Fin dai tempi di Ottaviano Augusto, la potenzialità strategica dell’Egitto aveva fatto di questa terra una delle più importanti province imperiali. Oggi, in seguito agli eventi che hanno sconvolto il governo Mubārak, la posizione del Cairo nello scenario internazionale torna ad essere discussa. Il 25 gennaio l’eco della protesta tunisina raggiunge la vecchia terra dei faraoni prospettando la possibilità di un rovesciamento del governo ed una possibile riconfigurazione della politica estera. Per l’Egitto post-Mubārak si profilano diverse alternative nella definizione del proprio futuro, tra queste, quella iraniana cerca di approfittare dell’incertezza della regione per catturarne il consenso.

Un’autonomia stroncata

La posizione pregiata dell’Egitto costituisce una delle arterie più importanti del commercio marittimo e dei corridoi energetici e militari. Le sue potenzialità vennero comprese nei secoli e, in particolare, trovarono riscontro nel programma di modernizzazione inaugurato da Muhammad ‘Ali. Le sue riforme, infatti, segnarono la via per lo sviluppo egiziano e per la creazione di strutture economiche, politiche e sociali autonome. Tuttavia, i progetti espansionistici dell’Europa, in primis quelli inglesi e francesi, interferirono in quel percorso rimodellando le strutture della modernizzazione ed adattandole alle logiche dell’accumulazione del capitale. In questo modo, consci del potenziale strategico dell’Egitto, gli inglesi iniziarono a definirne il ruolo sulla base delle proprie velleità di conquista. Sulla scia della rivolta di ‘Urābī Pasha del 1886, le aspirazioni indipendentistiche si concretizzarono nell’organizzazione dei primi movimenti: nel 1919 nacque il Wafd. A questo primo partito, si aggiunsero altri gruppi che auspicavano l’instaurazione di un sistema democratico in un quadro antimperialista. Tuttavia, il linguaggio utilizzato suscitò timori tra le forze britanniche tanto che, nel tentativo di osteggiare focolai di natura nazionalista, concessero maggiori spazi a forze di carattere sociale e, nello specifico, a quella dei Fratelli Musulmani fondata nel 1928. Nonostante ciò, l’Egitto continuava ad essere teatro delle politiche strategiche inglesi che ne definivano il ruolo nell’area regionale. Il colpo di stato degli Ufficiali Liberi del 1952 e l’ascesa al potere di Nāṣer nel 1954, segnarono la svolta dell’Egitto verso l’autonomia. La nazionalizzazione del Canale di Suez rappresentò l’atto più clamoroso dell’indipendenza del paese. Lo stesso Nāṣer, quando salì al potere, ottenne una legittimazione di leader della rivolta popolare pari a quella dei regimi sorti in seguito alle lotte per l’indipendenza. Il nuovo presidente ridefinì il ruolo del suo paese secondo una nuova logica capace di far assurgere l’Egitto ad uno dei protagonisti dello scenario regionale con un programma ispirato al panarabismo e all’antimperialismo. Il 1967 segnava il fallimento della manovra egiziana. Sādāt, succeduto a Nāṣer nel 1970, inaugurò la politica dell’infitah che decretò l’apertura economica, le politiche di privatizzazione e l’ingresso dei grandi monopoli capitalistici nel paese. La politica estera di Sādāt, sempre più vicino all’orbita statunitense, iniziava a privare l’Egitto del suo protagonismo. Mubārak raccolse l’eredità del suo predecessore e perseguì la stessa strada. L’autonomia egiziana sul piano internazionale venne sacrificata in nome del liberalismo economico per porsi come strumento di realizzazione della strategia statunitense.

Le forze in gioco di Tahrir

Gli eventi di Piazza Tahrir rappresentano il culmine di un forte malessere sociale. Il paese, logorato dalla politica clientelare del presidente e lacerato dalla forte sperequazione sociale, ha reclamato, nei giorni di Tahrir, rappresentanza democratica e trasformazioni economiche. Queste potenzialità democratiche spaventano non poco gli Stati Uniti e il vicino Israele per i quali, un cambiamento sostanziale dell’Egitto ne potrebbe mettere in discussione i privilegi. Per questa ragione, gli stessi Stati Uniti hanno manifestato il proprio plauso al referendum di marzo che prevedeva l’introduzione di alcuni emendamenti costituzionali, piuttosto che, come chiedevano le numerose anime della Piazza, una nuova redazione del testo. Il referendum, dunque, figura come una prova del rifiuto al cambiamento proveniente da alcune componenti del paese. In questo modo, la giunta militare sembra abbia cercato una legittimazione a livello popolare sfuggendo, allo stesso tempo, a cambiamenti sostanziali che possano realmente decretare la svolta del paese.

Dalle dimissioni di Mubārak, la giunta militare insediatasi, seppure ostile al precedente governo, appare, comunque, una continuità rispetto al passato politico. Lo stesso Mubārak giunge da quella classe militare che ha contribuito a cacciare, insieme alle fazioni democratiche, la sua famiglia dall’arena politica. In breve, i militari hanno osteggiato Mubārak e le sue reti clientelari, tuttavia, non intendono introdurre cambiamenti che possano stravolgere lo status quo del paese. La classe militare è stata capace di cavalcare il malcontento popolare in un momento di confusione e di smarrimento dei movimenti democratici presenti nella celebre Piazza Tahrir. L’insediamento della nuova giunta, tuttavia, garantisce stabilità e continuità alla precedente politica. Pertanto, gli Stati Uniti, al fine di tutelare il proprio impero finanziario, preferiscono sostenere la classe militare affinché le politiche di difesa dei loro interessi proseguano indisturbate. D’altra parte, questa classe dirigente si presenta come una forza organizzata in un frangente storico in cui poche altre forze potrebbero essere in grado di avanzare un’alternativa credibile. Una di queste è quella dei Fratelli Musulmani che, pur non avendo alle spalle una storia di partito, si presenta come uno dei pochi movimenti radicati nel paese e dalla consistente forza organizzativa.

