La formulazione di un pensiero  strategico – che possa elevarsi ad  oggetto di ricerca scientifica, così da poter contemperare la potenza di uno Stato, con gli obbiettivi posti da “un insieme strategico” (ri)volto ad un predominio su altri Stati – fu concretizzata dagli Usa, nell’immediato Secondo dopoguerra, con la vittoria sul nazismo: un suggello fondamentale per un predominio statunitense entro un mondo bipolare, insieme ad un presupposto fondamentale ad una    maggiore espansione americana, così come venne a configurarsi, a ridosso dell’implosione dell’ Urss (1989).

Certo è che quell’insieme strategico Usa – imposto con la fine del conflitto mondiale – si confermò viepiù,  oltre alla sconfitta del nazismo fin dalle sue radici (1), una piena vittoria su un declinante imperialismo inglese (e francese),  nell’emersione di una Costituzione Materiale di un nuovo Ordine Internazionale da imporre , in sostituzione  del  vecchio liberalismo inglese di “Wilson” e che,  del resto, aveva garantito con le  “cannoniere”, la libera circolazione delle merci e dei capitali, almeno dai primi  dell’Ottocento fino agli anni Venti del secolo scorso; una conferma ulteriore che un insieme strategico prevale su un altro, soltanto quando quest’ultimo è comprensivo di una  strategia militare: una  extrema ratio, la più convincente.

L’avvento  fondamentale delle armi nucleari e dei missili intercontinentali  del mondo Bipolare (Usa-Urss-, dal 1945 in poi) si impose con  nuovi confini geostrategici, a partire  anzitutto, dalle  “Regole Mondiali”, fino allora gestite, dalle vecchie burocrazie europee; nuovi predomini da tracciare e che richiamavano  approcci più ampi e diversi a partire dal cosiddetto problema sulla sicurezza e la difesa del sistema Occidentale:  una storia, in filigrana, di un sistema di rapporti tra dominante e dominati, in continua mutazione politica secondo una, non tanto inedita, propaganda dell’informazione rivolta a nascondere un rapporto di un  predominio Usa a tutto campo.

E’ con questo  rilievo, che si può  (ri)leggere il testo di  Carl Jean “Manuale degli Studi Strategici” (2004); una ricerca tutta tesa a giustificare la tenuta  politica di un sistema di sicurezza, il cui aspetto militare è la parte  “diplomatica”, riservata  al predominante Usa e che intende regolare con  la forza le sue relazioni internazionali; un ridefinizione aggiornata e “moderna” di un sistema (di sicurezza) non più esclusivo, tra i  (pochi) dominanti del vecchio bipolarismo (Usa-Urss), ma inclusivo per potenza di efficacia strategica, da gestire in un più ampio  mondo multipolare.

Tutti i classici hanno considerato la strategia come parte integrante della politica, come ricerca di armonizzazione tra obbiettivi politici e risvolti più propriamente militari. Lo stesso Machiavelli nel suo “Il Principe” considerava indispensabile lo studio della guerra per la sopravvivenza dello Stato e riteneva che le strutture politiche-sociali influissero in modo determinante, per la loro sopravvivenza, sulle esigenze militari, oltre ad esserne a loro volta influenzate, da una (continua) trasformazione dei rapporti sociali delle istituzioni politiche e sociali.

(cfr., Car Jean)  “La guerra è un fenomeno multiforme, che assume forme differenti in tempi e contesti storici diversi, a seconda delle strutture del sistema internazionale, della cultura etico-politica, dell’organizzazione sociale e politica e delle tecnologie disponibili….Durante la guerra, in altri termini, non cessa il dialogo politico fra i contendenti, ciascuno di quali cerca di imporre la propria volontà all’avversario, costringendolo ad accettare le proprie condizioni di pace…Generalmente le guerre sono limitate, poiché  limitati sono gli obiettivi politici perseguiti, e a causa della <ragione strategica>, basata sull’equilibrio fra i benefici, cioè i fini politici, e i costi e rischi connessi all’iniziativa di far ricorso alle armi rispetto ai benefici, costi e rischi del non far ricorso.”

