L’abbattimento e la successiva decapitazione della statua di Lenin che troneggiava in viale Shevchenko, a Kiev, simboleggiano il culmine del conflitto civile a bassa intensità che da diverse settimane scuote l’Ucraina, Paese che fino a pochi decenni fa costituiva il granaio, nonché una regione strategicamente cruciale dell’Unione Sovietica.

 

Lenin rappresenta, nell’immaginario collettivo di almeno una parte dei manifestanti, la storica egemonia russa sull’Europa orientale, che nel 1917 determinò la capitolazione della resistenza menscevica impedendo l’indipendenza ucraina dalla nascente Unione Sovietica.

Si tratta indubbiamente del punto di vista condiviso delle frange cattoliche residenti nelle zone occidentali del Paese, che subiscono l’influenza culturale polacca e si pongono in netto antagonismo rispetto alla Russia, qualificata come storica potenza imperialistica responsabile di decenni di oppressione.

Tale orientamento politico trova l’opposizione frontale esercitata dalle corpose e preponderanti componenti russofone e ortodosse residenti nelle regioni più orientali, secondo le quali la naturale collocazione strategica dell’Ucraina, specialmente alla luce delle evidentissime affinità etno-culturali,  sia a fianco di Mosca. Esse considerano l’indipendenza nazionale alla stregua di una secessione forzata, che priverebbe lo spazio spirituale e geopolitico russo di una fondamentale ed imprescindibile componente.

L’evidente, inconciliabile discordanza tra le parti in conflitto rispecchia quindi la differente opinione che gli ucraini hanno riguardo al genere di rapporto che Kiev dovrebbe stringere con Mosca. Il che significa che la stessa definizione di identità nazionale elaborata tanto dai russofobi quanto dai russofili scaturisce da una diversa visione della Russia, e nasce proprio in contrapposizione ad essa. Il presunto anelito “europeista” che la maggior parte degli osservatori internazionali ritiene sia alla base delle sommosse non è altro che un semplice riflesso di questa profonda spaccatura, e il rinvio a tempo indeterminato della firma relativa all’associazione dell’Ucraina all’Unione Europea l’evento catalizzatore.

Non deve pertanto stupire che i responsabili materiali della decapitazione della statua di Lenin militino tra le fila della fazione ultra-reazionaria Svoboda, la quale, con i suoi armati e agguerriti esponenti, funge da punta di lancia e braccio violento del variegato e disomogeneo raggruppamento che si oppone al processo di avvicinamento alla Russia in atto da anni con il patrocinio del presidente Viktor Yanukovich.

Fin dai tempi in cui ricopriva la carica di primo ministro, Yanukovich, proveniente dai ranghi della vecchia industria pesante che sorgeva nelle zone orientali dell’Ucraina (fortemente dipendenti dagli approvvigionamenti energetici russi), aveva assecondato il disegno eurasiatico elaborato dal presidente russo Vladimir Putin avviando una politica di apertura nei confronti di Mosca che aveva permesso a Kiev di capitalizzare significativi successi in ambito economico (a partire dal primo aumento salariale e pensionistico dai tempi del collasso dell’Unione Sovietica). Ma le oscillazioni filo-russe, aggravate dal rifiuto opposto dal binomio Kuchma (allora presidente ucraino ed ex membro dell’esercito sovietico)-Yanukovich alla richiesta inoltrata da diverse compagnie petrolifere occidentali (Chevron in primis), nell’ambito di un progetto relativo alla realizzazione di un condotto che avrebbe dovuto attraversare per oltre 1.000 km il fondale del Mar Nero (collegando il porto georgiano di Supsa allo snodo ucraino di Odessa, proseguendo fino ai terminali polacchi di Gdansk, sul Mar Baltico), spinsero gli Stati Uniti e i loro alleati a finanziare la cosiddetta “rivoluzione arancione”, che determinò l’ascesa dei candidati filo-occidentali Viktor Yushenko alla presidenza e Yulia Tymoshenko ai vertici del governo, i quali accolsero immediatamente le richieste delle compagnie petrolifere occidentali e inaugurarono una politica decisamente ostile nei confronti alla Russia, il cui culmine è rappresentato dall’avviamento dell’iter burocratico propedeutico all’entrata dell’Ucraina nella NATO.

Molti dei manifestanti che attualmente guidano le proteste contro il governo di Kiev provengono da quella classe sociale giovane, nazionalista ed animata da marcati sentimenti anti-russi i cui orientamenti politici erano stati indirizzati verso tendenze anti-russe dalla miriade di Organizzazioni Non Governative (Open Society, Albert Einstein Institute, National Endownment for Democracy, Konrad Adeanuer Fondation, Friedrich Ebert Foundation ecc.) che nel 2004, alla vigilia della “rivoluzione arancione”, aveva fatto irruzione nello scenario ucraino acquistando giornali e canali televisivi in conformità alle direttive contenute all’interno del celeberrimo “manuale Sharp”.

A differenza da allora, tuttavia, altri elementi assai concreti hanno concorso ad alimentare la protesta. La gravità della crisi economica, il dissesto dei conti pubblici e l’avidità crescente di una classe dirigente composta da elementi che non hanno indugiato a sfruttare la politica per il conseguimento dei propri interessi personali – economici nel caso di Yulia Tymoshenko, di immagine nel caso di Vitaly Klitschko – sono elementi nient’affatto trascurabili, che potrebbero dimostrare un certo livello di spontaneità nell’economia del conflitto attualmente in atto, ma il nodo gordiano riguarda comunque la posizione da tenere nei confronti di Mosca.

Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno espresso piena “solidarietà” ai manifestanti mentre Putin ha paragonato le dimostrazioni ai pogrom. I Paesi del “vecchio continente” e la stessa Unione Europea hanno finora evitato di cavalcare la russofobia ben radicata in Europa orientale anteponendo le proprie necessità energetiche. E’ probabile che l’Europa abbia compreso l’entità della posta in gioco, perché quando in gioco ci sono gli equilibri dell’Europa orientale viene automaticamente tirata in ballo la questione energetica.

Nel 2008, il binomio Yushenko-Tymoshenko si rese protagonista di una serie di scontri diplomatici piuttosto duri con la Russia, opponendo un cospicuo aumento delle tasse derivanti dal transito del gas russo (royalty) attraverso il corridoio energetico ucraino alla pretesa della Gazprom – avanzata nel periodo in cui voci insistenti accreditavano l’ipotesi dell’entrata dell’Ucraina nella NATO – di portare il prezzo del gas destinato all’Ucraina ai normali livelli di mercato. La diatriba tra i due Paesi si protrasse per diversi anni e culminò nel gennaio 2009, in perfetta corrispondenza temporale con la scadenza stabilita nel contratto che regolava i termini del transito, quando Gazprom decise di interrompere il flusso di gas destinato all’Europa. Questa mossa strategica sorti il duplice effetto di aiutare gli europei a comprendere appieno l’urgenza di individuare vie di approvvigionamento energetico stabili ed indipendenti dalle turbolenze interne ai singoli Paesi (a ciò è dovuta la costruzione dei due gasdotti Nord Stream e South Stream) e di provocare una pesante crisi economica in Ucraina, che favorì il crollo politico di Yushenko e il fallimento della “rivoluzione arancione”. Una volta tornato al potere, Yanukovich avviò una politica di conciliazione nei confronti del Cremlino che permise all’Ucraina di usufruire del 30% di sconto sulle forniture di gas russo (in cambio di una serie di concessioni economiche e militari a Mosca) e all’Europa di ricevere in maniera stabile le necessarie forniture energetiche. Ciò spiega il malcelato sollievo con cui i leader di alcuni Paesi europei fortemente dipendenti dalle importazioni russe hanno accolto il “rifiuto” di Yanukovich: lo scoppio di una nuova crisi tra Russia e Ucraina analoga a quella del 2009 comporterebbe una destabilizzazione generalizzata che si ripercuoterebbe pesantemente anche in Europa. Tali leader sono consapevoli che l’Unione Europea, colpita massicciamente dalla crisi economica, non dispone di alcuna ancora di salvezza da offrire all’Ucraina, mentre la Russia può agevolmente attingere ai propri fondi sovrani per proporre un prestito speciale o un ulteriore sconto sul prezzo del gas naturale per sventare il pericolo della bancarotta nazionale. In cambio, il Cremlino potrebbe verosimilmente richiedere l’adesione dell’Ucraina all’Unione Doganale (che attualmente comprende Bielorussia e Kazakistan).

La principale leva attraverso cui Putin sta riuscendo a ridisegnare gli equilibri geopolitici regionali è quindi quella energetica, e non potrebbe essere altrettanto, vista e considerata la ricchezza di idrocarburi di cui gode la Russia. Per cui, per quanto soverchiante sia il peso che i fattori storici e culturali esercitano sui precari equilibri che sorreggono l’Europa orientale, l’unico elemento capace di produrre un’autentica svolta è rappresentato dall’energia. Con questa dura realtà geopolitica dovranno ben presto fare i conti anche la Polonia, la Moldova e i Paesi Baltici, i quali hanno reagito con sdegno al “dietrofront” di Kiev poiché da anni premono per allargare il fronte occidentale attraverso l’ampliamento verso Est dell’Unione Europea e della NATO, in conformità alla loro marcata ostilità nei confronti della Russia. In passato, questa ostilità aveva portato alla sottoscrizione, verso l’inizio della primavera del 1999 (in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione della NATO presso l’Andrew Mellon Auditorium di Washington), dell’accordo di mutua assistenza militare GUUAM da parte dei  capi di Stato di Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaijan e Moldova, in base al quale «Moldova e Ucraina mettono a disposizione il proprio territorio per la costruzione di condutture energetiche» (1). In quell’occasione, Georgia, Uzbekistan ed Azerbaijan annunciarono l’abbandono del Commonwealth of Indipendent States (il patto militare atto a regolare la cooperazione militare tra le ex repubbliche sovietiche sotto l’ombrello di Mosca), mentre l’Uzbekistan concesse agli Stati Uniti il diritto di installare una enorme base militare nel proprio territorio.

Mentre questi ex satelliti del Cremlino cercano o hanno cercato di recidere il legame con la Russia attraverso il trasferimento nel campo occidentale, Mosca continua a prodigarsi per ripristinare e consolidare le proprie storiche aree di influenza, conseguendo successi di rilievo. L’Ucraina, Paese che il grande scrittore russo Nikolaj Vasilevich Gogol amava definire “piccola Russia” (Malorossiya), sembra essere uno di questi.

 

 

NOTE

 

1) “Financial Times”, 6 maggio 1999.

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