Federico Dal Cortivo per Europeanphonix intervista lo storico italiano Stefano Fabei

La chiamano scontro di civiltà, lotta al terrorismo, esportazione della democrazia; è sotto gli occhi di tutti che è in atto da qualche tempo un attacco contro le principali nazioni del Vicino Oriente da parte delle forze politiche filoatlantiche che sono alla guida dei principali Stati europei. Questi ultimi, che rispondono a precisi interessi di Washington e del suo fedele alleato israeliano, sono già presenti in forze nel teatro mediorientale e, dopo aver attaccato la Libia, ora tengono sotto pressione la Siria e l’Iran; eppure ci fu un tempo in cui i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo parvero incanalarsi verso un’alleanza militare e politica che poteva segnare le sorti dell’intera regione e che potrebbe ripresentarsi anche in un prossimo futuro, se gli europei lo vorranno. Ne abbiamo parlato con il prof. Stefano Fabei, storico italiano che si è spesso interessato alla storia dei rapporti tra Europa a Vicino Oriente.


 

D: Prof. Fabei, nei suoi importanti saggi «Il fascio, la svastica e la mezzaluna», «La  “legione straniera” di Mussolini», «Les arabes de France sous le drapeau du Reich», «Mussolini e la resistenza palestinese», e «Una vita per la Palestina, storia del Gran Mufti di Gerusalemme», lei apre uno squarcio su quelli che si possono  definire gli stretti rapporti tra i vari movimenti di resistenza e di liberazione araba contro la Gran Bretagna e la Francia, e l’Italia e la Germania dell’epoca. Ci può illustrare, per i nostri lettori, innanzitutto il contesto storico e geopolitico in cui si andavano formando tali alleanze?

 

R: Premetto che le mie ricerche hanno avuto, e hanno tuttora per oggetto momenti e fatti che la storiografia ufficiale ha volutamente ignorato perché scomodi, e quindi sgraditi, a quanti ritengono la storia uno strumento di propaganda politica più che una disciplina scientifica. Per una storiografia finalizzata a rappresentare i fascismi solo e soltanto come il «male assoluto», parlare di relazioni tra le «incarnazioni politiche statali» di quest’ultimo e i movimenti di liberazione del Terzo Mondo è pura blasfemia. Ciononostante, indipendentemente dal fatto che turbino la sensibilità di qualcuno o che mettano in dubbio verità ritenute indiscutibili, certe pagine di storia vanno scritte e analizzate.

Accettare gli schemi preconcetti condizionati dalle dicotomie assurte nel secondo dopoguerra a valore di dogma (destra/sinistra, razzismo/antirazzismo, colonialismo/terzomondismo, eccetera) e limitarsi a essi, significa faticare non poco a spiegare un complesso rapporto, spesso contraddittorio, caratterizzato da luci e ombre, talvolta entusiasta e sincero. Questo rapporto vide protagonisti personaggi e situazioni che animarono una tempèrie per la quale, con il senno di poi, è stata coniata da storici più interessati a fornire materiale utile alla cronaca mediorientale piuttosto che al servizio della Verità, l’ingenerosa, inappropriata e fuorviante espressione di «filofascismo arabo». Certamente, tanto la parte fascista quanto quella arabo-musulmana – da considerare nella loro complessità e da non ridurre a blocchi monolitici – perseguivano obiettivi di fondo diversi, ma è sulla via del loro raggiungimento che si trovarono a percorrere in compagnia alcuni tratti di strada.

Il contesto storico e geopolitico in cui si svilupparono i rapporti tra l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler da una parte, e i movimenti di liberazione dell’area arabo-islamica dall’altra, è quello determinatosi con la fine della Prima guerra mondiale, quando Francia e Gran Bretagna, senza tenere in alcun conto le aspirazioni dei popoli soprattutto dell’ex impero ottomano cui peraltro avevano promesso libertà, indipendenza e autodeterminazione, provvidero a dividersi secondo interessi puramente colonialistici il Nord Africa e il Medio Oriente, imponendo al vertice degli Stati dell’area uomini a loro asserviti e creando nel cuore del mondo arabo un Focolare nazionale ebraico percepito da arabi e musulmani come un corpo estraneo.