Qualsiasi strategia deve considerare l’insieme di un complesso strategico nei suoi effetti complessivi di una azione strategica che intenda operare entro un determinato contesto internazionale. “Nella sua accezione più ampia, il termine strategia ha il significato di logica dell’azione o di prasseologia. E’ da notare che la logica strategica è valida non solo nella competizione, ma anche nella cooperazione. Le due situazioni non sono infatti, strutturalmente diverse: d’altronde, competere ha come radice <cum petere>, cioè cercare assieme o <avere i medesimi obiettivi>. Le decisioni strategiche sono caratterizzate dalla loro unicità e irrepitibilità. In questo differiscono da quelle tattiche, e soprattutto da quelle tecniche, che generalmente sono ripetitive”.

La forza militare ha come obiettivo fondamentale quello politico; al contrario di tutti gli altri campi, i cui i mezzi impiegati hanno una natura identica ai fini perseguiti. Nelle guerre esiste una “asimmetria strutturale” tra i fini che sono politici e i mezzi che sono militari.

(cfr.,d.d.)  “La distruzione del nemico non costituisce lo scopo della guerra, che consiste -nella sua forma ideale – nel sottomettere il nemico stesso alle proprie volontà e nel fargli accettare la sconfitta e le condizioni di pace. Una volta che il nemico abbia accettato la sconfitta può divenire un alleato; se non l’accetta, ma si piega alla pura imposizione della forza, prima o poi riprenderà la guerra, dopo aver ricostituito la sua potenza militare, o facendo ricorso a metodi <asimmetrici>, come il terrorismo, la guerriglia e la resistenza di lunga durata – le cosiddette <armi dei deboli> – ricorrendo cioè a strategie o a tattiche che gli consentono una speranza di successo nonostante che i rapporti di forza gli sono sfavorevoli. Poiché lo scopo della guerra non è la vittoria militare, ma quella politica, quest’ultima è ottenibile con l’impiego anche solo virtuale della forza…”

Si dice nel linguaggio comune che la guerra significa l’impiego effettivo della  forza. Un temine non corretto o quanto meno non completo se si pensa alla “Guerra Fredda,” dove il termine guerra veniva ridotta a forza in  stato potenziale: una allocuzione che alludeva ad un’idea di strategia entro  cui far  convivere, ideologicamente,  i due mondi  contrapposti del Capitalismo Occidentale e del “Socialismo Reale”.

Non senza dimenticare  che una ricerca storica sulle  strategie dei paesi dominanti è poco indagata in profondità e, per quanto ci riguarda, poco conosciuta;  un’indagine sulle strategie di un paese dominante deve riguardare la causa originaria della sua formazione economica sociale in cui  è iscritta  la genesi  della sua potenza;  oltre a spiegare il come questo  insieme  strategico, possa acquistare forza e vigore con indubbia  efficacia: una trama genetica  di una siffatta tipologia (capitalista)  marcò con prevalenza di dominio, le altre formazioni sociali, con una  peculiarità capitalistica di tipo predatoria; così come si andò delineando con  lo Stato Usa al momento della sua  (ri)fondazione,  facendo seguito alla vittoriosa  Guerra di Secessione(1861-65)  sulla sua  parte di capitalismo (agrario) più arretrato e indissolubilmente legato al capitalismo inglese di tipo borghese; in sostituzione di quest’ultimo venne avanti una peculiarità capitalistica, in corrispondenza ad uno Capitalismo Usa che si incarnò su uno Stato fondativo e che prese la forma di una sorta di Costituzione Capitalistica, con una caratteristica del tutto nuova rispetto ai processi formativi dei capitalismi della vecchia Europa, le cui Costituzioni nascono, da accordi, tra  classi sociali, entro un capitalismo dato;  oltre a rappresentare un  processo storico,  in nuce di  una valenza capitalistica,  in grado  di liberare enormi forze sociali, che furono coagulate in quel  nocciolo di fucina storica, che fu la Seconda Rivoluzione Industriale (1870); e  da lì ebbe modo di sprigionarsi una nuova potenza capitalistica – liberata come l’araba fenice che risorge sulle ceneri del vecchio capitalismo – che si innervò nel capitalismo Usa e che si espanse  velocemente in un spazio  sociale più ampio,  di quello già occupato dalle precedenti formazioni capitalistiche.

