Il 13 dicembre 2013 il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu, durante il Vertice di Erevan dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero, ha definito “un atto inumano” le deportazioni e i massacri degli Armeni del 1915[i]. Nel corso della sua visita nella capitale armena, Davutoğlu ha anche ricevuto un regalo: la versione in lingua turca di un libro che raccoglie le testimonianze dei sopravvissuti di quello che gli Armeni chiamano “il Grande Male”[ii]. Difficile dire se lo leggerà, ma di sicuro le dichiarazioni di Davutoğlu costituiscono una pietra miliare nelle relazioni tra Turchia e Armenia e aumentano considerevolmente le speranze di una riconciliazione.

Il Genocidio Armeno è senza dubbio uno dei principali pomi della discordia tra Turchia e Armenia, se non il principale. Le radici delle controversie sono molto antiche. Agli inizi del Cinquecento, quando la maggior parte dell’Armenia fu conquistata dall’Impero Ottomano, gli Armeni aderivano per la stragrande maggioranza a una Chiesa ortodossa orientale[iii] (in seguito, però, una parte di loro sarebbe tornata in comunione con Roma fondando la Chiesa Armeno-Cattolica). Sotto la Sublime Porta, però, gli Armeni mantennero libertà di culto e di autogoverno e furono posti sotto la giurisdizione di un appositamente creato Patriarcato Armeno di Costantinopoli, ma furono relegati allo status di dhimmi – popolazioni non-musulmane che, in cambio di protezione, venivano sottoposte a un maggiore carico fiscale e private di alcuni diritti.

La relativa tolleranza degli Ottomani fu dovuta al fatto che le loro conquiste non erano tanto finalizzate a favorire la diffusione dell’Islam, quanto piuttosto a espandere il dār al-Islām, ossia il territorio controllato dai Paesi islamici. Anche in virtù della sua scarsa esperienza governativa, l’Impero Ottomano era ben felice di lasciare libertà di culto e di autogoverno alle varie comunità religiose (millet) e di mantenere in vigore gli ordinamenti giuridici preesistenti, accontentandosi di chiedere il riconoscimento della propria supremazia e di imporre un maggiore carico fiscale ai non-Musulmani. I tentativi di conversione forzata all’Islam non mancarono, ma furono rari: i tributi pagati dai dhimmi, dopotutto, erano un’importante fonte di entrate per lo Stato ottomano.

L’esito di questo sistema fu una sostanziale cristallizzazione delle varie comunità religiose, che nei domini della Sublime Porta vivevano fianco a fianco senza mescolarsi tra loro. Gli Armeni, in particolare, mostrarono una particolare resilienza. Tendenzialmente endogami, nel corso dei secoli assunsero un’identità molto forte e basata soprattutto sull’elemento religioso. Per molti la vita era dura a causa della condizione di cittadini di seconda classe, ma non mancarono gli Armeni che fecero fortuna nel commercio, nella finanza e nell’amministrazione ottomana. Uno di loro fu Abraham Pascià (nato Abraham Eramyan), nell’Ottocento importante banchiere e diplomatico ottomano nonché amico personale del Sultano Abdulaziz[iv]. La situazione, però, iniziò a cambiare (e, paradossalmente, in peggio) quando l’Impero Ottomano iniziò il suo giro di boa e le potenze europee iniziarono a esercitare un’influenza sempre maggiore sullo stesso, non solo al fine di ampliare i propri domini ma anche per proteggere la popolazione cristiana sottomessa alla Sublime Porta.

Il 1839 fu l’inizio di un periodo di riforme epocali che presero il nome di Tanzimat. Tra le tante innovazioni, una delle principali fu la parificazione formale dei cittadini dell’Impero Ottomano a prescindere dall’elemento religioso, abrogando i millet e ponendo le basi per la creazione di una comune identità ottomana. Si trattò di uno dei primi passi verso la trasformazione di un impero multinazionale e multiconfessionale in uno Stato nazionale turco, che sarebbe andata definitivamente in porto negli anni Venti con Mustafa Kemal, detto Atatürk (Padre dei Turchi). Molte delle riforme, però, rimasero sulla carta, e l’abolizione del sistema dei millet contribuì a sguinzagliare quelle tensioni interetniche, e soprattutto interreligiose, che fino ad allora erano state sostanzialmente limitate. Tra i Musulmani si diffuse un antiarmenismo sotto vari aspetti speculare a quell’antisemitismo allora diffuso in vari Paesi dell’Europa centrale, mentre gli Armeni dell’Impero Ottomano presero a guardare verso la Russia, che nel corso del secolo strappò agli imperi Ottomano e Persiano il Nagorno-Karabach e le regioni di Erevan e Kars. A partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento le tensioni sfociarono in periodici atti di violenza, e nel 1915 l’avanzata delle truppe russe nell’Impero Ottomano infiammò gli Armeni della regione del Lago Van, oggi nella Turchia Orientale ma all’epoca a maggioranza armena. La reazione ottomana fu violentissima: milioni di Armeni, Assiri e Greci Pontici furono deportati verso la Siria, e centinaia di migliaia, forse milioni, di loro caddero sotto le baionette dell’esercito ottomano[v].

A seguito della Prima Guerra Mondiale fu istituita la Repubblica Democratica Armena, comprendente i territori dell’Armenia Russa ceduti alla Sublime Porta in virtù dei Trattati di Brest-Litovsk e una parte delle aree a forte presenza armena dell’Impero Ottomano. La Repubblica, però, ebbe vita breve: nel 1920, infatti, buona parte dei suoi territori fu riconquistata dalla Turchia, e il resto fu assorbito dall’Unione Sovietica che istituì la Repubblica Socialista Sovietica Armena. I passaggi di mano furono suggellati dal Trattato di Kars del 1921 che, tra le tante cose, sancì il passaggio alla Turchia del Monte Ararat, sacro per gli Armeni in quanto, secondo la tradizione biblica, fu il punto di approdo dell’Arca di Noè, e dell’antica capitale armena Ani. Un ulteriore schiaffo venne dall’assegnazione del Nagorno-Karabach, la cui popolazione era in gran parte armena, alla Repubblica Sovietica Azera in qualità di provincia autonoma. La decisione fu dovuta soprattutto alla volontà del governo sovietico di ingraziarsi la neonata Repubblica Turca (Turchi e Azeri sono etnicamente molto affini). Nella primavera del 1945 l’URSS, da poco uscita vincitrice nella Seconda Guerra Mondiale, chiese la restituzione dei territori ceduti alla Turchia in base ai Trattati di Brest-Litovsk, ma le rivendicazioni non andarono a buon fine, e a seguito della morte di Stalin il governo sovietico vi rinunciò ufficialmente[vi]. La comunità armena in Turchia, nel frattempo, era quasi scomparsa: la maggior parte di coloro che erano scampati ai massacri, infatti, si era assimilata ai Turchi etnici o ai Curdi, magari convertendosi all’Islam, oppure era fuggita in Occidente dove avrebbe dato vita a un’influente diaspora armena.

L’indipendenza dell’Armenia nel 1991 portò alla riapertura di vecchie questioni irrisolte e all’apertura di nuove. Malgrado i due Paesi sembravano inizialmente in grado di instaurare relazioni  produttive (la Turchia fu infatti uno dei primi Paesi a riconoscere l’indipendenza armena e assistette Erevan in un periodo di difficoltà economiche[vii]), il conflitto nel Nagorno-Karabach tra Armenia ed Azerbaigian provocò un deciso peggioramento dei rapporti tra Ankara e Erevan. Mentre l’esercito armeno avanzava nel Nagorno-Karabach ed espelleva dalla regione i membri della minoranza azera (stesso fato toccò agli Armeni residenti in Azerbaigian), il Paese della Mezzaluna, oltre a rifornire di armamenti l’esercito azero, chiuse i propri confini con l’Armenia, istituì un embargo contro il Paese e minacciò persino un intervento militare contro Erevan qualora non avesse abbandonato il Karabach, salvo poi abbassare i toni a seguito della minaccia russa di intervenire a sostegno dell’Armenia[viii]. La politica turca, comunque, riuscì a creare seri problemi economici all’Armenia, e anche se nel 1994 la guerra si concluse con una sostanziale vittoria armena, che ora controllava quasi tutto il Nagorno-Karabach e anche una zona cuscinetto tra l’Armenia e l’ex provincia autonoma azera, il Paese era ormai allo stremo[ix]. Negli anni successivi, comunque, l’Armenia visse una sostanziale ripresa economica, soprattutto grazie al sostegno della Russia e della diaspora.

Negli anni Novanta i rapporti tra Turchia e Armenia rimasero molto tesi. Uno dei maggiori motivi di contrasto riguardava la costruzione dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), del metanodotto Baku-Tbilisi-Erzurum e della linea ferroviaria Kars-Tbilisi-Baku. Si tratta di vie di comunicazione che collegano la Turchia e l’Azerbaigian passando per la Georgia, e non per un’Armenia che pur si trova lungo la via più diretta, e per questo furono aspramente contestati da Erevan[x]. Da notare che il dirottamento attraverso la Georgia di queste vie di trasporto è dovuto proprio alla continua chiusura dei confini turco-armeni. L’Armenia, inoltre, non ha mai riconosciuto ufficialmente il Trattato di Kars, e sebbene non abbia mai avanzato rivendicazioni ufficiali nei confronti della Turchia, e anzi l’ex Ministro degli Esteri Vardan Oskanyan abbia a suo tempo affermato che “l’Armenia accetta il trattato di Kars”, tanto la Dichiarazione di Indipendenza quanto la Costituzione armena chiamano “Armenia Occidentale” i territori di Kars e di Ardahan[xi]. La Turchia, dal canto suo, oltre a continuare a sostenere l’Azerbaigian sulla questione Karabach, critica la campagna per il riconoscimento del genocidio armeno portata avanti dalle autorità di Erevan e dagli esponenti della diaspora. Un motivo di controversie è poi la questione della centrale nucleare di Metsamor, situata in Armenia a 17 chilometri dal confine turco. Chiuso a seguito del terremoto del 1988 e riaperto negli anni Novanta per ovviare alla scarsità di energia a seguito del blocco turco-azero, l’impianto è obsoleto e si trova sulla lista nera dell’Unione Europea assieme ad altre tre centrali in Bulgaria. Un’eventuale catastrofe, a detta di un docente dell’Università di Ferrara, coinvolgerebbe Turchia, Georgia e Armenia[xii].

L’ascesa del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) nel 2002 è stata seguita da importanti schiarite nei rapporti tra Turchia e Armenia. L’azione del governo di Erdoğan si è contraddistinta per un parziale superamento dell’eredità kemalista tanto attraverso il miglioramento delle relazioni con le principali minoranze etniche e religiose del Paese, quanto per mezzo di una politica estera finalizzata all’instaurazione di relazioni produttive con i propri vicini di casa (la cosiddetta zero problem) e alla creazione di una sua sfera di influenza nei territori un tempo parti dell’Impero Ottomano (neo-ottomanismo). Il Paese non ha comunque abbandonato l’obiettivo di entrare nell’Unione Europea, e paradossalmente l’attuale Turchia moderatamente islamista e imperiale è sotto vari aspetti più “europea” di quella rigidamente nazionalista degli scorsi decenni.