D: Quali erano i principali sostenitori in Italia e Germania dei movimenti di liberazione arabi? E perché questa comunanza di obiettivi?

 

R: Palazzo Chigi e la Wilhelmstrasse, i ministeri degli Esteri italiano e tedesco, furono, proprio in quanto tali, gli ambienti in cui si sviluppò un particolare tipo di sensibilità nei confronti dei movimenti di liberazione arabi e islamici, in lotta contro Francia e Gran Bretagna, potenze concorrenti dell’Italia nel bacino del Mediterraneo e nel Vicino Oriente, ma non solo. Nelle componenti rivoluzionarie e «di sinistra» sia del fascismo sia del nazionalsocialismo ci furono, fin dalle origini, una forte avversione nei confronti delle demoplutocrazie di Parigi e Londra e una altrettanto forte simpatia verso i movimenti di liberazione antibritannici e antifrancesi.

 

 

D: Sul fronte arabo, pur con le dovute differenze, il fine era il medesimo: liberarsi definitivamente dal giogo coloniale britannico e francese. Chi erano i maggiori movimenti di liberazione in campo? Quale fu il loro seguito tra le popolazioni arabe?

 

R: La tipologia di questi movimenti, che perseguivano, come ha detto lei, il comune obiettivo dell’indipendenza, era diversificata: alcuni erano a forte ispirazione religiosa, come la Fratellanza musulmana (Jama‛at al-Ikhwān al-muslimīn) fondata in Egitto da Ḥasan al-Bannā’ e i mujâhidîn delle brigate dello sceicco ‘Izz al-Dîn al-Qassâm in Palestina; altri erano nazionalisti laici. Al fascismo come modello guardavano, seppur in modo confuso, movimenti come il Partito del Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ) di Ahmad Husayn, le Falangi Libanesi (al-Katâ’ib al-Lubnâniyya) di Pierre Jumayyûl, organizzazioni come le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ’) e le Camicie Azzurre (al-Qumsân az-Zarqâ’), entrambe egiziane, nonché varie associazioni scoutistiche (al-Jawwâla). In altri casi, invece, il motivo ispiratore era costituito dal nazionalsocialismo: citiamo il Partito Nazionale Sociale Siriano (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ’î) di Antwân Sa’âda, le Camicie di Ferro (al-Qumsân al-Hadîdiyya) a Damasco e ad Aleppo, l’irachena al-Futuwwa, la cui etica traeva origine da quella degli ordini cavallereschi del medioevo islamico.

Alcuni di questi movimenti godettero di un significativo seguito, soprattutto tra giovani, studenti, intellettuali e militari. Il Partito del Giovane Egitto, le Falangi Libanesi e il Partito Nazionale Sociale Siriano sopravvissero alla Seconda guerra mondiale e continuarono a svolgere attività politica in un contesto diverso che gli impose di cambiare nome e simboli. Altri cessarono di esistere e i loro militanti andarono a far parte di movimenti di ispirazione religiosa come la Fratellanza musulmana; altri ancora confluirono in nuovi soggetti politici di ispirazione nazionale e socialista come il Ba’th o come i partiti di tendenze panarabiste e nasseriane.

 

 

D: Prof. Fabei, ci parli delle principali figure della resistenza araba che collaborarono o guardarono con simpatia alle potenze dell’Asse, e in particolare di quella che a tutt’oggi viene indicata come un emblema della lotta di liberazione del Vicino Oriente, il Gran Mufti di Gerusalemme, su cui lei scrive che «… non c’è quasi nulla della dottrina dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e nella Carta del Consiglio Nazionale Palestinese che non sia stato già concepito da lui o da lui, indirettamente, ispirato».

