Ci sono temi che non passano attraverso il filtro delle idee politiche o della diversità culturale dei vari popoli, ma che vengono diffusi e presi per buoni dalle istituzioni che operano a livello mondiale. Tali questioni sono il pane quotidiano delle organizzazioni transnazionali e dei vari gruppi che si muovono a quel livello.

La prima in assoluto è la “questione ambientale”. Le grandi organizzazioni “globali” ne hanno fatto il proprio cavallo di battaglia, il Presidente degli Stati Uniti ha utilizzato l’attenzione all’ambiente come tema privilegiato nella campagna elettorale nella quale ha stravinto, e ora tutto il mondo si aspetta grandi “cambiamenti”. Ma la realtà dei fatti è più spinosa di quella che sembra. Per cominciare bisognerebbe chiedersi se l’interesse per l’ambiente di questi grandi poteri sia una garanzia di cambiamenti in senso positivo: ci aspettiamo davvero che il governo statunitense, o l’Onu, agiscano per il nostro bene? Da decenni parlano e compiono riforme economiche che non hanno portato a nulla se non al capitalismo sfrenato e alla crisi economica; da decenni parlano di “sviluppo” dei paesi poveri (“in via di sviluppo”, appunto), ma la situazione è costantemente peggiorata; da secoli parlano di “pace”, ma continuamente scoppiano, per interessi inconfessabili, nuove guerre (che un certo “pacifismo” ritualizzato non ha gli strumenti per esorcizzare). Questo non per fare del pessimismo cosmico, ma per sottolineare come sono proprio i poteri che sono dietro la globalizzazione economica (liberismo, capitalismo) e la mondializzazione culturale che si trovano in prima fila per denunciare i pericoli ambientali. Non è sospetto tutto ciò?

Ma ovviamente gli interessi di chi denuncia il degrado ambientale e chiede immediati provvedimenti non è quello di preservare l’ecosistema (distrutto a causa dell’attuale modello economico, mai messo in discussione), bensì quello di creare un allarme globale al quale far seguire un Governo Mondiale. Dopo aver terrorizzato l’intero globo attraverso film hollywoodiani, diffusi da MTV e da ogni canale occidentale, dopo aver inculcato all’intera popolazione mondiale l’incubo della fine del mondo, avranno gioco facile a far accettare a tutti provvedimenti globali, e quindi un Governo Globale. È chiaro come un Governo Mondiale abbia un centro decisionale ben preciso ed è proprio questo che ci aiuta a capire la questione: infatti chi oggi ritiene necessario questo Governo Mondiale non sono altro che gli appartenenti alla coalizione “occidentale” guidata dagli Stati Uniti d’America, vale a dire l’unica superpotenza che oggi si trova in declino e che, per preservare il proprio dominio, tenta questa strada globalizzatrice. In questo modo riuscirebbe a mantenere salde (o a riprendere) le redini del “villaggio globale” che, dopo il crollo dell’URSS, ha tentato di costruire.

