Come nei grandi film gli ingredienti  ci sono tutti, per una trama sebbene conosciuta  comunque coinvolgente se si vuole prevedere come si articolerà il finale. Il tema  è il declino americano, un classico della cultura statunitense che s’inizia negli anni Cinquanta, quando i sovietici lanciando nello spazio lo Sputnik  shoccarono a tal punto gli americani che essi crederono di perdere per sempre il loro dominio sul mondo post Seconda guerra mondiale. Oggi è la Grande Recessione e la debolezza di Obama a far tremare la Nazione. Prima ancora c’erano le guerre di Bush e il conflitto di civiltà descritto da Huntington a farli immaginare come dei perdenti. Per non parlare dell’attentato dell’11 settembre, dopo il quale la visione americanocentrica del mondo era data per spacciata. Mai si era giunti a una conclusione così tranciante, nemmeno con la grande crisi petrolifera che pur aveva provocato non pochi dolori. Per ritrovare sulla stampa americana una visione così nera sul declino, bisogna risalire alla débâcle in Vietnam con quel drammatico  15 agosto 1971, quando il presidente Richard Nixon annunciò al mondo che i dollari non erano più convertibili in oro, poiché – precisò –  vi era ormai più moneta circolante che riserve di metallo nella Banca Centrale. Insomma – s’è visto – il tema del declino è una costante della cultura e della politica americana che forse risale addirittura da prima della fondazione stessa degli Stati Uniti. Il dramma è sempre lo stesso, cambiano soltanto i protagonisti e gli scenari.

Tra i protagonisti dei nuovi scenari  c’è il movimento di «Occupy Wall Street». Le prime volte in cui si è parlato di un gruppo di attivisti che il 17 settembre dell’anno scorso si era accampato a Zuccotti Park per protestare contro le politiche finanziarie statunitensi accusate di incrementare il divario tra ricchi e poveri, la vicenda occupava appena le prime pagine dei quotidiani locali americani. Questo accadeva sebbene Zuccotti Park si trovi a  Downtown Manhattan, nel Distretto finanziario a due isolati dalla Borsa di Wall Street e a un isolato dall’area di Ground Zero;  sebbene sia un parco rettangolare di tremila metri quadrati, delimitato da Broadway, Trinity Place, Liberty Street e Cedar Street, cioè in pieno centro di New York.

Insomma, il 17 settembre il  neonato gruppo del movimento di «Occupy Wall Street» (OWS), che aveva compiuto i primi sit-in dimostrativi nella via adiacente alla Borsa  e che ne era stato allontanato, si era installato a Zuccotti Park.  Vi restò per quasi due mesi, finché Il sindaco Mike Bloomberg  non passò dalla tolleranza totale alla tolleranza zero come accade a chi non rispetta il divieto, previsto anche per Zuccotti Park, di piantare tende e di rendere non godibili  agli altri cittadini gli spazi pubblici.

A sgomberarlo ci pensò con un blitz la polizia. Gli agenti si avvicinarono, provarono senza successo a sollevare gli attivisti di peso, li invitarono a più riprese ad «andare via subito», ma poiché la resistenza continuava scattò l’ordine di arrestarli. Alle 4,30 del mattino del 14 di novembre gli arrestati erano  140, ma  Zuccotti Park era sgomberato. Gli agenti smantellarono quanto era stato disseminato in quei due mesi di occupazione: sacchi a pelo, coperte, tavolini, librerie, cucine, insegne e bandiere, vennero accatastati e portati via.

Gli scontri dell’altra settimana a Chicago tra gli attivisti di  «Occupy Wall Street» e le forze di polizia sono stati molto più pesanti. A decine i dimostranti sono stati sbattuti violentemente a terra, messi in manette e portati via mentre la folla lanciava ogni sorta di oggetti contro la polizia in assetto antisommossa. Gli scontri erano scoppiati quando al corteo diretto alla sede del summit della Nato, dove i leader dell’Alleanza stavano discutendo della guerra in Afghanistan, era stato impedito di proseguire.  Tanta era stata la violenza in quella giornata che il movimento si era conquistato l’attenzione dei media nazionali e internazionali e pure quella di centinaia di simpatizzanti che hanno espresso la loro solidarietà, inclusi molti leader sindacali, intellettuali di spicco come Slavoj Zizek, e altre note figure come Michael Moore .

