Può francamente risultare difficile comprendere l’atteggiamento turco nei confronti della crisi libica e delle vicissitudini siriane. Nei confronti della Libia, Erdoğan ha repentinamente preso posizione contro il governo di Tripoli, intimando esplicitamente a Gheddafi la resa e l’abbandono del Paese  per “sé stesso e  per l’avvenire della Libia, allo scopo di  non causare ulteriore spargimento di sangue, lacrime e distruzione”. Al leader libico viene rinfacciato di aver “scelto l’oppressione, la sofferenza e gli attacchi contro il proprio popolo”.

Gli ha replicato il ministro degli Esteri di Tripoli, sottolineando che non spettano alla Turchia ma al popolo libico le decisioni sull’avvenire della nazione.

Anche per quanto riguarda la Siria, Erdoğan è intervenuto, esortando il presidente el-Assad a promuovere efficaci riforme e manifestando “inquietudine, preoccupazione e sconforto” per la repressione delle proteste in corso.

In questo caso sembra rispondergli il vescovo caldeo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, che similmente a monsignor Giovanni Martinelli, vescovo a Tripoli, ha cercato di riequilibrare i toni di una campagna propagandistica e mediatica a senso unico.

Non vogliamo che si ripeta in Siria quello che gli americani hanno combinato in Iraq – ha denunciato il vescovo – in generale il popolo siriano è assolutamente tranquillo : comprende ciò che sta avvenendo d è in grado di analizzare la situazione. Non vuole lo sconquasso del Paese, come è avvenuto in Iraq o altrove (…) Quelli che manifestano vengono da fuori. