La Lituania alla fine del XIV secolo

Alla fine del Trecento il Granducato di Lituania era lo Stato più grande d’Europa. La sua notevole espansione era il risultato di una campagna iniziata attorno al 1240 quando, approfittando della debolezza della Rus’ di Kiev a seguito dell’invasione mongola, il principe Mindaugas conquistò Smolensk (attualmente in Russia) e l’alto corso della Dvina Occidentale o Daugava[1]. Nei decenni successivi il Paese si espanse verso est e sud-est, conquistando Kiev, arrivando nei pressi di Mosca e respingendo nel contempo i continui attacchi dei Cavalieri dell’Ordine Teutonico che premevano dalle attuali Estonia e Lettonia. Alla fine del Trecento, così, il Granducato giunse a lambire le coste del Mar Nero. Eppure la Lituania del Tardo Medioevo rimaneva un Paese arretrato per gli standard europei, tanto per lo sforzo bellico quanto per la continua adesione al paganesimo (i Lituani furono l’ultimo popolo europeo ad abbracciare il Cristianesimo)[2].

Jogaila (ossia il re di Polonia Ladislao II Jagellone) e suo cugino Vitoldo, che tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento governarono la Lituania in codominio (e non senza screzi), pensarono di superare quest’impasse in due modi. Il primo fu la conversione al Cattolicesimo: ciò, oltre ad allontanare la Lituania da una Mosca verso cui pure sembrava pendere, consentì la nascita di una relazione speciale con la Polonia che, nel 1569, portò all’istituzione della Confederazione Polacco-Lituana. Il secondo fu l’attrazione dei migranti. Questa politica era tutt’altro che nuova: già agli inizi del Trecento, infatti, il granduca Gediminas aveva promosso l’afflusso di mercanti e rappresentanti della Lega Anseatica e consentito ai sacerdoti cattolici di celebrare messa per i nuovi arrivati, vietando loro però di fare proselitismo[3]. Gediminas, inoltre, aveva favorito l’afflusso di commercianti ebrei attraverso la concessione di alcuni privilegi, che furono riconfermati da Vitoldo e che trasformarono la Lituania in un porto sicuro per un gran numero di ebrei in fuga dalle innumerevoli persecuzioni[4]. Gli Ebrei, che come nel resto dell’Europa si affermarono soprattutto nel commercio, nella finanza e nella cultura, costituirono fino all’Olocausto un segmento importante della popolazione dei territori un tempo parte del Granducato, soprattutto nelle città: basti pensare che nel 1897 costituivano il 40% degli abitanti di una Vilnius non a caso soprannominata “Gerusalemme d’Occidente”[5], e che nello stesso anno a Minsk questa percentuale saliva addirittura al 51,2%[6]. Tra le varie comunità richiamate da Vitoldo, però, non si possono non menzionare due gruppi che, malgrado la loro minore consistenza numerica, hanno comunque contribuito a scrivere una pagina importante della storia di questa fetta di Europa centro-orientale: i Tatari di Lipka e i Caraimi.

Tatari di Lipka e Caraimi sono entrambi popoli turchi di stirpe kipchak, affini quindi agli altri Tatari, ai Baschiri, ai Kazachi e ai Kirghisi, e giunsero in Lituania alla fine del XIV secolo per popolare il Granducato e rafforzarne la sicurezza. Ma le affinità tra questi due popoli si fermano qui. I primi, infatti, sono gli eredi dei membri dell’Orda Bianca[7] che, a seguito della sconfitta di quest’ultima da parte di Tamerlano, chiesero, e ottennero, asilo politico in Lituania[8]. I secondi, invece, discendono dalle tribù del Khanato dei Cazari, locato tra le attuali Russia e Ucraina Orientale, che intorno al IX secolo abbracciarono l’Ebraismo[9]. Non meno importanti sono le differenze religiose: se i Tatari di Lipka sono musulmani sunniti, sebbene nella prassi risentono delle influenze tanto del loro sciamanesimo tradizionale quanto del Cristianesimo dominante nella regione, i Caraimi praticano il Caraismo[10], una branca della religione ebraica nata nel VIII secolo in una Mesopotamia controllata dal Califfato[11] Abbaside che accolse alcune delle critiche mosse dall’Islam all’Ebraismo tradizionale o rabbinico: in antitesi a quest’ultimo, ad esempio, il Caraismo riconosce la sola Bibbia come base della vita religiosa e ripudia il Talmud, ossia le varie interpretazioni rabbiniche.

 

 

I Tatari di Lipka: un modello di integrazione?

Giunti nel Granducato nel 1397, i Tatari di Lipka erano originariamente stanziati nella città di Grodno (in bielorusso Hrodna) e nell’attuale Lituania orientale (da cui l’appellativo di Lipka, ossia di Lituania), per poi diffondersi in tutto il Granducato e in Polonia. La storica Battaglia di Grunwald del 1410, durante la quale Polonia e Lituania inflissero una pesante sconfitta ai Cavalieri Teutonici, fu la prima grande operazione militare a cui parteciparono i Tatari di Lipka. Il loro contributo per la vittoria polacco-lituana fu notevole e consentì alla cavalleria tatara di affermarsi come corpo scelto dell’esercito prima lituano e poi della Confederazione[12].

Ciò contribuì in maniera non indifferente all’integrazione nel contesto sociale polacco-lituano dei Lipkani, che comunque non si assimilarono mai del tutto ai loro vicini di casa e anzi mantennero un’identità peculiare. Nel Cinquecento la maggior parte di loro aveva ormai dimenticato la propria lingua madre e parlava solo o soprattutto in bielorusso (molti, infatti, si erano stabiliti nell’odierna Bielorussia o nei pressi della stessa) o in polacco (la nobiltà). I Tatari, così, iniziarono a tradurre in bielorusso il Corano e altri testi sacri dell’Islam, trascrivendoli però in una variante dell’alfabeto arabo appositamente creata[13]. Allo stesso modo, nel corso dei secoli i Tatari di Lipka hanno assimilato molte usanze dei popoli cristiani con cui convivono, come quella di portare fiori ai defunti il 2 novembre o di fare regali ai bambini a Natale (a cui, però, non davano alcun significato religioso). A differenza che nella gran parte delle comunità musulmane, inoltre, le donne godono di una sostanziale parità con gli uomini, il velo è praticamente assente fuori dalle moschee e i matrimoni con Cristiani ed Ebrei (e persino le conversioni ai loro credi) non sono stati infrequenti. La gran parte dei Tatari di Lipka, però, rimaneva (e rimane) fedele al proprio Islam profondamente influenzato da alcune consuetudini preislamiche, come la credenza negli spiriti del bene e del male[14].

Vitoldo, che vide nei Tatari di Lipka uno strumento per rafforzare tanto la sua posizione quanto la difesa del Granducato, aveva concesso a questi ultimi non solo asilo politico, ma anche terre e l’ingresso nella szlachta (nobiltà). In cambio i Tatari erano soggetti al servizio militare obbligatorio. La cavalleria tatara si dimostrò a lungo molto fedele, e nemmeno i Tatari di Crimea, vassalli dell’Impero Ottomano, riuscirono a convincere i Lipkani a disertare e a passare dalla loro parte, malgrado i legami etnici e religiosi tra i due gruppi; in diverse battaglie, anzi, questi si trovarono su fronti opposti. La situazione, però, cambiò notevolmente nella metà del Seicento. La rivolta cosacca di Bogdan Chmel’nickij in Ucraina e la guerra russo-lituana provocarono un deciso peggioramento delle condizioni di vita dei Tatari, mentre una serie di saccheggi gettò il discredito sull’intera comunità agli occhi della szlachta[15]. Il risultato fu l’approvazione di alcune leggi che limitavano fortemente i diritti religiosi dei Lipkani e abolivano molti dei privilegi che gli spettavano in quanto membri della szlachta. Questi provvedimenti suscitarono un forte malcontento tra i Lipkani e, tra il novembre del 1671 e la primavera dell’anno successivo, una dozzina di divisioni tatare stanziate nei pressi della fortezza di Kamenec-Podol’skij (Kam’janec’-Podil’s’kyj in ucraino), all’epoca ultimo baluardo della Confederazione prima delle terre turche, disertarono e passarono sotto l’Impero Ottomano.

Fu l’inizio della Rivolta Tatara: i Turchi conquistarono la fortezza di Kamenec-Podol’skij senza trovare resistenze, e molti villaggi furono saccheggiati dai Lipkani in rivolta mascherati da soldati della Confederazione, prima che questi fossero rasi al suolo da Ottomani e Tatari di Crimea. Tuttavia, sebbene l’Impero Ottomano avesse concesso ai Tatari di Lipka alcuni privilegi, questi erano molto inferiori a quelli di cui essi godevano quando erano sudditi della Confederazione. Il malcontento serpeggiava, e il nuovo re di Polonia Giovanni III Sobieski, che nutriva un profondo rispetto verso i Tatari dopo aver combattuto con loro in diverse battaglie, riuscì senza troppe difficoltà a convincere gran parte dei ribelli a tornare sotto la Confederazione in cambio della restituzione del loro status precedente e della concessione di nuove terre. Di lì a poco arrivò il 1683, con l’ultimo ma decisivo assedio ottomano a Vienna, e l’allora Papa Innocenzo XI promosse la creazione di una Lega Santa per respingere i Turchi, a capo della quale fu posto Giovanni III. Furono in molti, tra i Tatari, a partecipare alla campagna che Giovanni III organizzò per respingere l’assedio turco, e tra loro diversi erano gli ex rivoltosi. Il loro apporto, sebbene non decisivo, fu comunque notevole, e fu proprio un colonnello tataro, qualche settimana dopo la storica vittoria che segnò la fine della fase espansionista dell’Impero Ottomano e l’inizio del suo declino, a salvare la vita al sovrano polacco durante una sanguinosa fase della Battaglia di Párkány[16].

L’idea secondo cui dei musulmani possano aver avuto un certo ruolo nel salvare l’Europa cristiana dalla minaccia dell’impero musulmano che all’epoca ospitava il Califfato può sembrare quantomeno stupefacente, ma è un chiaro indice della fedeltà e del grado di integrazione dei Tatari di Lipka. Un aneddoto racconta che, quando il principe Carlo d’Inghilterra visitò il villaggio tataro di Kruszyniany, al confine tra Polonia e Bielorussia, e chiese ai Lipkani come avessero potuto combattere contro i loro fratelli in quel fatidico 1683, la risposta fu semplice: “Noi non combattevamo i nostri fratelli, ma gli invasori”[17]. I Tatari sono rimasti leali al loro Paese anche a seguito delle Spartizioni della Polonia alla fine del Settecento: molti di loro, infatti, sostennero la causa indipendentista durante l’occupazione russo-austro-germanica, e uno degli animatori del Partito Socialista Polacco di ispirazione nazionalista fu il tataro Aleksander Sulkiewicz (nato Iskander Mirza Huzman Beg Sulkiewicz). La rinascita della Polonia indipendente nel 1919 fu accompagnata dalla ricostituzione di un reggimento tataro, ma il ritorno dei Tatari nell’esercito ebbe vita breve: venti anni dopo, con la divisione del Paese tra Germania e URSS a seguito del Patto Molotov-Ribbentrop, il reggimento fu sciolto e mai più ricostituito.

Oggi i Tatari di Lipka sono circa 10.000-15.000. I più vivono sparsi tra Polonia orientale, Bielorussia e Lituania, dove ancora oggi hanno dei propri villaggi con annessa moschea, e non pochi, nelle aree un tempo sottoposte al dominio della Confederazione, possono vantare un’ascendenza parzialmente tatara. A causa dell’emigrazione, poi, anche negli Stati Uniti esiste una florida comunità tatara, e un suo figlio illustre è il celebre attore Charles Bronson (nato Buchinsky), le cui sembianze amerindie, dovute però alla sua ascendenza parzialmente asiatica, gli hanno consentito diverse interpretazioni in vari film western, tra cui il celeberrimo C’era una volta il West. I Tatari di Lipka, pur avendo smesso ormai da diversi secoli di parlare il loro idioma d’origine, mantengono ancora oggi un’identità di popolo in virtù della loro storia, della loro fede religiosa e della loro identità. Oggi, tuttavia, sono minacciati dall’assimilazione alle etnie dominanti, dovuta soprattutto alla perdita ormai da diversi decenni del loro status di casta militare.

