L’opinione pubblica internazionale in questi mesi si è concentrata totalmente su quello tra gli “Stati Canaglia” che preoccupa di più, in nome della sua condotta revisionista: l’Iran. Eppure la famosa definizione della passata amministrazione statunitense comprendeva, restando nello spazio mediorientale, anche la Siria.

Mentre i membri (permanenti e non) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno votato un giro di nuove sanzioni ai danni di Tehran, stante la sua accondiscendenza a siglare accordi per il trasferimento del materiale fissile, Damasco non fa più parlare di sé. Gli ultimi eventi risalgono all’inverno appena trascorso, quando Bashar al-Asad ha invitato Hasan Nasr Allah, segretario di Hezbollah e Mahmud Ahmadi-Najad ad una cena ufficiale. In quell’occasione il Presidente siriano ha ribadito la propria solidarietà nei confronti di un Iran minacciato e di un Libano dal futuro incerto. L’”Asse del Male” che coinvolge non solo attori statali ma anche organizzazioni, partiti e movimenti, sembra essere dunque più attivo che mai.

Ma se è vero che il regime dei Leoni non è al momento sotto l’occhio del ciclone e se è plausibile pensare che le autorità politiche stiano perseguendo appositamente un “low profile”, allora due possono essere le cause di questi comportamenti: a) Damasco sta attraversando un periodo di crisi latente e cautamente non vuole che si venga a sapere b) Damasco non sa ancora bene che strada imboccare e nell’attesa rimane in silenzio sulle proprie posizioni.

In merito all’ipotesi b) la gran parte degli analisti di tutto il mondo si pronuncerebbe decisamente in senso contrario, affermando che la posizione internazionale della Siria è tutt’altro che dubbia. George Kennan in un’occasione disse che “tal’ora un individuo può sentirsi ospite occasionale e non membro della propria comunità”. Questa frase può rilevare in maniera significativa nel contesto geopolitico del Mashriq, tanto più considerando chi l’ha pronunciata.

Guardando con attenzione la condotta siriana degli ultimissimi anni (semplicemente dal 2009 ad oggi) si nota da una parte la disponibilità a condurre trattative con Israele per risolvere il problema del Golan, cavalcando la mediazione degli ormai cugini turchi, ma dall’altra la persistente alleanza con chi Tel Aviv considera suo acerrimo nemico, ovverosia con i parenti persiani d’Iran. Ancora, sul fronte libanese questa stessa propensione all’appeacement con lo Stato ebraico non fa che stridere con il supporto fornito ai miliziani del Partito di Dio. Altri esempi possono essere ricavati dall’analisi dell’apparato di governo di Damasco. Se ufficialmente è basato sui principi del Partito Ba’ath e sullo slogan “al-Wa˛da, al-˘urriyya wa’l-Ištirāk”, cioè Unione, Libertà e Socialismo fin dalla “rivoluzione” di al-Asad padre, da sempre ha assunto anche il multi-confessionalismo e la laicità come fattori fondanti.

Da un lato questo carattere secolare ha prodotto esiti violenti come l’affare di Hama del 1982, durante il quale l’insorgenza della Fratellanza Musulmana venne estinta, dall’altro non ha impedito lo schieramento ufficiale dalla parte della resistenza islamica, verso Hezbollah ed Hamas soprattutto. Del resto l’articolo 3 comma secondo della Costituzione siriana definisce la giurisprudenza islamica come la principale sorgente del diritto positivo. Tuttavia anche la formulazione di questo comma può essere considerato come esempio di un carattere contraddittorio o comunque prestato a diverse interpretazioni. Considerare il “fiqh islāmī” (ossia la giurisprudenza dei dotti) come la sorgente dell’attività legislativa, non è uguale a considerare come tale la “Šarī’a”. Sebbene la differenza risieda in una parola, le implicazioni procedurali sono enormi. Ne consegue che non esisterà alcuna contraddizione tra il carattere non eccessivamente confessionale del paese (pur tuttavia islamico quel tanto che basta da permettere l’islamizzazione del sistema politico) e gli scopi socialisti verso i quali tende il sistema culturale ed educativo, ex articolo 21 della Carta fondamentale.

In buona sostanza, le leggi siriane consentono che lo Stato sia una banderuola, capace di armonizzarsi con i venti e le correnti. Lo stesso articolo 101, conferendo al Presidente la facoltà di dichiarare e terminare lo Stato d’Emergenza, permette di derogare la Costituzione stessa e governare per decretazione d’urgenza, bypassando il Parlamento. A sua volta la riserva di legge posta dall’articolo 101, ovverosia l’affidare ad una legge (cioè ad una fonte primaria) le modalità con cui lo Stato d’Emergenza deve essere richiesto e soprattutto la sua durata, gioca nettamente a sfavore della “Rule of Law”. Nulla impedisce ad esempio che l’autorità esecutiva, una volta dichiarato lo Stato d’Emergenza, modifichi la medesima legge che lo regola, assicurandosi così poteri illimitati (qualcosa di simile a ciò che è accaduto in Egitto). Nel caso siriano, considerando che la Costituzione risale al 1970, anno d’ascesa di Hafiz al-Asad e considerando che la legge che soddisfa la riserva posta dal 101 deve essere necessariamente successiva, non sarà stato necessario nemmeno intervenire con emendamenti. E mentre uno studio legalista dedicato potrebbe rivelare ciò, in questa sede basti sottolineare che quanto discusso fin’ora ha un carattere “pro tempore” dato che ufficialmente la Siria si trova in uno stato di belligeranza con Israele (dal 1967) e dunque da un punto di vista del diritto nemmeno si potrebbe contestare l’enforcement della legge marziale.