Sul primo fronte va registrato un certo recupero dell’identità culturale degli Armeni residenti in Turchia. Molte testimonianze della millenaria presenza armena nella Penisola Anatolica, dopo decenni di abbandono, sono state oggetto di restauro. Una tra queste è la Cattedrale della Santa Croce, risalente al X secolo e situata in un’isola sul lago Van, che nei primi anni Duemila è stata sottoposta a un rigoroso restauro e nel 2010 riaperta al culto, sebbene per solo un giorno all’anno[xiii]. L’anno dopo, nella non lontana Diyarbakır, la Chiesa di San Ciriaco (Surp Giragos), anch’essa molto antica, è diventata il primo edificio permanentemente aperto al culto armeno dai tempi del Grande Male. In futuro una parte dell’edificio ospiterà un museo armeno[xiv]. Si tratta di gesti piccoli ma notevoli dal punto di vista simbolico, così come simbolicamente notevoli sono state le massicce proteste seguite all’assassinio del giornalista turco di etnia armena Hrant Dink, direttore di Agos, il settimanale della comunità armena costantinopolitana. Il giornalista, pur non dimentico del Grande Male e delle discriminazioni subite dagli Armeni nell’immediato periodo repubblicano, era comunque fautore di una riconciliazione tra Turchi e Armeni. Il suo omicidio ad opera di un ultranazionalista si è rivelato un boomerang: il 24 gennaio 2007, il giorno dei suoi funerali, oltre centomila persone sfilarono per le strade di Istanbul al grido di “Siamo tutti Armeni” e protestando contro il famigerato Articolo 301[xv], in virtù del quale lo stesso Dink era stato condannato per aver “insultato la turchicità” pochi mesi prima del suo assassinio[xvi].

Il sacrificio di Hrant Dink ha senza dubbio costituito uno spartiacque nelle relazioni tra Turchia e Armenia. Sebbene parlare di “genocidio” resta un tabù e il governo continua a negare l’esistenza di un piano per sterminare gli Armeni dell’Anatolia, la coscienza storica dei Turchi sul tema sta aumentando, e il 24 aprile, data di inizio delle deportazioni degli Armeni, viene oggi commemorato nelle principali città turche[xvii]. Sul fronte dei rapporti con l’Armenia, poi, si sono registrate delle forti schiarite. Nel 2008 il Presidente turco Abdullah Gül è stato il primo politico turco di alto livello a visitare l’Armenia, in occasione dell’incontro tra Turchia e Armenia per le qualificazioni per i Mondiali del 2010, e l’anno dopo Ankara e Erevan hanno firmato un memorandum d’intesa per la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. La road map prevedeva concessioni da entrambe le parti: la Turchia avrebbe rinunciato a vincolare la normalizzazione dei rapporti col suo vicino armeno alla restituzione del Karabach all’Azerbaigian, e Erevan, in cambio, avrebbe riconosciuto il Trattato di Kars e rinunciato alla sua campagna internazionale per il riconoscimento del genocidio armeno, acconsentendo alla creazione di una commissione turco-armena per lo studio della questione[xviii].

Il protocollo d’intesa, però, è sostanzialmente rimasto sulla carta, e gli anni successivi sono stati caratterizzati da un sostanziale peggioramento dei rapporti tra i due Paesi. Nel 2010 il Parlamento armeno ha sospeso la ratifica del protocollo d’intesa, dopo che la controparte turca aveva nuovamente vincolato la stessa alla risoluzione della disputa sul Nagorno-Karabach[xix], e nel giugno del 2013 il Procuratore Generale di Erevan è giunto a chiedere la restituzione dei territori ceduti alla Turchia a seguito del Trattato di Kars, delle Chiese armene situate in territorio turco e compensazioni per i discendenti delle vittime del Genocidio[xx]. Dichiarazioni che però non hanno realmente compromesso un processo di distensione che sembra irreversibile, come dimostrato dalle recenti dichiarazioni di Davutoğlu.