I Lipkani sono un modello per gli immigrati europei di religione musulmana? La questione è di forte attualità, viste la forte immigrazione dai Paesi islamici verso l’Europa e la non sempre facile convivenza tra i locali e i nuovi arrivati. Il caso dei Tatari di Lipka è chiaramente sintomatico di un’integrazione possibile e dev’essere studiato con attenzione da chi si occupa di queste tematiche; va però sottolineato che, se oggi i Lipkani sono cittadini polacchi, bielorussi o lituani a pieno titolo, il merito non va solo alla tolleranza del Granducato di Lituania prima e della Confederazione dopo verso una minoranza musulmana e alla loro capacità di valorizzarne le capacità, ma anche alla reale propensione dei Tatari a identificarsi prima di tutto come sudditi di uno Stato cristiano e non come membri dell’umma, ossia della comunità dei fedeli islamici, e quindi a contribuire allo sviluppo e alla difesa della nazione in cui vivevano. L’integrazione di una nuova minoranza, in ogni caso, non può essere simultanea, e su questo concordano gli stessi Tatari di Lipka che oggi aiutano gli immigrati di religione musulmana ad integrarsi nella società polacca. Uno di loro, il leader dei musulmani polacchi Tomasz Aleksandrowicz, afferma: “Ciò che abbiamo creato in Polonia è il nostro bene comune. Abbiamo impiegato secoli per raggiungerlo. (L’integrazione) non può avvenire da un giorno all’altro”[18].

 

 

I Caraimi: Ebrei o Turchi?

Anche i Caraimi (Karailar in lingua caraima), come i Tatari di Lipka, erano stati assunti nel 1397 dal granduca Vitoldo di Lituania come minoranza militare, ma a differenza dei Tatari il loro ruolo non era partecipare a campagne militari, bensì fungere da guardie del corpo del Castello di Trakai, nei pressi di Vilnius[19]. A Trakai i Caraimi abitavano in un quartiere separato, e ancora oggi la strada principale della cittadina baltica porta il nome di Karaimų gatvė, ossia “Via dei Caraimi”. Nei decenni successivi i Caraimi si insediarono in varie città del Granducato, ma mantennero la loro “capitale” a Trakai, e nel 1441 ottennero il diritto all’autogoverno[20].

Nel corso della loro storia i Caraimi persero la loro vocazione bellica e iniziarono a svolgere professioni civili, soprattutto nel giardinaggio, nell’allevamento e in varie occupazioni urbane, assimilandosi così agli altri Ebrei salvo che nella lingua (gli Ebrei del Granducato parlavano perlopiù yiddish, mentre i Caraimi conservarono il loro idioma simile al tataro; per un certo periodo, però, anche questi ultimi scrissero con l’alfabeto ebraico) e nella religione, visto che quasi tutti i non-Caraimi di religione ebraica erano rabbinici. Anche i Caraimi, al pari degli Ebrei, furono spesso vittime di discriminazioni: nel 1495 entrambi i gruppi furono espulsi dalla Lituania, nella quale furono però riammessi otto anni dopo, e nella Russia zarista tanto i Caraimi (la maggior parte dei quali viveva però in Ucraina) quanto gli Ebrei furono costretti a rimanere all’interno della cosiddetta Zona di Residenza[21]. A partire dall’Ottocento, però, per evitare le persecuzioni e le restrizioni alle quali erano soggetti gli altri Ebrei, i Caraimi cercarono, e con successo, di dimostrare la loro estraneità all’Ebraismo rabbinico[22]. Per raggiungere il loro obiettivo non esitarono a ricorrere a falsificazioni storiche: Abrāhām Firkovič, ad esempio, falsificò date e iscrizioni per dimostrare la presenza caraita in Crimea sin dal VI secolo a.C., e quindi l’estraneità dei loro avi alla crocifissione di Gesù[23].

Successivamente i Caraimi hanno persino rinunciato ad autodefinirsi “ebrei”, rivendicando le loro origini cazare e quindi la propria identità turca (ancora oggi, nel loro sito ufficiale, i Caraimi definiscono la loro religione come “una pura fede nell’Antico Testamento nella quale né il Talmud, né il Nuovo Testamento né il Corano hanno valore religioso” e non fanno alcuna menzione all’Ebraismo, malgrado sia intuibile che il Caraismo è di fatto una variante di quest’ultimo[24]). Questo processo di turchizzazione passò attraverso una serie di atti simbolici, come l’abolizione dello studio dell’ebraico nelle scuole caraime e la sostituzione dei nomi ebraici per le festività religiose con termini in lingua caraima. Ciò consentì loro, durante il nazismo, di essere risparmiati dall’Olocausto in quanto “turchi” e non “giudei” (a differenza dei krymčaki o Ebrei di Crimea, etnicamente affini ai Caraimi ma di estrazione rabbinica). I Caraimi, tuttavia, spesso sfruttarono il loro status per salvare numerosi Ebrei dall’Olocausto facendoli passare per membri della loro comunità: uno di questi era Mordechaj Tenenbaum, l’organizzatore della rivolta del Ghetto di Białystok[25].