Così gli scontri tra polizia e manifestanti avevano distolto l’attenzione mediatica dal summit della Nato, o per essere più precisi essa si era soffermata soltanto su quell’ «Ora possiamo davvero porre fine a questa guerra», con il quale presidente americano, Barack Obama, aveva salutato l’accordo raggiunto sulla exit strategy dall’Afghanistan, dopo quasi 11 anni dall’inizio della guerra e a poco più di un anno dall’uccisione in Pakistan di Osama Bin Laden. Del resto era il ritiro delle truppe da Kabul la notizia più attesa. Molta meno attenzione invece era stata data alla strategia a più lungo termine dell’Alleanza atlantica che mira a includere il maggior numero possibile di Paesi nella  Nato, oramai votata a diventare, come ha spiegato il suo segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, «il nucleo di una rete di patti per la sicurezza e un centro di consultazione su questioni di sicurezza globale»; e naturalmente «un’istituzione collegata globalmente»  con oltre quaranta Paesi  e con altrettante se non di più organizzazioni internazionali.

Per la cronaca, i Paesi coinvolti sono quelli europei che non fanno parte della Nato, come Austria, Svizzera, Finlandia e Svezia, e aspiranti e possibili membri della Nato come Bosnia, Serbia, Macedonia, Ucraina, Bielorussia e anche la Russia. Ai quali vanno aggiunti tutti i Paesi dell’Asia centrale – dal Turkmenistan al Kazakhstan, così come Armenia, Azerbaigian, Afghanistan, Pakistan e Mongolia –  così come il Maghreb intero, dal Marocco all’Egitto, così come Israele, Giordania, Iraq, Bahrain, Qatar, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. Vi si aggiungano a completamento, i partner del Pacifico che includono Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.

Se si tracciano i percorsi che dalla Nato s’irradiano verso  tutti Paesi elencati e alla miriade di organizzazioni, si dipana una maglia fitta di presidi di sicurezza del tutto simile, nei tracciati, a una mappa di contatti Internet o a quelle che riproducono sugli atlanti la disposizione delle galassie. Così illustrando meglio si può ribadire ai più scettici che il mondo è cambiato, che non è più unipolare, bipolare, o anche multipolare, perché gli attori che contano non sono più i singoli Stati, ma i gruppi di Stati che s’interconettono ogni qualvolta c’è un attentato alla sicurezza o se ne paventi il pericolo.

Questo nelle intenzioni è il progetto del mutamento strutturale che secondo i promotori (leggi Usa) avrebbe un enorme significato pratico. Per cominciare vorrebbe dire che non solo i mezzi militari della Nato, ma anche il suo capitale umano e le nozioni pratiche nella lotta contro diversi tipi di minacce sarebbero disponibili globalmente. Infatti, dopo l’implosione dell’Urss la Nato non è più il martello che si contrapponeva al Patto di Varsavia, piuttosto mira  a diventare una sorta di kit di opzioni di sicurezza per affrontare le minacce comuni come il terrorismo, la proliferazione delle armi nucleari, chimiche e biologiche, senza escludere la pirateria. Pertanto, quando il mutamento strutturale diventerà realtà la Nato potrà schierarsi accanto a  qualsiasi Paese o gruppo di Paesi che «scelga di assumere un ruolo guida nell’adempimento di un mandato delle Nazioni Unite». Siccome il membro con più potere è quello che governa il maggior numero di collegamenti, il dominio americano è destinato a crescere.

Questo vorrebbe dire un occidente sempre di più americanocentrico, (come scrive nei suoi libri lo scenarista e direttore dell’agenzia di intelligence privata Stratfor George Friedman), che potrebbe attrarre nella sua orbita l’Eurasia o comunque coartarla. Insomma, partendo dallo scudo missilistico che ormai è già operativo, con il nuovo assetto della Nato  gli Stati Uniti continuerebbero a controllare i mari, a difendere il commercio globale, ormai diviso a metà sul versante Atlantico tra l’America e l’Europa e per l’altra metà sul versante Pacifico tra l’America e l’Asia. In breve, governerebbero un sistema di alleanze internazionali che raggruppa il 70 per cento del potere economico mondiale.

Lo scenario che si prospetta dispiace alla Russia, che ha già preso le distanze dalle iniziative americane. Infatti, quando il 17 novembre scorso l’Alleanza ha condotto un’esercitazione – «Rapid Arrow» – con la quale ha saggiato per la prima volta la sua capacità di abbattere missili lanciati contro il territorio europeo, la Russia ha manifestato in tempo reale il suo dissenso sullo scudo missilistico come difesa continentale, anzi lo ha definito un progetto ostile. Così di colpo sono montate le tensioni tra gli Usa e la Russia, tant’è che Vladimir Putin non ha partecipato al G8 americano, di Camp David. Al suo posto ha mandato Medvedev, con cui si è scambiato la poltrona, nominandolo primo ministro. Uno sgarbo agli Stati Uniti che ha confermato il gelo sceso tra i due Paesi, come non si vedeva forse dai tempi in cui Boris Eltsin era stato progressivamente ammesso nel club dei grandi.

Tuttavia a Chicago, i leader dei Paesi membri dell’Alleanza avevano discusso di Afghanistan, di scudo missilistico europeo e di altri temi di sicurezza internazionale, come nulla fosse accaduto. Stessa sorte ( e non poteva essere altrimenti) avevano riservato ai clamori della piazza. Infatti il corteo dei dimostranti si era mosso a mezzogiorno  guidato dal reverendo Jesse Jackson  e scortato da poliziotti a cavallo.  La folla era composta soprattutto da persone che avevano poco a che fare con le tematiche affrontate nel 25esimo summit ufficiale dell’Alleanza creata nel 1949.  Accanto agli attivisti per la pace e ai no global, la maggioranza era di persone che protestavano contro la sperequazione economica. Alla manifestazione, come detto,  «Occupy » era tra i protagonisti principali, i suoi attacchi erano mirati a tutto campo: «la Nato è uno strumento per tenere i poveri poveri e i ricchi ricchi»; «la Nato è il braccio armato dell’uno per cento».

Noam Chomsky  intellettuale di spicco , autore di molti libri e di articoli su questioni internazionali e socio-politiche ha definito «Occupy » come un, «qualcosa di estremamente emozionante. Senza precedenti, veramente». E ha concluso: «Non c’è mai stato niente di simile che mi venga in mente. Se riuscirà a sopravvivere anche durante il lungo periodo oscuro che ci aspetta – perché la vittoria non arriverà presto – potrebbe segnare un momento significativo nella storia americana». Sicuramente le sue considerazioni sono un po’ sopra le righe.

Dopotutto anche Chomsky , Institute Professor in pensione, appartiene alla razza dei vecchi che, come scrive Elio Vittorini, « hanno fino all’ultimo nel cuore un uccello che canta, e fino all’ultimo ascoltano il proprio cuore-canarino».  Perché – si tenga a mente –  per tutta una serie di accadimenti  la democrazia nel corso dei decenni (negli Usa come altrove) si è andata sclerotizzando proprio nel suo punto centrale: la rappresentatività del governo nei confronti delle domande dei governati. Il primo colpo glielo diede appunto Richard Nixon quando dovette ammettere che la Banca centrale non poteva più assicurare la convertibilità della moneta in oro. La nuova realtà significò per molti analisti una dichiarazione implicita di bancarotta. Infatti, da allora in poi il dollaro è stato sostenuto con le bombe perché restasse la valuta di riferimento, e così facendo si posero dei limiti sostanziali alla democrazia rappresentativa, come la indicò Lincoln nel discorso di Gettysburg (19 novembre 1863). Infatti egli dipinse un sistema nel quale, più che permettere alla popolazione di autogovernarsi le si accorda il potere di eleggere e destituire i suoi stessi governanti in modo regolare, per tutelare le proprie libertà.

Un secolo e mezzo dopo, nell’America attraversata dalla più grande crisi dai tempi della Grande Depressione, il sistema politico americano  è stato messo letteralmente a nudo: la sua incapacità di amministrare l’economia (vuoi per incompetenza, vuoi perché le questioni vanno al di là della sfera nazionale) è ormai sotto gli occhi di tutti, come pure la sua insufficienza rappresentativa e la sua sottomissione ai poteri dei mercati, gli eccessi dei quali si dimostra incapace di governare.

Dopo tutto il movimento  «Occupy Wall Street» non ha leader riconosciuti che abbiano titolo o volontà di stilare un programma che riempia il vuoto lasciato dal governo del presidente Obama. Gli aderenti si  barricano dietro lo slogan «siamo il 99 per cento» (della nazione americana), per poter urlare al mondo che è soltanto l’uno per cento che possiede la ricchezza negli Stati Uniti. Ma essi non vanno  oltre la protesta, sebbene il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz sostenendo che si è iniziata l’“èra dell’uno per cento” abbia sollecitato il confronto. Naturalmente, la critica al capitalismo e l’aspirazione ad una società più egualitaria, votata alla redistribuzione della ricchezza sono i temi che fanno da sottofondo al movimento. Così come pure l’adesione di sindacalisti, di anarchici, di personaggi come Michael Moore completano lo scenario. Tuttavia, sebbene il pugno chiuso e «La rivoluzione continua ovunque» che fanno parte del logo di OWS consacrano la volontà di rottura del sistema in atto,  il movimento ha accentuato la sua peculiarità tutta economica più che ideologica della protesta.

Il modello è un po’ quello del  «Tea Party»,  l’ambiguo movimento liberista, libertario e conservatore, ma con toni infelici di estremismo che non è diventato partito, ma che ha aperto la strada alla protesta  e ha condizionato gli uomini e le scelte dei repubblicani. La folla dei «Tea Party» è lo specchio del malcontento americano contro Washington visto da destra. «Occupy Wall Street»  è il malcontento schierato sul versante opposto. Il radicalismo della protesta  – da sempre  –  mobilita le coscienze, eccita gli animi, galvanizza i militanti. Si tenga a mente che gli americani imbracciano spesso i forconi della contestazione, come in una versione aggiornata del celebre dipinto «American Gothic» di Grant Wood  (1930). Il populismo di destra e di sinistra è  una costante della tradizione politica statunitense, specie in tempi di crisi economica come  adesso. Sicché il presidente Obama è compresso da una parte dal «Tea Party» che l’accusa di aver trasformato l’America in un paese socialista e  dall’altra parte da «Occupy» che lo accusa di essersi svenduto a Wall Street.

Di norma in America le proteste populiste vengono alla lunga riassorbite nei meccanismi democratici e costituzionali, con meno traumi rispetto alla storia europea. Lo saranno anche questa volta? «Andiamo a Chicago per non tornare più indietro». Probabilmente esagerava Louis a parlare così, ma l’enorme tatuaggio che gli copre tutto il braccio destro era chiaro: «Faith is Pain», per credere bisogna soffrire. Sofferenze a parte,  il movimento riesce a raccogliere proseliti, a centinaia. Tant’è che si è già stilato un calendario di manifestazioni che ne prevede una di grande  a Filadelfia il 4 luglio, e una epocale a Zuccotti Park  il 17 settembre – primo anniversario della fondazione di  «Occupy Wall Street»   –  dove si stima  di poter radunare un milione di persone. Gli attivisti  si organizzano prendendo spunto dalle tecniche di organizzazione sociale della sinistra radicale dettate negli anni Settanta da Saul Alinski. Non è un caso che nelle classifiche dei libri più venduti su Amazon siano saliti sia la saga antistatalista di Ayn Rand sia il manuale di regole per i radicali di Alinski.

Il fenomeno  «Occupy Wall Street» e «Tea Party» ha comunque traumatizzato la società americana. Il primo a esserlo è Barack Obama, il presidente, che sembra non aver ancora trovato la chiave, i toni e le ricette per unificare il Paese nella crisi, far ripartire l’economia e assicurare la sicurezza sociale ai concittadini. Va pure riconosciuto che gli Stati Uniti sono vittime dei mercati finanziari che hanno portato l’economia al collasso. La speculazione è antica, ma gli sviluppi tecnologici, politici e finanziari l’hanno resa molto più aggressiva. Questo nuovo  modo di condurre l’attività bancaria attraverso scambi internazionali rapidissimi comporta rischi enormi. E si porta dietro la tentazione di colossali profitti finanziari che indignano l’opinione pubblica la quale si radicalizza sempre di più.

