnavano all’Università; tanto che, nell’agosto del 1945, l’Armata Rossa, in poche settimane, distrusse le armate giapponesi (scarsamente meccanizzate) in Manciuria, dando prova di straordinaria efficienza logistica ed eccellente capacità operativa (39). Gigantesco però era stato il costo della vittoria: l’Unione Sovietica aveva avuto circa 9.000.000 di morti e oltre 18.000.000 di feriti o malati. Ancora più gravi le perdite tra i civili: almeno 16.900.000 morti (40). Ma anche la Wehrmacht in Russia era stata ferita mortalmente: 302.495 morti nel 1941, 506.815 nel 1942, 700.653 nel 1943 e 1.232.946 nel 1944. Dall’inizio della guerra al 31 dicembre del 1944, le perdite della Wehrmacht furono di 2.742.909 morti ad est e di 339.957 morti ad ovest (41).

Incontestabile pertanto che i russi avevano fatto “la parte del leone” nella guerra contro la Germania nazista. Ma la strada che la Russia aveva dovuto percorrere per arrivare alla vittoria era stata ben diversa da quella percorsa dall’America (42) . L’Unione Sovietica aveva subito colossali danni di guerra, che furono stimati a 128 miliardi di dollari, stando ai prezzi prebellici; cifra che, se si aggiungono i redditi mancati, saliva a 357 miliardi di dollari. Nel 1945 il reddito nazionale della Russia era del 15-20% inferiore a quello del 1940 e la produzione agricola era diminuita del 40%. Se il quadro dell’economia sovietica appariva sotto molti aspetti drammatico, quello dell’economia americana pareva invece non potesse essere migliore. Infatti, negli Stati Uniti, alla fine della Seconda guerra mondiale, gli impianti industriali erano cresciuti rispetto al 1939 del 65%, la produzione di beni industriali era aumentata più del 50% (dal 1941 al 1945 nacquero oltre 500.000 nuove aziende), c’erano 18,7 milioni di occupati in più rispetto al 1939, il tonnellaggio della flotta mercantile era il doppio di quello inglese (nel 1941 era la metà), le riserve auree erano i 2/3 del totale mondiale, la quota americana della produzione manifatturiera era diventata più della metà di quella mondiale e il saldo attivo della bilancia dei pagamenti era salito alla sbalorditiva cifra di 14,3 miliardi dollari. Il Pil, che nel 1939 era poco meno di 100 miliardi di dollari, nel 1945 era più di 200 miliardi di dollari. I redditi individuali durante la guerra passarono da 1.432 dollari a 2.517 dollari, la percentuale dei redditi annuali sotto 1.000 dollari diminuì dal 24% (1941) al 5,6% (1944), i redditi fra 3 e 4.000 dollari passarono dall’11% al 21,5%, mentre metà della popolazione aveva un reddito tra 2000 e 5000 dollari. I consumi complessivi (caso unico tra i belligeranti) aumentarono da 70 a circa 120 miliardi di dollari. Inoltre, a Bretton Woods (agosto 1944) si gettarono le basi di un nuovo ordine mondiale (FMI etc.), liquidando il “blocco della sterlina’” che prima della guerra controllava un terzo del commercio mondiale. In termini economici, gli Usa erano diventati i padroni del mondo. Unico vero problema da risolvere era lo “spettro” della recessione e della disoccupazione (l’inchiesta del Senato statunitense calcolò che i disoccupati potevano risalire a 6/7 milioni). Gli Usa però erano diventati una “superpotenza” politica, militare ed economica e poterono quindi ristrutturare l’economia capitalistica mondiale in funzione dei propri interessi, senza correre il rischio di veder annullati i “guadagni” ottenuti durante la guerra (e grazie alla guerra). E il piano Marshall certamente contribuì a risolvere il problema.