Come si sa l’analisi giuspubblicistica è sempre insufficiente dal momento che studiare uno Stato a partire dalle sue leggi, rivela piuttosto come esso dovrebbe essere e non certo com’è in realtà. È vero però che trarre esempi dalla legislazione vigente in un dato paese, aiuta a comprendere il suo establishment politico, le carte non essendo mai neutre. Si può tornare ad affrontare gli argomenti di partenza, ossia la collocazione internazionale siriana e la sua condotta, tenendo in considerazione che il regime di Damasco non ha problemi ad assumere una determinata politica o quella contraria, purché ciò ne garantisca la sopravvivenza. Un’analogia utile a rafforzare questa tesi si può trarre dall’Islam ši’ita, inteso come dottrina. I giuristi ši’iti (ma non da quelli sunniti) hanno previsto una pratica detta taqiyya, cioè dissimulazione. In breve un musulmano in pericolo di vita, ad esempio caduto prigioniero dei cristiani al tempo delle crociate, poteva negare di essere musulmano se ciò fosse stato funzionale alla salvezza della sua vita. Iddio non si sarebbe dispiaciuto, ritenendo l’integrità del fedele ben più importante. Ovviamente sarebbe un errore ritenere Damasco pronta a dichiararsi pro-iraniana ed il suo contrario indifferentemente a seconda delle circostanze, ma non si può negare che una parvenza di realismo opportunistico (una sorta di istinto di autoconservazione) stia guidando la sua leadership.

Alla base della condotta siriana c’è anche un grande senso di vulnerabilità ed una piena consapevolezza dei propri limiti. Il paese si estende per 185.180 km2, possiede una popolazione di 22 milioni di abitanti e destina circa il 5,9% del proprio PIL alle spese militari. Il Prodotto Interno Lordo ammontava nel 2009 a 99 miliardi di dollari, dunque la spesa militare consisterebbe approssimativamente in 5.940.000.000 $.

Confrontando questi dati con i corrispondenti israeliani, la differenza salta all’occhio vistosamente. Israele misura appena 20 mila (o 22 incluse le alture del Golan) km2, possiede una popolazione di 7 milioni e 500 mila abitanti ma fattura annualmente 200 miliardi di dollari. Tel Aviv inoltre spende il 6,8% del proprio PIL per gli affari militari e di difesa. I due Stati differiscono anche nel numero di unità militari effettivamente attive: mentre quelle israeliane ammontano a 629.150, quelle siriane sono 536.500.

A partire da questi dati ovviamente l’atteggiamento di Damasco di cauto immobilismo è ben compreso. Israele e Siria hanno, oltre a difficoltà di dialogo, anche difficoltà di reciproca comprensione. La Siria vuole delle garanzie, prima di compiere qualunque tipo di shift strategico: vuole sapere se i suoi interessi saranno rispettati una volta siglato un trattato di pace con lo Stato ebraico o se l’ambizione occidentale è solo quella di operare il “divide et impera” cioè scollare le componenti dell’Asse del Male e poter aumentare il proprio potere di ricatto su ciascuna di esse. In questo modo in un sol colpo si estinguerebbe la minaccia di Hezbollah, quella di Hamas in Palestina e quella del regime di Ahmadi-Najad in Iran, che restando isolato nella regione, sarebbe ancor più vulnerabile. In assenza di garanzie e certezze, la Siria preferisce dunque mantenere lo status quo, strategia che non ha mai abbandonato da più di 40 anni.

Status quo significa congelare la questione del Golan, ma non significa certo congelare le alleanze. Tutto il contrario in verità. Damasco è passata da un rapporto gelido e a tratti ostile con la Turchia, ad una relazione di partenariato e cooperazione economica e militare, senza contare i tentativi turchi di mediare nuove ondate di dialoghi siro-israeliani, interrotti a partire dal 2000 anno di morte di al-Asad senior.

