Fonte: Telesur

Gore Vidal, grande romanziere e saggista, per anni ha ripetuto: “abbiamo un solo partito, un partito che di fatto rappresenta la classe imprenditoriale statunitense, con due ali di destra, una chiamata democratica e una chiamata repubblicana”.

A prova di ciò, questa settimana (l’articolo è stato pubblicato il 24/01/2011, dunque il riferimento è rivolto alla settimana precedente; NdR), il presidente Barack Obama ha nominato Jeffrey Immelt, direttore esecutivo della mega impresa multinazionale General Electric (GE), a capo di una commissione esecutiva col fine di proporre iniziative in grado di generare lavoro. Inoltre, la settimana passata, Obama ha nominato William Daley – importante ex-manager della J.P. Morgan Chase e promotore del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord (NAFTA) come segretario di Commercio durante l’epoca Clinton – come suo nuovo capo di gabinetto. Tutti gli analisti e i notiziari hanno sottolineato i traffici come un segnale di amicizia ai vertici imprenditoriali e finanziari del paese.
“Il signor Obama ha mostrato che dopo due anni in cui la risposta alla crisi economica e il suo impulso alla legge sulla sanità lo avevano definito, davanti a molti votanti, come un liberale di grande esempio, ora cerca di rifarsi come progressista pragmatico amico delle aziende”, ha riportato il New York Times.

Immelt, repubblicano, ha autorizzato più di 10 milioni di contributi destinati alle attività della sua azienda, commemorando nel frattempo il centenario della nascita di Ronald Reagan, la cui amministrazione fornì l’impulso necessario alla riforma neoliberale che molti economisti, incluso l’allora direttore del Office of Management and Budget, David Stockman, criticano da ormai 30 anni, di essere stata la causa della crisi cronica del debito e del deficit di bilancio del paese.

Secondo quanto fatto trapelare dalla Casa Bianca ai mezzi d’informazione, nel rapporto annuale alla nazione, programmato per martedì prossimo, Obama enfatizzerà la “competitività” degli Stati Uniti, risaltando il ruolo del settore privato come portatore di lavoro e promotore di commercio internazionale. Per questa motivazione, saranno indirizzati ancora più incentivi alle aziende, incluso, possibilmente, maggiori riduzioni sulle imposte e promuovendo l’approvazione di ulteriori trattati di libero commercio, con particolare attenzione a quelli con la Corea del Sud e Panama, ancora in sospeso. Il suo messaggio, dinanzi al Congresso, avrà un’enfasi diversa nell’affrontare una maggioranza repubblicana al controllo della Camera, che ha ridotto il margine di manovra politica per la promozione di iniziative di carattere economico tramite una maggiore spesa governativa.

Nel frattempo, Obama e la sua squadra si aggregano alla posizione imprenditoriale e della leadership del Partito Repubblicano, con la quale il tema di maggiore priorità del paese viene associato al deficit di bilancio e al debito nazionale. A loro volta, due famose figure del Partito Democratico, i governatori, eletti recentemente, Jerry Brown, della California, e Andrew Cuomo, di New York, hanno dichiarato guerra agli impiegati del settore pubblico, incluso gli insegnanti, affermando come il pagamento delle pensioni, i benefici della sanità ed altri obblighi simili siano il nemico di una sana politica fiscale, e che solo riducendoli o eliminandoli si potrà superare gli enormi deficit che i governi statali e municipali si trovano ad affrontare, posizione applaudita dai vertici imprenditoriali.

In altre parole, adesso risulta che gli impiegati pubblici, i maestri, i disoccupati, coloro che maggiormente necessitano di assistenza economica, hanno colpa del deficit o del debito, e che i finanziari e gli imprenditori che si sono fatti carico, insieme a politici neoliberali, di portare il paese in questo disastro, ora sono quelli che dovrebbero incaricarsi di salvare il paese…dal disastro che loro stessi hanno provocato.

Anche se sia Obama e i suoi democratici che la leadership repubblicana insistono nel sostenere che il popolo richieda una riduzione della spesa pubblica e non un aumento delle tasse, i sondaggi provano quasi l’opposto. Questa settimana un inchiesta della CBS/New York Times ha registrato che la maggioranza dei cittadini si oppone a riduzioni di spese per programmi sociali di base come il Social Security o Medicare (il programma di sicurezza della sanità per gli anziani), e che addirittura sia disposta ad accettare più tasse pur di mantenere praticabili questi programmi. Tutto ciò nonostante una maggioranza preferisca maggiori riduzioni della spesa del governo piuttosto di un rialzo delle imposte attuo a risolvere i problemi relativi al deficit. Di fatto, il 55% è favorevole ad una riduzione della spesa sociale mirata, però, al taglio dei fondi destinati al Pentagono. Ossia, il contrario di quanto propone il vertice della politica bipartitistica.

Forse questo spiega per quale motivo ampie maggioranze non confidano, in presenza di questa crisi, in nessun leader dei due partiti. Un’inchiesta del mese passato del Pew Research Center ha riscontrato che il 72% è insoddisfatto delle condizioni nazionali, che quasi 6 intervistati su 10 credono che stia aumentando la breccia fra i poveri e i ricchi, mentre pochi credono che i politici di Washington risolveranno i problemi dei cittadini. Nell’ultima inchiesta del Pew sullo stesso tema (ad aprile), solo il 22% confidava nel governo di Washington. Negli ultimi anni, Il tasso di approvazione del Congresso è invece attestato a circa il 25%. L’inchiesta della CBS News registra, inoltre, che il 52% crede che Obama non condivida le loro stesse priorità.

Come dire che i ”servitori” del popolo a Washington, di ambi i partiti, semplicemente non rappresentano le opinioni del popolo stesso, né tanto meno i suoi interessi. Le grandi differenze sulla politica economica che teoricamente dovrebbero distinguere un partito da un altro stanno svanendo, ed ogni giorno appare più chiaro che esiste un ordine per la direzione politica di Washington: ciò che è meglio per gli imprenditori è meglio per il paese.

* David Brooks è corrispondente dagli Stati Uniti per La Jornada de México

(Traduzione di Stefano Pistore)

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