Indubbiamente per comprendere gli eventi storici, non basta elencare i “fatti rilevanti” e conoscere le statistiche, anche se la Seconda guerra mondiale fu essenzialmente una guerra industriale (ma anche in questa guerra furono fondamentali il “senso di appartenenza”, il legame sociale o identitario, le motivazioni ideologiche etc.). I dati devono essere esaminati ed interpretati, altrimenti possono facilmente ingannare. Cionondimeno, sono proprio “fatti e cifre” che si vorrebbe far valere contro le ricostruzioni della storia del Novecento ritenute eccessivamente “retoriche”. Ebbene, anche sul piano dei “fatti” e delle “aride cifre”, si conferma che, pur gravando il “peso” della guerra soprattutto sui popoli dell’Eurasia, per gli Stati Uniti, e solo per gli Stati Uniti, la Seconda guerra mondiale fu un eccezionale business, il più grande “affare” del secolo scorso. D’altronde, è vero che anche dopo la guerra l’Unione Sovietica necessitava degli aiuti americani, benché non avesse alcuna intenzione di modificare i propri piani economici (e quelli dei suoi alleati) per armonizzarli con gli obiettivi del programma americano. Data l’inconciliabilità delle posizioni che si confrontavano, l’Unione Sovietica denunciò il piano Marshall come una manovra degli Usa che avrebbe portato i Paesi europei a perdere la propria indipendenza politica ed economica. Era cominciata “la guerra fredda”.

Oggi anche l’Unione Sovietica è un ricordo del passato, ma la potente talassocrazia d’oltreoceano non è riuscita a dominare l’Eurasia. La Seconda guerra mondiale, dimostrò, sia pure indirettamente, i limiti di una grande potenza talassocratica, ma anche la “follia geopolitica” di uno scontro tra grandi potenze “telluriche” sul “continente eurasiatico” (43). Ma chi sostiene che le due guerre mondiali e la stessa guerra fredda sono state in realtà un’unica terribile guerra civile europea, esportata in tutto il mondo, e che ha visto alla fine vincere il Leviatano statunitense, rischia la “scomunica”, dato che si considerano le tre guerre mondiali (includendo la guerra fredda contro la Russia) come una lotta tra il “bene” e il “male”, di modo da poter giustificare anche la “nuova crociata” americana contro i “nemici” dell’Occidente. D’altra parte, pare innegabile che il III Reich “nazional-socialista” fosse minato alle fondamenta dal darwinismo sociale e da un forma di nazionalismo estremo, mentre il “socialismo sovietico”, che pure seppe fare leva sul “patriottismo” dei popoli dell’Unione Sovietica e superare la prova della Seconda guerra mondiale, anche per le proprie gravi insufficienze ideologiche finì inevitabilmente con il perdere la sfida con l’Occidente. Tuttavia, i tedeschi e (soprattutto) i russi, pur non dimenticando nulla, hanno saputo voltare pagina e per la prima volta in epoca moderna – anche tenendo conto del “risveglio” della parte del variegato e complesso mondo islamico meno compromessa con l’Occidente ma anche più consapevole della necessità di un confronto serio e maturo con la cultura europea – vi è la possibilità di dar vita ad un Nomos eurasiatico, “policentrico” e “differenziato”, contrapposto all’Occidente talassocratico, capitalistico, incapace di ogni autentica trascendenza politica, sociale, spirituale e perfino esistenziale. E’ questo certo un compito difficile, secondo alcuni addirittura quasi impossibile, ma che necessariamente si deve affrontare, se si vuole onorare tutte “le vittime” del Novecento e al tempo stesso impedire che il morto afferri il vivo.

NOTE:

1) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, Birlinn, Edinburgo, 2000, pp.282-283.

2) D.M.Glantz, Barbarossa, Tempus Publishing, Gloucestershire, 2001, p.35.