Se è vero che Ankara ha innalzato il proprio livello di collaborazionismo nei confronti di Damasco, è altrettanto vero che ha abbassato progressivamente quello nei confronti di Tel Aviv, fino a giungere al minimo storico come conseguenza dei recentissimi fatti dell’agguato alla “Freedom Flotilla”. Recentemente la Russia si sarebbe proposta per rilanciare il dialogo sul Golan: la condizione fissata da Shimon Peres (da Presidente a Presidente) consisteva nella fine totale del supporto ad Hezbollah e all’Iran in cambio di negoziati. Bashar al-Asad ha ovviamente declinato l’offerta, sottolineando come i fatti smentiscano il propagandato desiderio di pace israeliano. Inoltre l’amministrazione ebraica ha continuato a denunciare il traffico di missili SCUD in direzione del Libano meridionale e la formazione di un comando militare congiunto tra Siria, Iran, Hezbollah e Hamas nel caso dello scoppio di un conflitto. Secondo il think-tank “Debka” ci sarebbero addirittura 1000 missili balistici siriani a propellente liquido puntati verso Tel Aviv mentre le officine siriane sarebbero alle prese con la costruzione giornaliera di nuovi missili a propellente solido. La differenza tra i due tipi di ordigni esplosivi consiste nel fatto che quelli dotati di propellente liquido possono impiegare anche un’ora nel raggiungere l’obiettivo. Nel caso di uno scontro, le postazioni in Libano e a Gaza sarebbero esposte al bombardamento. Un attacco su 3 o 4 fronti contemporaneamente invece non lascerebbe tempo di reazione all’IDF ma richiede appunto tecnologie più rapide.

Il caso della mediazione russa non fa che avvalorare la tesi b) sopra riportata, secondo la quale l’inazione siriana avrebbe finalità strategiche. Il Presidente al-Asad non potrebbe di certo acconsentire a scollarsi da Tehran sotto la semplice promessa di negoziazioni dall’esito poco chiaro. Ne consegue quindi che per Israele l’unico modo capace di sortire un qualche effetto sarebbe quello di 1) riaprire il negoziato per vie dirette e ufficiali 2) non avanzare pretese in cambio 3) dichiararsi fin dall’inizio disposta a negoziare la restituzione. Dal canto suo Tel Aviv non può fare una scelta del genere perché 1) non avanzare alcuna pretesa in cambio della disponibilità a dialogare sul Golan significa piegarsi alla volontà siro-iraniana e in qualche modo ammettere di trovarsi nel torto (ossia ribadire la legittima sovranità siriana sulle Alture) 2) nemmeno Israele in realtà ha grosse garanzie circa il distanziamento tra Damasco e Tehran nel caso di restituzione del Golan. Proprio di recente Bashar al-Asad ha reso noto che la leadership iraniana sostiene i colloqui di pace tra Siria e Israele. Tale affermazione implica l’esistenza di un asse tra i due paesi e potrebbe voler significare che stante, ad esempio, un’ipotetica restituzione totale o parziale del Golan, comunque Damasco e Tehran resterebbero fra loro partner privilegiati.

Circa la sopraccitata tesi a) si deve considerare quanto segue. La giornalista di “The National” Rasha Elass in un articolo intitolato nella traduzione italiana “Quanto durerà la primavera siriana?” ha riportato la testimonianza di un turista girovago per la Siria secondo il quale “anche i gatti randagi stanno bene”. Il testo descrive una fase ascendente della cultura e dell’economia, ma non della politica. Pur ammettendo che il paese stia vivendo una vera e propria rinascita, ovviamente questo non significa che anche il regime stia bene.

L’etichetta impiegata per descrivere l’ambiente politico siriano è quella di “sistema monopartitico” a differenza, ad esempio, del caso egiziano a proposito del quale è preferibile parlare di “sistema a partito dominante”. L’apparente pluripartitismo concesso dal Ba’th è vanificato dal fatto che tutti i partiti sono compresi entro il “al-Ğabha al-Waṭaniyya al-Taqaddumiyya” o “Fronte Nazionale Progressista”. Formato nel 1972 (due anni dopo l’ascesa di Hafiz al-Asad) raccoglie tutte quelle forze politiche che supportano il Ba’th e ne accettano il ruolo dominante. Di conseguenza le elezioni parlamentari sono finalizzate unicamente a distribuire i seggi ai membri di questo listone, impedendo una reale dialettica politica o un’alternanza ciclica.

La domanda di riforme politiche è accompagnata costantemente da quella nel campo dell’economia. In questo settore, nonostante le opinioni dei giornalisti, è in corso una querelle tra i due partiti comunisti presenti nel fronte ed la dirigenza del Ba’th. Sia il Partito comunista Faisal che quello Baghdash denunciano l’allontanamento graduale dai principi della pianificazione, in favore del libero mercato e della concorrenza. Le imprese di produzione di energia elettrica sarebbero già state de-statalizzate mentre quelle che gestiscono le poche risorse idriche potrebbero essere acquistate dalla Turchia. Gli effetti di questo processo ovviamente si riverbereranno sul potere d’acquisto delle classi più basse della società, il cui livello salariale i Partiti comunisti stanno cercando di difendere.

L’apertura all’economia di mercato si trova in netta contraddizione con i principi sui quali si fonda il regime ma le argomentazioni addotte in precedenza non lasciano spazio ad alcun dubbio circa la coerenza delle forze politiche siriane. In questo momento di grande incertezza interna e internazionale, e considerando le turbolenze del quadrante mediorientale, il regime ha bisogno di reinventarsi e Damasco potrebbe davvero essere disposta a tutto.

* Pietro Longo, dottorando in Studi e ricerche sull’Africa ed i paesi arabi (Università l’Orientale di Napoli), è collaboratore di “Eurasia”

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