Con nuove potenze in enorme crescita, potenze come Russia, Cina, India che sempre più spesso compiono scelte in contrasto con Washington, gli Usa si trovano oggi in difficoltà, e la crisi economica che colpisce soprattutto l’egemonia del dollaro non fa che peggiorare la situazione; ecco allora che il terrorismo ambientale è un’ottima strategia per poter imporre al mondo intero alcune scelte le quali potranno preservare l’egemonia a stelle e strisce. Più praticamente, oltre il Governo Mondiale vero e proprio, che non sarebbe altro che l’istituzionalizzazione della globalizzazione (coerentemente con il “Destino Manifesto” americano, che tradizionalmente postula che siano gli Stati Uniti a dover guidare l’intero globo), in ambito ambientale ci sono dei precisi campi d’azione con i quali si vuole preservare l’egemonia yankee. Primo fra tutti è il modo con cui si è deciso di applicare le riduzioni di emissioni nocive; gli Stati Uniti non hanno mai accettato e firmato il protocollo di Kyoto per un motivo semplicissimo: per loro avrebbe senso soltanto se venisse firmato dalle potenze in rapida crescita, in primis India e Cina, così che si possa mantenere l’attuale scarto a vantaggio degli USA; infatti applicare le suddette riduzioni significa investire in tecnologie e sicurezza , cosa che comporta una riduzione della ricchezza nazionale e quindi della crescita; ma finchè a dover investire sono tutti, gli attuali equilibri vengono mantenuti. Senza contare come gli Usa, da centro unipolare quale sono, cercano di accaparrarsi  le moderne tecnologie (soprattutto brevetti e cervelli), e lasciare agli altri le tecnologie obsolete. Purtroppo (per gli Usa) le cose non sono così facili: in primo luogo Cina e India non sono tenute a firmare Kyoto in quanto hanno diritto a pervenire allo “sviluppo” che in passato hanno raggiunto, senza badare agli effetti dell’inquinamento, le potenze occidentali; in secondo luogo, l’inquinamento pro capite di Cina e India è di circa 20 volte più basso di quello Usa, per via del gran numero della popolazione e per la vastità di questi Stati; quindi, porre dei freni (in questo modo) al loro inquinamento è un modo per colpire duramente la ricchezza nazionale e le popolazioni di quei Paesi (che per il livello economico e sociale in cui si trovano sono migliaia di anni luce in avanti rispetto all’Occidente riguardo l’utilizzo di materiali riciclati e sostenibili), a tutto vantaggio di una minoranza ricca occidentale, che in quel modo si assicura di preservare il proprio eccessivo stile di vita.

Un’altra conferma che l’interesse alla riduzione delle emissioni ha come scopo il mantenimento dell’egemonia occidentale a guida statunitense è il modo in cui questa verrà attuata. In pochi infatti fanno notare come la politica contro l’inquinamento presuppone un vero mercato borsistico in cui si metteranno in vendita porzioni di inquinamento; è il meccanismo definito Cap and Trade, secondo il quale le imprese che eccederanno nell’inquinamento potranno pagare, cioè comprarsi, quella quota eccedente. Peccato, ed è qui che si capisce l’inganno, che non si voglia fare una vera e propria tassa pubblica sull’inquinamento a tutto vantaggio degli Stati, ma che tutto questo debba avvenire in una borsa privata, la Chicago Climate Exchange (1), di cui la famigerata banca Goldman Sachs ha già provveduto a rilevare il 10%. È chiaro come in questo modo, con una borsa controllata dagli Stati Uniti, si ripropone il vantaggio che Washington ha avuto sino ad ora, per esempio grazie all’utilizzo del dollaro come valuta di riferimento mondiale. Chi controlla il banco vince, e protegge la propria supremazia. E per fare tutto questo, come detto, c’è bisogno di terrorizzare e globalizzare l’opinione mondiale, cosa che fanno egregiamente personaggi come Cohn-Bendit, leader ecologista legato a Joschka Fischer (2), che sulle pagine dei quotidiani propaganda il capitalismo, l’economia di mercato, afferma che non ci sono più ideologie e ci insegna come l’ecologismo sia il nuovo modo per attrarre consensi. O come fanno egregiamente le centinaia di film come l’ultimo “The age of stupid”, utili per creare allarme e convincere le popolazioni mondiali, primi fra tutti le classi dirigenti onusiane, che le misure sin qui citate sono necessarie per il bene di tutti.