3) Anche i russi stavano pianificando un attacco preventivo contro la Germania? Quel che si può affermare con (relativa) certezza è che Stalin pensava che l’Armata Rossa dovesse essere pronta per una guerra contro la Germania entro il 1942 (vedi D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., nota 29, p.327); riguardo alla geopolitica ed alla strategia tedesca, rammenta giustamente Matteo Marconi che Karl Haushofer, benché convinto che la Russia fosse un alleato “critico” per la Germania, riteneva che l’accordo russo-tedesco dell’agosto del 1939 permettesse a Hitler una posizione di forza rispetto ai britannici, in quanto impediva la “politica del boa” delle democrazie occidentali (vedi M.Marconi, Vita activa, in “Eurasia”, n.1, 2010, p.233). Si noti che, per evitare fastidiose ripetizioni, mi attengo all’uso di impiegare i termini “Russia ” e “russi” come sinonimi, rispettivamente, di “Unione Sovietica” e “sovietici”.

4) B.Taylor, Barbarossa to Berlin, Spellmount, Staplehurst, 2003, vol.I, p.27. Questi dati e quelli seguenti sulle perdite tedesche sono tratti dall’opera dello storico militare tedesco R.Overmans, Deutsche militärische Verluste im Zweiten Weltkrieg, in Beiträge zur Militärgeschichte, Band 46, Oldenbourg, Monaco,1999.

5) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., p.31.

6) B.Taylor, Barbarossa to Berlin, op.cit., p.31 e D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., p.306.

7) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., note 15 e 18, pp.336-337.

8 ) Ibidem, p.292; ma si veda anche lo studio di W.S.Dunn Jr, Stalin’s keys to victory, Stackpole, Mechanicsburg, 2007.

9) Ibidem, p.72.

10) Ibidem, p.73.

11) B.Taylor, Barbarossa to Berlin, op.cit., p.194.

12) La stima di un milione di morti (641.000 durante l’assedio e altri 400.000 durante l’evacuazione) è dell’Enciclopedia militare russa. Non ci sono parole per descrivere l’eroica resistenza degli abitanti di Leningrado (oggi, nuovamente, San Pietroburgo) e gli immensi sforzi fatti dall’esercito russo per “alimentare” la stupenda città fondata da Pietro il Grande. Si veda, anche per le numerose e poco conosciute battaglie combattute nella regione di Leningrado, il notevole studio di D.M .Glantz, The siege of Leninigrad, 1941-1944, Spellmount, Staplehurst, 2001.

13) B.Taylor, Barbarossa to Berlin, op.cit., p.248. Per l’Afrika Korps si veda l’ottimo studio di A.Massignani e J.Greene, Rommel in Africa settentrionale, Mursia, Milano,1996.

14) Si vedano, per l’operazione Piccolo Saturno, D.M.Glantz, From the Don to the Dnepr, Frank Cass, Londra, 1991 e, per l’operazione Marte, D.M.Glantz, Zhukov’s greatest defeat, Ian Allan, Surrey, 2000. Su Stalingrado, oltre al classico M.Kehrig, Stalingrad,: Analyse und Dokumetation einer Schlacht, Deutsche Verlagsanstalt, Stuttgart ,1976, si vedano Battle for Stalingrad: the 1943 soviet general staff study, (a cura di) L.Rotundo, Pergamon-Brassey’s, New York, e A.Beevor, Stalingrado, Rizzoli, Milano, 2000.

15) Si veda D.M.Glantz, From the Don to the Dnepr, op. cit.

16) R.Overy, Russia in guerra, Il Saggiatore, Milano, 2000, p.205.

17) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., p.306.

18) R.Overy, Russia in guerra, op.cit., pp.205-207.

19) Per la battaglia dell’Atlantico, si veda l’eccellente studio di J. Rohwer, Le due guerre degli U-boote, parte II, in “Storia militare”, anno X, n. 107, pp.28-44; sulla campagna di Tunisia, in cui la Prima armata italiana combatté veramente bene, si veda M.Montanari, Le operazioni in Africa settentrionale, USSME, Roma, 1993, vol.IV. La Tunisia costò cara soprattutto alla Luftwaffe; mentre la cifra di 240.000 prigionieri presi dagli Alleati non è confermata  da nessun documento, dato che, prima dell’ultima battaglia, i soldati dell’Asse, compresi tutti i servizi e i lavoratori militarizzati, erano circa 180.000 (si veda la nota 35).