 

R: Tra gli interlocutori arabi di spicco che privilegiarono l’alleanza – più pragmatica che ideologica – tra il fascismo e l’Islàm, mal riponendo tra l’altro le loro speranze in un altrettanto netto rifiuto dell’entità sionista che a rilento, ma in modo inarrestabile, andava costituendosi in Palestina, ricordiamo innanzitutto il Gran muftî di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî, fautore di un’impostazione arabo-islamica, e non strettamente nazionale, della lotta di liberazione del Dâr al-Islàm dalle ingerenze straniere. Egli, insieme a Rashîd ‘Alî al-Gailânî, l’ex Primo ministro iracheno, protagonista nel 1941 del tentativo di cacciare gli inglesi dal proprio Paese, trovò asilo durante la guerra a Roma e a Berlino, con le quali entrambi i leader collaborarono attivamente. Presto, però, i rapporti tra i due si deteriorarono determinando un contrasto e un progressivo distacco che non permise loro di tradurre in fatti concreti tutte le iniziative politiche e militari progettate al fianco dell’Asse.

Il nazionalismo di Rashîd ‘Alî era una cosa ben diversa dalla concezione politica cui s’ispirava il Gran muftî: si collocava in una dimensione geopolitica più ristretta, nei limiti dello Stato prospettato dallo sceriffo della Mecca Husayn piuttosto che in una visione panarabistica e tantomeno panislamica. Laico e molto realista, al-Gailânî era un nazionalista iracheno, lontano dalla visione panarabistica cui aderiva il muftî che con l’ingresso del Giappone nel conflitto era approdato addirittura a una dimensione panislamica. In quel momento, in effetti, la liberazione dei musulmani del subcontinente indiano sembrava potersi tradurre in realtà e aprire nuovi scenari.

Per il Gran muftî quello che sarebbe nato dall’unione, garantita e proclamata da Mussolini e Hitler, di Iraq, Siria, Palestina e Transgiordania, avrebbe dovuto essere uno Stato teocratico governato, secondo le leggi della Shariâh e della tradizione musulmana, da una guida religiosa, il punto di riferimento che era venuto a mancare con la fine del califfato ottomano. Per al-Gailânî, invece, tale Stato, in cui Baghdad avrebbe avuto un ruolo preminente, si sarebbe caratterizzato per la sua struttura laica. Finita la Seconda guerra mondiale, entrambi continuarono la propria lotta in Iraq e in Palestina, dove il muftî seguitò a essere per alcuni anni il simbolo della resistenza al sionismo e il punto di riferimento della leadership palestinese, fino alla creazione dell’OLP.

Oltre a loro, molti altri politici arabi e musulmani guardarono con simpatia all’Asse. Tra gli altri ricorderemo l’emiro druso Shakîb Arslân, uno dei principali esponenti della corrente riformista della salafiyya che a Ginevra dirigeva «La Nation Arabe», e Muhammad Iqbâl, il padre spirituale del Pakistan, il quale ebbe parole d’elogio per l’apertura nei confronti dell’Asia suggellata da Mussolini con il discorso del 18 marzo 1934 sull’espansione pacifica dell’Italia in Oriente. Altri esponenti della lotta di liberazione araba che trovarono asilo politico nei Paesi dell’Asse – una settantina circa tra asiatici e africani – furono gli egiziani Mansur Da’ûd e al-Tayeb Nâser, presidente della società Misr (Egitto) in Europa, il leader desturiano Habîb Thâmer e il più noto Habîb Bourghiba, entrambi tunisini.

 

 

D: Anche in Iran negli anni Trenta molti guardarono all’Europa alla ricerca di validi alleati alla causa musulmana. Ci può  illustrare i rapporti tra le potenze dell’Asse e l’Iran?