Ne è una riprova la vicenda “Facebook”  che ha portato alla luce uno di quei segreti che a Wall Street, pur facendo finta di nulla, tutti conoscono: i grandi investitori ricevono un trattamento di favore rispetto ai piccoli azionisti. Le polemiche scatenatesi nei giorni scorsi attorno al ruolo svolto da Morgan Stanley (la holding bancaria con facoltà di raccogliere anche depositi a risparmio) vertono proprio su questo, e cioè sul fatto che alcuni grandi investitori siano stati informati della revisione al ribasso delle stime di fatturato del social network  per il secondo trimestre e per l’intero 2012 dopo che erano affiorati nuovi dati, mentre al grande pubblico non è stato dato alcun avvertimento.

Insomma, i mercati hanno sottomesso il potere politico ai loro interessi, diventando una sfera di potere autonomo e indipendente. Il risultato è che l’interesse collettivo è relegato in secondo piano, come principio ispiratore delle politiche pubbliche, così come si stempera da parte del governo l’obbligo di rendere conto del proprio operato ai cittadini. La svolta americana si è rivelata contagiosa, sicché mentre dal punto di vista quantitativo le democrazie trionfano nel mondo, dal punto di vista qualitativo si sono considerevolmente deteriorate. Insomma, la crisi ha mostrato i limiti della politica di fronte allo strapotere dell’economia e i movimenti popolari denunciano la distanza dei sistemi occidentali dai loro cittadini, ma ben poco possono fare per invertire la tendenza. Anche perché il Paese che tentasse di ostacolare le galoppate finanziarie del capitalismo liberista verrebbe punito dal mercato attraverso la fuga dei capitali, la svalutazione della moneta e l’abbassamento del rating del credito. E’ già accaduto nella storia dei Paesi industrializzati. L’Eurasia ha di che preoccuparsene.

Pertanto l’ordine è perentorio: tutti allineati e coperti perché   il G-20, il club che avrebbe dovuto coinvolgere le economie emergenti, dal Brasile all’India, è stato stoppato dalla crisi finanziaria internazionale e dall’impossibilità di trovare una soluzione condivisa della governance mondiale. Non è nemmeno ipotizzabile alla guida del mondo l’alternativa del G-3 – America, Europa e Giappone – perché agli Stati Uniti mancano le risorse, l’Unione Europea è impegnata nel salvataggio della sua moneta e il Giappone ha numerosi problemi interni. Insomma, vivremmo già nel mondo del G-Zero. Almeno così la pensa Ian Bremmer, politologo internazionale , che in questi giorni è alla ribalta delle cronache  per l’uscita nelle librerie del suo ultimo saggio: “Every Nation for Itself: Winners and Losers in a G-Zero World”. Il mondo è del G-Zero perché, spiega Ian Bremmer, nessuna nazione, nessun blocco di Paesi, nessun leader internazionale ha la forza, la volontà e il peso specifico per guidare la comunità internazionale. Le grandi potenze mondiali, secondo lo studioso americano, hanno messo da parte ogni aspirazione globale. Siccome l’èra delle grandi potenze contrapposte è finito, rincara Bremmer, anche il mondo unipolare è stato archiviato con l’uscita di George W. Bush dalla Casa Bianca. Si aggiunga pure che un’impetuosa ascesa da parte di altri Paesi, “the rise of the rest”, non c’è stata. Pertanto, Obama amministra il declino americano, contribuendo alla creazione del mondo del G-Zero che, secondo  le conclusioni catastrofiche del “doctor” Bremmer provocherà più conflitti che cooperazione.

Infatti, per prevenirli il Presidente dell’America in declino dovrà, seppure riluttante assumere un ruolo egemone nel mondo del G-Zero.  Almeno, finché il nuovo assetto della Nato non sarà operativo, la pace in Vicino Oriente non sarà raggiunta, la minaccia nucleare iraniana cancellata, la ripresa economica avviata. Siccome c’è ancora parecchio da fare il mondo resterà americanocentrico – con tutti i guai che ne conseguono – per molto tempo ancora. Sicuramente, troppo.

 

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