20) Il numero dei mezzi corazzati russi comprende quelli della Quinta armata corazzata della Guardia (Fronte della Steppa). Si vedano D.M.Glantz e J.House, The battle of Kursk, Ian Allan, Shepperton (Surrey),1999, pp.336-338, F. Zetterling, Kursk 1943: a statistical analysis, Frank Cass, Londra, 2004 e The battle for Kursk 1943: the soviet general staff study, (a cura di) D.M.Glantz e H.S.Orenstein, Frank Cass, Londra, 1999.

21) D.M.Glantz e J.House, The battle of Kursk, op. cit., pp.352-353. Sulla battaglia di carri a Kursk ci sono ancora molte “leggende”. A Prokhorovka, “solo” 172 mezzi corazzati tedeschi della 1a pz SS e della 2a pz SS si scontrarono con 500 carri della 5a G. corazzata (430 nel primo scaglione e 70 nel secondo); i 120 mezzi corazzati della 3a pz SS erano più a nord, impiegati per espandere la testa di ponte sul fiume Psel, e solo nel tardo pomeriggio “cozzarono” contro l’ala destra del XVIII corpo corazzato dell’armata di Rotmistrov (che disponeva, in tutto, di 580 carri e 30 cannoni semoventi); mentre contro i granatieri corazzati della 2a pz SS, a sud di Prokhorovka, vi erano circa altri 120 carri russi del corpo corazzato “Tatsinskaia” (Ibidem, pp. 151-196).

22) Si veda G. M.Nipe Jr, Decision in Ukraine. Summer 1943, J.J. Fedorowicz, Winnipeg (Manitoba),1996.

23) D.M.Glantz, From the Don to the Dnepr, op. cit., p. 226 e p.399.

24) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., nota 15, p.352.

25) Si veda D.M.Glantz e J.House, The battle of Kursk, op. cit., p.345.

26) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., p.292 e p.306.

27) P.Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano, 1989, p.487. Se si calcolano solo i carri e i principali tipi di cannoni semoventi e cannoni d’assalto, la Germania produsse, nel 1944, soltanto 13.019 mezzi corazzati (si veda C. Winchester, Ostfront, Osprey, Botley Oxford, 2000, p.89).

28) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., p.184.

29) Nella sacca di Cherkassy persero la vita o furono feriti almeno 55.000 tedeschi e altri 18.000 furono presi prigionieri e solo meno di 40.000 dei 150.000 soldati della Diciassettesima armata riuscirono a lasciare la Crimea (Ibidem, p.188 e p.191)..

30) Si vedano G.A Shepperd, La campagna d’Italia 1943-45, Garzanti, Milano, 1975, L.Cavallaro, Cassino, Mursia, Milano, 2004 e A. Montemaggi, Offensiva della Linea Gotica, Giudicini e Rosa Editori, Imola, 1980. Per l’efficienza in combattimento dei tedeschi rispetto agli angloamericani si vedano M.van Creveld, Fighting Power: German and U.S. Army Performance, 1939-1945, Greenwood Press, Westport, 1982 e T. N. Dupuy, A Genius for War, Prentice Hall, Londra, 1977.

31) Si veda R.A. Freeman, Raiding the Reich, Caxton, Londra, 2000. Nella guerra aerea contro la Germania gli angloamericani persero quasi 20.000 bombardieri: circa 8.000 gli americani e oltre 10.000 i britannici. Si veda anche lo studio di E.R.Hooton, Eagle in flames, Arms and armour, Londra, 1997.

32) Si veda l’interessante opera di M. Hastings, Overlord, Mondadori, Milano,1994. Nel mese di agosto vi erano circa 1.000000 di soldati tedeschi in Francia e 2.100.000 ad est (si veda D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., p.283).