 

R: L’ostilità dei persiani verso russi e inglesi, che nell’agosto del 1941 avrebbero di comune accordo invaso l’Iran, la fiaccola dell’orgoglio nazionale iranico e di quello islamico contribuirono negli anni Trenta a far sì che molti in quel Paese si rivolgessero ammirati a Berlino e a Roma: non erano solo coloro che si consideravano i custodi dell’arianità del popolo persiano o nazionalsocialisti, il movimento Melliyoun-I-Iran ad esempio, ma anche molti dignitari sciiti e uomini politici, come Habibullâh Nobakht, che nei loro discorsi mescolavano spesso nazionalismo, ostilità nei confronti degli ebrei e «integralismo islamico».

Fin dall’autunno del 1939, poco dopo l’inizio della guerra, Teheran aveva dichiarato la propria neutralità. Loshâh Reza Pahlavi, che era riuscito a neutralizzare le interferenze russe e inglesi negli affari interni del Paese e aveva stipulato importanti accordi d’aiuto commerciale con la Germania, annunciò l’intenzione di mantenere rapporti amichevoli con tutte le grandi potenze, ma ciò non impedì un’invasione che, dopo le guerre in Iraq e Siria della primavera del 1941, doveva nei piani di Churchill e Stalin impedire che Hitler potesse attingere ai campi petroliferi persiani, fattore bellico di primaria importanza. Per Churchill la necessità di mandare munizioni e rifornimenti d’ogni tipo all’URSS e l’estrema difficoltà della rotta artica, nonché le future scelte strategiche, rendevano utile una via di comunicazione con la Russia attraverso la Persia. Pertanto, l’invasione anglo-sovietica dell’agosto del 1941, sebbene rappresentasse un’indubbia violazione della sovranità di uno Stato neutrale, non fu certo una sorpresa per nessuno e tanto meno per lo stesso shâh.

Per più di cento anni, con la sola eccezione dei venti anni di regno Pahlavi, la Persia era stata dilaniata dagli opposti interessi di Gran Bretagna e Russia. Quando questi interessi si vennero a combinare, come accadde allorché Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica, la posizione strategica della Persia assunse un’importanza vitale sia per gli Alleati sia per l’Asse. Da una parte o dall’altra l’invasione era inevitabile: o immediatamente, da parte di Russia e Inghilterra, appena alleatesi e desiderose di assicurarsi il controllo di una vitale direttrice di rifornimento dal Golfo Persico al Mar Caspio, o in seguito, e sicuramente in maniera pacifica, da parte dei tedeschi che, occupando il Paese dopo aver attraversato il Caucaso, avrebbero potuto minacciare le retrovie sovietiche e collocare le forze dell’Asse a cavallo delle rotte britanniche per l’India, l’Australia e l’Estremo Oriente.

La forza belligerante che si fosse conquistata il controllo dei pozzi petroliferi della Persia, oltre che dell’Iraq, si sarebbe assicurata le maggiori forniture di carburante del mondo dopo quelle statunitensi.

Per la Germania l’Iran era – o meglio: sarebbe diventato in prospettiva, per il dopo «Barbarossa» – importantissimo, per il petrolio e per la sua posizione strategica in Medio Oriente. Le proposte alleate per una «occupazione pacifica» delle zone chiave del territorio persiano furono respinte dallo shâh, in quanto una simile «benevola neutralità» verso gli Alleati avrebbe suscitato la collera dell’Asse in un momento in cui sembrava che la Germania vincesse su tutti i fronti; e anche perché la scintilla da cui era partita l’ascesa al potere dello stesso Reza Pahlavi era stata costituita da un moto di ribellione contro l’occupazione militare del Paese da parte di Russia e Gran Bretagna. La guerra in Siria era finita. Ancora una volta tutto il problema mediorientale doveva, secondo Hitler, essere subordinato all’operazione «Barbarossa», ma di questo avviso non era certamente il Primo ministro inglese, avvicinandosi ormai, dopo quello dell’Iraq e della Siria, il turno dell’Iran.