La solidità dell’organizzazione è legata al suppporto che questa stessa ha ottenuto fin dalla sua fondazione, al fine di contenere l’espansione di programmi politici antimperialistici e nazionalisti (come quello del Wafd). Se Nāṣer mise al bando l’organizzazione dall’attività politica, al contrario, Sādāt, prima, e Mubārak, poi, sebbene non le consegnarono mai piena legittimazione, le affidarono un ruolo significativo nel campo dell’istruzione, della giustizia e dell’informazione. Questo meccanismo rientrava in  una strategia governativa finalizzata ad inglobare la religione nella sfera politica, ossia, rappresentava uno strumento per impedirne gli entusiasmi e tenerla sotto controllo. Allo stesso tempo, la presenza della religione nella quotidianità del paese ha consentito una crescita della propria struttura. In questo modo, anche i Fratelli Musulmani, al pari degli Stati Uniti, hanno interesse nel conservare la continuità con le misure precedenti qualora queste comportino una subordinazione alle logiche USA. È cosa nota, infatti, che la stessa Fratellanza possiede forti interessi economici che la spingono a favorire le politiche liberiste statunitensi. Per questa ragione, la paternità delle rivolte non spetta nemmeno all’islam politico che, anche in questa occasione, ha avuto scarse possibilità di egemonizzare la protesta. Infatti, fin dai tempi dell’assassinio di Sādāt, ha cercato di scatenare un’insurrezione a sfondo religioso. E, anche in questi ultimi eventi, sconcertati dalla folla di Tahrir, i Fratelli hanno tentato di cavalcare la protesta. Tuttavia, i loro tentativi sembrano scontrarsi con le intenzioni di una protesta prevalentemente laica. In questo frangente, infatti, la società civile egiziana presenta un cosmo variegato di movimenti che sembrano reclamare istanze laiche difficilmente manovrabili dai Fratelli. Eppure, la loro posizione sembra essere una pedina importante per un’altra potenza: l’Iran. Da un lato, questo “presunto” nuovo Egitto sta cercando di conquistare dei propri spazi nello scenario internazionale. Ne è prova la svolta diplomatica nelle relazioni con il Vicino Oriente e l’area africana. A tal proposito, vi sono stati dei segnali significativi. In primis, l’Egitto si è proposto come teatro della firma degli accordi tra Ḥamās e Al-Fatah e, di lì a poco, ha annunciato l’apertura del Valico di Rafah, unica porta di accesso all’Egitto per i palestinesi. In questo, la nuova diplomazia ha certamente toccato un tema molto caro alla popolazione egiziana che, durante le manifestazioni di Tahrir, ha avanzato richieste in favore dell’autodeterminazione della Palestina. Il governo Mubārak, infatti, schiavo degli interessi israeliani, si era reso complice persino della strage scatenata durante l’operazione Piombo Fuso tra dicembre 2008 e gennaio 2009. Quest’apertura è stata accolta positivamente da Teheran. Dal 1979, anno della Rivoluzione Iraniana e della firma degli accordi di Camp David, i due paesi avevano interrotto le relazioni. L’annuncio del Ministro degli Esteri egiziano, Nabil Al-Arabi, che ha invitato a ripristinare le antiche relazioni tra i due paesi, è stato recepito dalle autorità iraniane che, dopo 32 anni, hanno nominato l’ambasciatore della Repubblica Iraniana al Cairo.

D’altro canto, questi dialoghi istituzionali sembrano riconducibili all’interesse che entrambi i paesi nutrono nell’affermare una rinnovata posizione politica. Nello specifico, l’Egitto, dalla maschera rinnovata, intende assicurarsi una credibilità politica che profumi di autonomia ma che, in realtà, possiede la minaccia della controffensiva USA e del suo sostegno dietro la classe militare. Da parte sua, l’Iran, intende affacciarsi sul Mediterraneo sfruttando l’esitazione politica e destabilizzando la regione. In questo, la posizione dei Fratelli Musulmani appare allettante al disegno iraniano che, in fondo, non sembra del tutto estranee ai rapporti con la Fratellanza. Precisamente, alcune fonti, forse in maniera un po’ folcloristica, invocano l’epoca fatimide, ramificazione del movimento ismaelita sciita, risalente all’Egitto del X secolo d. C., come elemento fertlizzante delle relazioni tra i due paesi.

Tale scenario, tuttavia, manca di alcuni attori fondamentali: le componenti di Piazza Tahrir. Queste anime, infatti, possiedono programmi ancora poco definiti e che, seppur frammentati, si inseriscono nel solco della tradizione laica. Questi gruppi non intendono servire gli interessi israeliani e statunitensi e si presentano come autentici arbitri del destino del proprio paese. Tuttavia, le ingerenze esterne non sembrano comprendere le masse.e prediligono il riciclo dei vecchi poteri. Non a caso, come già anticipato, la dirigenza militare e quella religiosa hanno sostenuto il referendum costituzionale, la cui approvazione ha comportato solamente l’introduzione di alcuni emendamenti. Inoltre, ha fissato le nuove elezioni per settembre. Così, a soli pochi mesi dalle manifestazioni, sarà difficile che i gruppi democratici, veri catalizzatori delle proteste, abbiano le idee più chiare sul futuro del proprio paese che appare incerto più che mai.

Laura Tocco è dottoranda presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Cagliari.


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