Un’altro tema simile a quella ambientale, ma oggi lasciato in secondo piano, è quello “storico” relativo al problema dell’eccessivo peso demografico delle popolazioni mondiali. Per tutta una schiera di “studiosi”, infatti, il mondo si avvia verso la catastrofe poiché ha troppi abitanti. Conosciamo questa posizione perché ripetuta sin dagli anni 70, preannunciando disastri ambientali,  dal “Club di Roma”, e negli anni seguenti da varie agenzie dell’ONU, fino a giungere ai nostri giorni, in cui non è più propagandata come prima (è sostituita dai “disastri” ecologici), ma rappresenta il coerente completamento della “questione ambientale”. Basti pensare che il maggiore consigliere di scienza e tecnologia di Obama, John Holdren, ha scritto un libro (3) in cui auspica un “Regime Planetario” col quale attraverso una “forza di polizia globale” si possa amministrare la demografia mondiale. In questo libro arriva ad auspicare (leggere per credere) aborti forzati, sterilizzazioni forzate e via dicendo; come è facile notare, l’interesse è sempre quello di mantenere l’egemonia mondiale “statunitense” (o meglio delle elite mondialiste), ed infatti l’autore fra le altre cose afferma: “Per fortuna nella maggior parte dei Paesi Sviluppati, quasi tutti i gruppi si controllano nel riprodursi”; questo sottolinea come, ancora una volta, il problema, per costoro, sono le grandi masse dei “Paesi in via di sviluppo”, che producendo ricchezza stanno sfidando gli attuali equilibri mondiali. Non è un caso che da questi stessi ambienti si consideri estremamente positiva l’emigrazione (con spregio per i drammi umani che nasconde), in quanto questa concorre a creare un villaggio globale (la globalizzazione senza culture) e a spostare masse di sfruttabili, a tutto vantaggio del futuro centro del Governo Mondiale responsabile dell’amministrazione di tutto ciò.

Per concludere, è evidente come un miglioramento della situazione ambientale sia un vantaggio per tutti i popoli della terra, ma bisogna tenere gli occhi ben aperti e valutare chi e come dice di voler risolvere la questione. Quello che si sta notando in questi tempi in cui l’egemonia degli Usa è messa in pericolo da crisi economica e crescita di potenza di altri Stati, è l’interesse di Washington e dei suoi vassalli nel creare la necessità fittizia di un Governo Mondiale. In questo modo si riuscirebbe a mantenere ancora il decadente unipolarismo Usa, frenando il sorgente multipolarismo, garante di maggiore giustizia internazionale. Un approccio costruttivo e civile (nel senso proprio “di civiltà”) a tali questioni, quindi, non deve passare dalla creazione di un Governo Mondiale (che ricorda da vicino l’incubo preconizzato da Orwell), bensì attraverso la ricerca di sovranità, attraverso maggiore integrazione e cooperazione regionale e continentale fra Stati ed aree come lo spazio eurasiatico, il Sud America ecc. Solo un approccio di questo tipo garantirà equilibrio e giustizia nei rapporti internazionali e, di conseguenza, per le popolazioni di tutto il mondo.

1)      “Sarà la carbon-tax, lo vuole Goldman e Rothschild”, di Maurizio Blondet – www.Effedieffe.com, 12 luglio 2009

2)      Riprendo da un altro articolo: “Un’appendice particolare merita il presidente del Nabucco (il gasdotto “americano” antagonista di quello euro-russo South Stream): Joschka Fischer. Questo, nel sessantotto attivissimo esponente “rivoluzionario”, poi verde-ambientalista, oggi è a capo del progetto Nabucco; esso è membro del Council on Foreign Relations, la fondazione privata dei Rockefeller, che è praticamente il centro dove si teorizza la politica estera statunitense e da dove nascono sia il gruppo Bilderberg che la Trilateral (giganti del capitalismo e del liberismo sfrenato). Oltre a confermarci la totale sottomissione agli interessi Usa, questo ci fa notare come il percorso individuale di alcuni famosi personaggi, che dal liberale Sessantotto sono passati alla fine ideologica della politica rappresentata dai verdi e dagli ambientalisti, oggi siano fautori di interessi petroliferi e capitalistici statunitensi… non si pensi ad un’eccezione, è la regola”. http://www.cpeurasia.org/?read=30420

3)      Il libro è titolato “Ecoscience”; ne ha parlato ultimamente ancora M. Blondet riportando un articolo di “PrisonPlanet” titolato “Il maggiore consigliere scientifico di Obama auspicava il controllo forzoso della popolazione”. Per quanto riguarda John Holdren: http://en.wikipedia.org/wiki/John_Holdren

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