Con l’entrata infatti delle truppe alleate in questi Paesi, le potenze dell’Asse, a metà del 1941, avevano perso la possibilità di sfruttare sul piano militare la loro influenza in Medio Oriente. Iniziava quindi una nuova fase nella storia dei loro rapporti con il mondo arabo e islamico, che si sarebbe protratta fino alla perdita, nell’estate del 1943, della testa di ponte nordafricana.

Il nazionalismo iraniano, che allora subì le pesanti repressioni alleate, sarebbe esploso nel 1951 con Mossadeq e, una generazione più tardi, con la rivoluzione islamica del 1979. Sarebbe una forzatura assimilare l’uno o l’altro di questi movimenti politici a una varietà di fascismo, ma è indubbio che alcuni dei temi favoriti dei gruppi filo Asse che animarono la resistenza agli odiati britannici e ai temuti vicini russi, desiderosi di bagnarsi i piedi sul Golfo Persico, sono stati ripresi dalla rivoluzione islamica dell’âyatollâhKhomeynî: il desiderio di libertà, indipendenza e autodeterminazione, il rifiuto sia del Grande Satana e dell’Occidente corrotto, sia del comunismo ateo dell’URSS, la solidarietà islamica alla lotta antisionista del popolo palestinese.

 

D: Da un punto di vista strettamente militare, centinaia di migliaia furono i combattenti islamici nella Wermacht e nelle  Waffen-SS, solo poche centinaia quelli arruolati nelle Forze armate italiane. Ci può dire che peso ebbero questi soldati nell’andamento delle operazioni sui vari fronti di guerra, dove furono impiegati, e perché essi preferirono vestire in massima parte l’uniforme germanica?

R: Si tratta di un contributo significativo, difficile da quantificare con precisione numerica. Volendo tuttavia dare qualche cifra, diremo prudentemente che oltre 300.000 furono i musulmani delle regioni islamiche dell’Unione Sovietica (caucasici, turchi di Crimea, tartari del Volga, turkestani, azeri, ecc.) che si arruolarono con i tedeschi per combattere contro l’Armata Rossa; 117.000 i caduti.

Per quanto riguarda gli arabi, tra il 1941 e il 1945, si calcola che 500 siriani, 200 palestinesi, 450 iracheni, e 12.000 circa tra algerini, tunisini, marocchini ed egiziani si unirono attivamente all’Asse. 6.300 fecero parte di unità militari del Reich, poche centinaia combatterono con le mostrine del Regio Esercito, altri ancora militarono nelle unità della Francia di Vichy. Emanuel Celler, membro del Congresso degli Stati Uniti, il 10 aprile 1946 dichiarò che 2.000 soldati arabi dell’Asse prigionieri di guerra erano ospiti del campo di prigionia di Opelika, nell’Alabama.

Nei Balcani poi, oltre 30.000 volontari della Bosnia, dell’Albania e di altre regioni musulmane entrarono nelle Waffen-SS, cui bisogna aggiungere quelle migliaia di fedeli di Allâh che combatterono in milizie e formazioni autonome.

Tutti, o quasi, questi uomini preferirono vestire l’uniforme germanica piuttosto che quella italiana perché da parte del Terzo Reich – che fra l’altro non aveva colonie né obiettivi di conquista nel mondo arabo e islamico – ci fu nei loro confronti un atteggiamento molto più rispettoso, oltre alla garanzia di un migliore trattamento sia sotto il profilo dell’armamento sia del soldo. Può sembrare strano, ma nella Wehrmacht non mancarono neanche soldati di colore…

 

 

D: Oggi uno dei più spinosi problemi nel Vicino Oriente è costituito da Israele; lo Stato sionista ha rappresentato fin dalla sua nascita un elemento fortemente destabilizzante nell’intera regione. Quali erano allora le opinioni dei capi della resistenza araba nei confronti del nascente problema ebraico in Palestina?