I Caraimi vivono oggi tra Ucraina (Crimea), Lituania, Russia, Polonia e Israele. La maggior parte dei Caraimi europei risiede oggi in Ucraina, dove sono attive ben 11 comunità laddove in Russia il loro numero è fermo a 2 e in Polonia e in Lituania a 1[26]. Il numero di quelli residenti in Israele, invece, è sconosciuto[27]. La tendenza, però, è verso una lenta ma inesorabile contrazione del numero dei Caraimi europei, causata soprattutto dall’assimilazione alle etnie cristiane o musulmane, dalle politiche antireligiose condotte in epoca sovietica che hanno portato alla chiusura o alla demolizione di numerose sinagoghe (kenese), che a loro volta hanno causato la scomparsa di molte comunità che si sono viste private di un importante punto di riferimento, e dal forte decremento demografico che caratterizza molte di queste regioni. Solo 32 dei 257 Caraimi di Lituania hanno meno di 16 anni, mentre gli ultrasessantenni sono 76, e solo a Vilnius e a Trakai le nuove leve sono in numero sufficiente per garantire la sopravvivenza delle comunità ancora per qualche decennio[28]. La lingua caraima, invece, non sembra essere a rischio, almeno nel prossimo futuro: malgrado oggi solo gli anziani la parlino come madrelingua, sono attualmente attive alcune scuole domenicali per consentire l’apprendimento del caraimo alle generazioni più giovani[29]. Anche la religione e le tradizioni restano vive tra i Caraimi. In generale, malgrado le difficoltà, i discendenti delle guardie del castello di Trakai sembrano mantenere viva la loro identità proteggendosi dall’assimilazione alle etnie dominanti.

 





[1] R. Tuchtenhagen, Storia dei Paesi Baltici, Il Mulino, Bologna 2005, p. 30.

[2] A. Kasekamp, A History of the Baltic States, Palgrave Macmillan, Londra 2010, p. 24.

[3] Ivi, p. 21.

[4] Ivi, p. 25.

[7] L’Orda Bianca è uno dei tanti khanati nati dalla frantumazione dell’Impero Mongolo di Gengis Khan, locato nell’odierno Kazakistan.

[10] Si noti la differenza tra Caraimi e Caraiti: se il primo indica l’etnia, il secondo la religione.

[11] Il Califfato è l’istituzione guida dell’umma, la comunità dei fedeli islamici.

[15] Molti Tatari facevano parte della szlachta, ma nel complesso questi costituivano una piccola minoranza.

[18] Ibidem.

[21] La Zona di Residenza era un territorio dell’Impero Russo compreso tra le attuali Polonia, Lituania, Bielorussia e Ucraina destinato all’insediamento degli Ebrei.

[23] Vedasi Enciclopedia Treccani, voce Caraismo.

[27] L’assenza di dati disponibili sul numero dei Caraimi in Israele è dovuta a motivi religiosi: questi, infatti, affermano che sulla base di quanto scritto su un versetto della Genesi è vietato conteggiare i fedeli. Le stime, comunque, oscillano tra 30.000 e 50.000 Ebrei caraiti, mentre sono totalmente assenti nei riguardi dei Caraimi etnici (fonte:  http://www.nytimes.com/2013/09/05/world/middleeast/new-generation-of-jewish-sect-takes-up-struggle-to-protect-place-in-modern-israel.html?pagewanted=1&_r=0 ).

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Giuseppe Cappelluti
Giuseppe Cappelluti, nato a Monopoli (Bari) nel 1989, vive e lavora in Turchia.
Laureato magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Mediazione Interculturale presso l’Università degli Studi di Bari.
Dopo aver trascorso periodi di studio presso l’Università di Tartu (Estonia) e a Petrozavodsk (Russia), nel 2016 ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia presso l’Università di Bologna. Dal 2013 ha pubblicato numerosi articoli su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel relativo sito informatico. Suoi contributi sono apparsi anche su “Fond Gorčakova” (Russia), “Planet360.info” (Italia), “Geopolityka” (Polonia) e “IRIB” (oggi “Parstoday”, Iran).