Un’eventuale normalizzazione delle relazioni turco-armene produrrebbe vantaggi soprattutto a Erevan. La mai realmente terminata guerra con l’Azerbaigian e il costante blocco turco fanno dell’Armenia un Paese parzialmente isolato. Gli unici collegamenti via terra col resto del mondo passano attraverso la Georgia e l’Iran, e anche qui non mancano i limiti: nel primo caso la chiusura dei confini tra Russia e Georgia, nel secondo la natura aspra e accidentata della regione di confine tra Armenia e Iran. La strada che congiunge i due Paesi non è propriamente l’Autostrada del Brennero, e la costruzione della linea ferroviaria tra i due Paesi, che pure sta suscitando un certo interesse da parte di società russe, iraniane e cinesi, è ancora in fase di appalto[xxi]. L’Armenia, quindi, trarrebbe benefici notevoli dall’eventuale riapertura dei confini con la Turchia, sia in quanto le consentirebbe un accesso più rapido ai mercati di Russia ed Europa, sia perché così potrebbe ridurre la sua forte dipendenza da Mosca. Un altro stimolo per l’Armenia a ristabilire piene relazioni con la Turchia viene dall’immigrazione. Oggi in Turchia vivono 170.000 Armeni etnici, e se settantamila sono i reduci del Grande Male e della diaspora che sono rimasti in Turchia e hanno ottenuto la cittadinanza turca, gli altri sono immigrati irregolari, perlopiù donne impiegate come domestiche e badanti. La loro presenza nella Turchia del boom economico è sostanzialmente accettata, ma la loro posizione li rende facilmente strumentalizzabili, come dimostrano le dichiarazioni con cui, nel 2010, il premier turco Erdoğan ha minacciato di rimpatriare gli irregolari qualora l’Armenia avesse continuato la sua campagna per il riconoscimento del Genocidio Armeno[xxii]. Le tensioni, però, si sono successivamente stemperate, e nel 2011 i circa mille figli degli immigrati irregolari hanno ottenuto il permesso di frequentare le scuole in lingua armena del Paese della Mezzaluna[xxiii]. Infine c’è la questione degli scambi commerciali: se il mercato armeno è sostanzialmente aperto ai produttori turchi, che nel 2008 hanno esportato verso l’Armenia beni dal valore complessivo di 260 milioni di dollari, in Turchia le merci armene sono sottoposte ad embargo, e questo proprio mentre l’economia turca sta vivendo una fase di forte crescita economica[xxiv].

Per la Turchia, però, i benefici sono tutt’altro che irrilevanti. Questi riguardano soprattutto l’arena internazionale: due dei maggiori prerequisiti posti dall’UE per l’ammissione della Turchia, infatti, sono la normalizzazione dei rapporti con l’Armenia e il riconoscimento del Genocidio del 1915. La pacificazione turco-armena, inoltre, contribuirebbe non poco alla stabilizzazione di una regione tradizionalmente turbolenta come il Caucaso, e non è un caso che la Guerra in Georgia del 2008 abbia dato un forte impulso alla normalizzazione. Ma anche i benefici di carattere economico non sono da sottovalutare. Per comprenderlo basta andare a Kars, una città di provincia nei pressi del confine con Georgia e Armenia. Un tempo una delle città più aperte della Turchia, i cui abitanti (o almeno i più abbienti) avevano ereditato dalla passata dominazione russa la passione per il balletto e le cene a base di caviale e champagne, oggi però spicca per la sua povertà. La rivitalizzazione della città passa attraverso la riapertura dei confini, e una delle maggiori opportunità è offerta dal turismo armeno, in particolare di quello della diaspora. Non lontano da Kars, sul lato turco del fiume che segna il confine del Paese con l’Armenia, si trovano infatti le rovine di Ani, una potenziale mecca per i circa duecentomila Armeni della diaspora che ogni anno si recano nella loro terra ancestrale. Per raggiungere il sito dall’Armenia, però, è necessario un lungo viaggio attraverso la Georgia, e ciò è chiaramente una grossa ipoteca nei confronti dello sviluppo turistico dell’area. Secondo l’ex sindaco di Kars Naif Alibeyoğlu, però, le opportunità non si limitano ai milioni di dollari di nuovi introiti: i turisti, infatti, “conoscerebbero dei Turchi e scoprirebbero che non sono malvagi come immaginavano”[xxv]. Aprendo quindi nuovi spiragli di pace.