 

R: La nascita dello Stato ebraico è stata sempre vista nel mondo arabo-islamico, prima di tutto in Palestina, come un’imposizione da parte delle potenze occidentali e dell’Unione Sovietica, quando, dopo la Seconda guerra mondiale, anche Stalin contribuì alla creazione di Israele, e in modo fondamentale, come dimostrano i documenti recentemente scoperti negli archivi sovietici. Il voto determinante dell’URSS in sede ONU, a favore della nascita di questo Stato, è storia, mentre è molto meno noto il fatto che l’Unione Sovietica nel 1948 fornì armi ai sionisti violando l’embargo sostenuto da Gran Bretagna e Stati Uniti. Significativo il fatto che il Primo ministro israeliano Golda Meir abbia affermato testualmente, riferendosi ai dirigenti moscoviti: «Non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le loro armi».

 

D: Come sarebbe cambiata la geopolitica dell’area mediterranea e del Vicino Oriente se le  forze dell’Asse fossero arrivate al Cairo e dalla Russia attraverso il Caucaso si fossero poi ricongiunte per poi dilagare in Iraq, Arabia, fino all’Iran e, in prospettiva, verso l’India incontrandosi con i giapponesi?

 

R: Difficile dirlo con precisione. Possiamo tuttavia affermare che la diversità di obiettivi tra Italia e Germania nell’area mediterranea portò Hitler, il 24 ottobre 1936, giorno della costituzione dell’Asse, a fare a Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri italiano, le seguenti dichiarazioni: «Il Mediterraneo è un mare italiano. Qualsiasi modifica futura nell’equilibrio mediterraneo deve andare a favore dell’Italia. Così come la Germania deve avere la libertà di azione verso l’Est e verso il Baltico; orientando i nostri due dinamismi in queste direzioni esattamente opposte, non si potrà mai avere un urto di interessi tra Germania ed Italia». In altri termini, secondo Hitler, i Paesi arabi sotto controllo francese e inglese quasi nella loro totalità facevano parte della sfera di influenza dell’Italia che, per alcuni di questi Stati, ritenuti politicamente più maturi, come l’Egitto, prevedeva l’indipendenza a breve termine.

Sull’Iraq Roma e Berlino nutrivano idee diverse in quanto i tedeschi tendevano a non considerarlo parte dell’area mediterranea e in questa loro pretesa erano, almeno in parte, sostenuti da Rashîd ‘Alî al-Gailânî. L’ex Primo ministro iracheno, a loro più vicino, auspicava infatti la liberazione del Medio Oriente attraverso la marcia delle forze germaniche dal Caucaso verso sud. Il Gran muftî di Gerusalemme sperava, invece, che lo stesso obiettivo fosse conseguito con la liberazione dell’Egitto attraverso l’avanzata verso est delle forze italo-tedesche. Quanto al Giappone, avrebbe anch’esso rivendicato una propria area d’influenza, sull’India, il Pakistan e forse l’Iran, scontrandosi in quest’ultimo caso con le pretese germaniche.

 

 

D: Nel secondo dopoguerra l’Italia, con Enrico Mattei si può dire, con una forzatura al pensiero di  Von Clausewitz, «utilizzò l’economia per proseguire la guerra con altri mezzi», riuscendo in breve tempo a diventare un punto di riferimento per quanti nel Vicino Oriente mal sopportavano la dominazione coloniale delle grandi corporation petrolifere anglo-americane; poi per parecchio tempo non abbandonò una politica di buon vicinato con le nazioni del Mediterraneo e di simpatia per la causa palestinese, culminata con l’episodio di Sigonella durante il governo Craxi. Lei che pensa al riguardo?

 

R: Ritengo apprezzabile l’obiettivo di Mattei di rompere l’oligopolio delle Sette Sorelle che allora dominavano l’industria petrolifera mondiale e l’introduzione del principio per il quale i Paesi proprietari delle riserve dovevano ricevere il 75 per cento dei profitti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti.