Lo stesso capitalismo Usa fu  provvisoriamente, e con un certo ritardo storico, definito “Capitalismo Manageriale”, fin dal Burnham degli anni Quaranta, con la sua “Rivoluzione Manageriale”. Dei processi  formativi dei più recenti capitalismi, di Russia (ex Urss), Cina.., si possono  formulare  ipotesi, del tutto empiriche, sulla base di  convergenze geopolitiche; una  conoscenza minimamente strutturale sulle caratteristiche dei  capitalismi oggi esistenti nella zona euroasiatica,  si possono  far discendere delle deduzioni,  soltanto “per imitazione”:  si può supporre che anche in quei paesi si sia potuto sviluppare una molteplicità di Capitalismi Manageriali,  così come furono le diffusioni in Europa dei vari capitalismi nazionali Ottocenteschi, sorti su imitazione del  Capitalismo Inglese di tipo Borghese.

E’ altrettanto indubbio che in assenza di ricerca rivolta ad un’indagine scientifica (o  minimamente tale) sull’attuale capitalismo Usa, ci si allontana  dalla conoscenza reale dell’oggetto sociale, costituito da un insieme strategico, in grado di occupare uno spazio geopolitico, entro cui  si sviluppa e si riproduce  la particolare tipologia  capitalistica (Usa), poi estesa in tutto l’Occidente; un esatto contrario a quanto portato avanti da una superficiale letteratura istituzionale, che continua ad avallare l’idea tolemaica dell’esistenza di un “Capitalismo Unico” ed a relegare, con una indubbia apologia, la  frammentazione di un pensiero strategico, più prosaicamente ridotto, a strategie economiche, commerciali, di marketing….”.

Ben si comprende come l’ideologia possa sostituire  la  politica, quella decisiva per un paese dominato, come quello italiano, privato ormai di ogni salvaguardia, dei propri ineludibili interessi nazionali, compresi quelli militari, esiziali quest’ultimi, per una lunga fase difensiva, entro un sistema di alleanze intercambiabili, in vista di una strategia  multipolare.

Solo da qui,  può ripartire la ricerca di un  “un soggetto politico”, definita dal Blog “Conflitti e Strategie”, “Il Grande Chirurgo”, in grado, cioè, di  sezionare e distogliere l’accozzaglia parlamentare-giudiziaria, e operante in ogni dove, ed in piena osservanza ad una politica  totalmente rivolta, o quasi (escludendo il “granellino” Berlusconi), ad un acquiescente dipendenza nazionale; e che, nella fattispecie italiana, ha assunto  la configurazione di un paese dominato dai congrui interessi Usa, gestiti dalla “G&F” (Grande Finanza e Industria Decotta) nostrana.

E infine, sviluppare un’autonomia politica significa preparare, per approssimazione di giudizio, una uscita strategica, secondo gradi e/o livelli di alleanze più confacenti ad una corposa  collocazione internazionale; oltre a costituire una reale controtendenza politica, rispetto  ai  mille ostacoli frapposti dalle soffocanti strutture burocratiche europee messe di traverso dagli Usa, per ogni  risveglio nazionale in Europa.

(1) (Cfr., Carl Jean) Il summit di “Casablanca” (1943) degli Alleati anglo-americani aveva come obbiettivo strategico nei confronti dell’Asse, la “pastorizzazione della Germania”, per impedire il risorgere della potenza industriale e militare tedesca; si trattava di un piano di genocidio del popolo tedesco, proposto e redatto dall’amministrazione Roosevelt.

GIANNI DUCHINI    Ottobre ‘10

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