Malauguratamente, però, gli uomini non sono fatti di sola ragione, e per quanto Turchia e Armenia possano impegnarsi è difficile che, almeno sul breve termine, le ragioni pragmatiche possano avere la meglio su quelle emotive. Tanto il genocidio, quanto la disputa del Karabach hanno una forte valenza emotiva, e non c’è da stupirsi se i nazionalisti di entrambe le parti abbiano espresso forti accuse ai loro governi a seguito dell’Accordo del 2009. L’orgoglio turco porta a respingere le accuse di genocidio e ad affermare che gli Azeri del Karabach sono stati vittime di un “genocidio”, quando il termine giusto sarebbe al più “pulizia etnica”[xxvi]. Il rancore armeno, a sua volta, rende spesso oggetto di critica anche chi fa un semplice viaggio in Turchia[xxvii]. Per quest’ultima, poi, c’è l’ostacolo dell’apparato militare, da sempre massimo difensore dei valori kemalisti e quindi, tra le tante cose, particolarmente ostile verso il revisionismo storico e la conciliazione con le minoranze, siano esse i Curdi o ciò che resta delle antiche comunità cristiane. Significativo, sotto questo punto di vista, è il caso dell’organizzazione segreta Ergenekon (dal nome della leggendaria montagna da cui provengono i popoli altaici), responsabile di una serie di omicidi, tra cui quello di Hrant Dink, e di denunce e di minacce ad una serie di personalità che avevano “insultato la turchicità”, ossia parlato apertamente del Genocidio o della condizione delle minoranze. Nell’agosto 2013 i membri dell’organizzazione hanno subito severe pene detentive, e i suoi capi condannati all’ergastolo[xxviii]. Questi atti, però, saranno destinati a ripetersi se non si chiudessero una volta per tutte le porte al nazionalismo, e ciò è di gran lunga più difficile che non mettere dietro le sbarre i membri di un’organizzazione eversiva.

Resta da capire chi vincerà la sfida, che sembra essere quella della resistenza ad oltranza. Oggi i punti di forza della Turchia sono un’economia in costante crescita, una certa solidarietà da parte dei Paesi islamici e gli interessi strategici dell’Occidente, sia quelli legati agli idrocarburi sia il contenimento della rinascente Russia e dell’islamismo radicale; l’Armenia, invece, può contare sulla solida alleanza con la Russia, su un’influente diaspora e sulla solidarietà da parte di molti intellettuali occidentali. Sarà innanzi tutto la geopolitica, quindi, a stabilire se e come i due Paesi ristabiliranno normali relazioni.




[iii] Le Chiese ortodosse orientali (dette anche Chiese orientali antiche per evitare confusioni con la Chiesa Ortodossa propriamente detta) sono quelle Chiese che riconoscono soltanto la validità dei primi tre concili ecumenici. Esse sono, nello specifico, la Chiesa Ortodossa Assira, la Chiesa Apostolica Armena e le Chiese Copte egiziane ed etiopi.

[v] D. Hiro, Inside Central Asia, Overlook Duckworth, New York/Londra 2011, p. 70.

[ix] S.P. Huntington, Lo Scontro delle Civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale, Garzanti, Milano 2000, p. 444.

[xv] L’Articolo 301 è un articolo del Codice Penale turco che prevede pene detentive fino a tre anni per chiunque offenda pubblicamente la turchicità, le istituzioni turche o le maggiori cariche dello Stato. L’articolo è stato usato diverse volte per mettere sotto accusa chi parlava pubblicamente di “genocidio” armeno (tra i casi celebri, oltre a quello di Hrant Dink, vanno ricordati il Premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk e la scrittrice Elif Şafak). Nel 2008, però, l’articolo è stato fortemente mitigato sostituendo “turchicità” con “nazione turca” e introducendo l’obbligo dell’approvazione del Ministro della Giustizia.


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Giuseppe Cappelluti, nato a Monopoli (Bari) nel 1989, vive e lavora in Turchia. Laureato magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale presso l’Università degli Studi di Bergamo, ha conseguito la laurea triennale in Scienze della Mediazione Interculturale presso l’Università degli Studi di Bari. Dopo aver trascorso periodi di studio presso l’Università di Tartu (Estonia) e a Petrozavodsk (Russia), nel 2016 ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali d’Impresa Italia-Russia presso l’Università di Bologna. Dal 2013 ha pubblicato numerosi articoli su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e nel relativo sito informatico. Suoi contributi sono apparsi anche su “Fond Gorčakova” (Russia), “Planet360.info” (Italia), “Geopolityka” (Polonia) e “IRIB” (oggi “Parstoday”, Iran).