Quanto a Craxi, credo che abbia fatto bene a rivendicare il diritto alla lotta armata del movimento di liberazione del popolo palestinese, paragonandolo a quella del nostro Risorgimento. Il 10 settembre del 1985 un aereo egiziano che trasportava Abû Abbâs, esponente dell’OLP, un suo aiutante e i quattro dirottatori della nave da crociera italiana Achille Lauro, fu intercettato da aerei americani e costretto ad atterrare sulla base di Sigonella, in Sicilia. Craxi rifiutò di consegnare agli USA i sequestratori palestinesi della nave, affermando che i reati erano stati commessi sul territorio italiano e, quindi, competeva all’Italia perseguire i reati.

I nostri militari di Sigonella si opposero pertanto, con le armi, ai reparti speciali statunitensi, dando prova concreta della sovranità italiana nei propri confini. Il 6 novembre 1985, alla Camera dei Deputati, il presidente del Consiglio Craxi riferì sulla politica estera del governo. Il leader del PSI rivendicò, pur contestandone l’efficacia, il diritto dei palestinesi a condurre una lotta armata di liberazione nazionale dall’occupazione straniera, citando anche il «padre della patria» Giuseppe Mazzini. In aula si scatenarono i deputati filoamericani: La Malfa s’innervosì, Filippo Berselli, futuro senatore di AN, non volle fargli finire il discorso; facce tese tra le file del MSI, in particolare quelle di Tremaglia e Fini. Sappiamo tutti che fine ha fatto Craxi. Ha pagato anche per questo, per Sigonella, per la sua politica filoaraba, per l’opposizione alla svendita dei «gioielli di famiglia» dell’economia nazionale. Oggi lui non c’è più, indicato a capro espiatorio del malaffare italiano: ma tutti quei contestatori siedono ancora nel Parlamento della nostra «Repubblica delle banane».

 

 

D: Infine, Prof. Fabei, diamo uno sguardo allo scenario odierno. Il Vicino Oriente non trova pace, troppi sono gli interessi in gioco, dalle fonti energetiche al controllo di un importante spazio geopolitico che fa parte dell’Eurasia, senza contare la sempre strisciante guerra tra Israele e i vicini  arabi e iraniani. Secondo lei qual è il ruolo che l’Europa, se non fosse occupata militarmente dagli Stati Uniti, avrebbe potuto giocare fino a oggi e le prospettive future in tal senso?

Noi italiani in primis, ma anche gli altri, dipendiamo dalle forniture di greggio arabo e  iraniano (che però sarà sotto embargo dal luglio di quest’anno), e una linea in politica estera come quella attuale del «governo tecnico» di Monti & Co. ci sta invece precipitando di fatto sempre più nel ruolo di sudditi degli Stati Uniti, facendoci perdere del tutto quel residuo di simpatie e possibilità d’investimenti che ancora godevamo tra gli arabi e gli iraniani.

Lei, da  storico, ci insegna che la «Storia è maestra di vita» o dovrebbe esserlo; che consiglio darebbe a chiunque si accingesse a governare l’Italia tenendo conto dei nostri interessi nazionali?

 

R: L’Europa, tutta quanta l’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha perso il ruolo che aveva avuto in precedenza. Al momento mi pare che manchi di un’identità culturale e politica e di un’autonomia, anche economica e finanziaria, tali da permetterle di svolgere in modo equo e responsabile la funzione di «ponte» tra l’Oriente e l’Occidente.

Per quanto riguarda l’embargo all’Iran, sentendone parlare provo la sensazione di uno straniamento anacronistico. Mi sembra di assistere a provvedimenti che avevano, forse, un senso trenta o quarant’anni fa. Probabilmente è un automatismo delle cancellerie occidentali che, chiamate a punire un Paese petrolifero, costrette a chiedersi cosa debbano fare, trovano risposta in un bell’embargo.