33) Si vedano, oltre a D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., l’analisi dettagliata di W.S.Dunn Jr, Soviet blitzkrieg: the battle for White Russia,1944, Stackpole, Mechanicsburg, 2008 e Belorusssia 1944: the soviet general staff study, (a cura di ) D.M.Glantz e H.S.Orenstein, Frank Cass, Londra, 2004. Per la guerra nell’estremo nord si veda C.Mann e C.Jörgensen, Hitler’s arctic war, Ian Allan, Surrey,2002.

34) S. W. Mitcham Jr, The german defeat in the east, Stackpole, Mechanicsburg, 2007, pp.163-196

35) Contrariamente a quanto generalmente si crede la controffensiva tedesca nelle Ardenne, benché fosse destinata a fallire per la totale assenza di appoggio aereo e la drammatica situazione logistica della Wehrmacht, inflisse un elevatissimo numero di perdite all’esercito americano: 63.557, dal 16 dicembre al 29 dicembre, e 109.563 dal 30 dicembre al 12 gennaio (si veda M.Reynolds, Men of steel, Spellmount,Staplehurst, 1999, p.158). Si badi invece che molti dati relativi al numero dei mezzi impiegati dai tedeschi, nonché delle perdite della Wehrmacht, sul fronte occidentale (Francia) e sud-ocidentale (Italia) sono errate per eccesso, come già aveva rilevato lo storico militare britannico Liddell Hart (vedi B.H.Liddell Hart, Storia militare della Seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1996, p.608 e p.645).

36) S. W. Mitcham Jr, op. cit., pp. 209-261 e D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., pp.252-254.

37) Si veda M.Hastings, Apocalisse tedesca, Mondadori, Milano, 2006. Nella sola Prussia orientale persero la vita oltre un milione di civili tedeschi.

38) Nell’assalto alla capitale della Germania nazista caddero 361.367 soldati dell’Armata Rossa, mentre morirono oltre 450.000 soldati tedeschi e altri 480.000 furono presi prigionieri (si veda D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., pp.269-271).

39) D.M.Glantz e J.House, When titans clashed, op.cit., pp.277-282.

40) R.Overy, op.cit., p.294.

41) Il totale dei morti tedeschi, militari e civili, è assai difficile da stimare. Si vedano, oltre allo studio di R.Overmans, le opere dello storico J.Bacque, Gli altri lager, Mursia, Milano, 2008 e Crimes and mercies: the fate of german civilians under allied occupation, 1944-1950, Little Brown (UK), 2003.

42) I dati che seguono sono tratti dalle seguenti opere: (a cura di) V. Castronovo, Storia dell’economia mondiale, Rizzoli, Milano, 1982, E.Galli della Loggia, Il mondo contemporaneo,Il Mulino, Bologna,1982, G.Mammarella, L’America da Roosevelt a Reagan, Laterza, Bari,1984 e R.Overy, La strada della vittoria, Il Mulino, Bologna, 2002.

43) Per un’analisi “disincantata” e documentata sulle responsabilità delle potenze occidentali nel fare scoppiare la Seconda guerra mondiale si veda il famoso libro dello storico A.J. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale, Laterza, Bari, 2006.

*Fabio Falchi

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Fabio Falchi
Fabio Falchi ha compiuto studi filosofici. Nel 2010 ha iniziato una fruttuosa collaborazione con "Eurasia. Rivista di studi geopolitici" e col relativo sito informatico, pubblicando diversi articoli e saggi in cui vengono tracciate le linee di una "geofilosofia" dell'Eurasia. Accogliendo la prospettiva corbiniana dell'Eurasia quale luogo ontologico della teofania, l'Autore ambisce a fare della posizione geofilosofica il grado di passaggio a quella "geosofica". Un tentativo di tracciare una sorta di mappa storico-geopolitica e metapolitica dei conflitti dall'antichità fino ai nostri giorni è costituito da Il Politico e la guerra (due volumi, 2015-2016); una nuova edizione di quest'opera, Polemos. Il Politico e la guerra dall'antichità ai nostri giorni, è disponibile sul sito "Academia.edu". Nel 2016, infine, è apparsa la sua opera più recente, Comunità e conflitto. La Terra e l’Ombra.