Il mercato petrolifero è ormai da molto tempo diventato del venditore, sia per il calo delle riserve e i costi di estrazione crescenti, sia per l’avvento di grossi competitors nell’acquisto della materia prima, Cina e India. Pensare di punire un produttore smettendo di comprare il suo petrolio credo sia una sciocchezza che si ritorce solo contro chi la compie. È, mi si permetta la banalità dell’esempio, come avere un’infezione da debellare e non acquistare gli antibiotici per far dispetto al farmacista che magari ci è antipatico.

I vertici della Repubblica islamica dell’Iran, che fornisce quotidianamente all’Europa, e prima di tutto al nostro Paese, 500.000 barili di petrolio, hanno annunciato l’intenzione di vendere il proprio greggio ai molti altri compratori che bussano alle loro porte. La realtà è cambiata rispetto al 1980. L’allarme è stato poi sospeso: Teheran ha convocato gli ambasciatori, dicendo di provare pena per la nostra ondata di gelo e quindi di non avere proprio il coraggio di privarci dell’energia in questi giorni. Bella figura da stupidi abbiamo fatto! Intanto, però, la minaccia incombe ed è giunta forte e chiara.

Qualcuno ha la tentazione di dare la colpa agli americani e alle loro fisime con gli «Stati canaglia». Il fatto è, però, che noi non siamo americani e l’embargo lo abbiamo firmato noi con le mani nostre, nella consapevolezza che saremmo stati i soli a pagarne le conseguenze. Quindi con chi prendercela?

Credo che la via diplomatica sia l’unica percorribile, negli interessi sia dell’Occidente sia dell’Iran. Le sanzioni e le guerre difficilmente risolvono i problemi, mentre impongono un prezzo spesso molto alto alla popolazione. Il risultato poi è quasi sempre quello di rafforzare la parte aggredita.

In merito alla domanda su quale consiglio darei a chiunque si accingesse a governare l’Italia tenendo conto dei nostri interessi nazionali, le rispondo che lo inviterei a prestare maggiore attenzione nei confronti di una disciplina che, oltre a far comprendere il passato, dovrebbe aiutare a leggere e interpretare anche il presente, nell’interesse della propria comunità. Sosteneva Cicerone che chiunque non fosse a conoscenza del proprio passato non avesse alcun futuro davanti a sé.

 

Stefano Fabei, nato a Passignano sul Trasimeno nel 1960, laureato in Lettere moderne, insegna a Perugia. Suoi saggi sono apparsi su «Studi Piacentini» e «Treccani Scuola». Collabora a «I sentieri della ricerca», «Eurasia» e «Nuova Storia Contemporanea». Ha pubblicato: La politica maghrebina del Terzo Reich(Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1988), Guerra Santa nel Golfo (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1990), Guerra e proletariato (Società Editrice Barbarossa, Milano 1996), Il Reich e l’Afghanistan (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2002).

 

Tra le sue opere recenti: Il fascio, la svastica e la mezzaluna (Mursia, Milano 2002) tradotto in francese (Le faisceau, la croix gammée et le croissant, Akribeia 2005), Una vita per la Palestina. Storia del Gran Mufti di Gerusalemme (Mursia, Milano 2003), Mussolini e la resistenza palestinese (Mursia, Milano 2005), Les arabes de France sous le drapeau du Reich (Ars Magna, 2005), I cetnici nella Seconda guerra mondiale(L.E.G., Gorizia 2006), Carmelo Borg Pisani. Eroe o traditore? (Lo Scarabeo, Bologna 2007), La «legione straniera» di Mussolini (Mursia, Milano 2008), Operazione Barbarossa (Mursia, Milano 2010), I neri e i rossi. Tentativi di conciliazione tra fascisti e socialisti nella repubblica di Mussolini (Mursia, Milano 2011).

 

FONTE:http://europeanphoenix.com/it/component/content/article/18-interviste/322-vicino-oriente-ed-europa-unalleanza-possibile-intervista-allo-storico-s-fabei


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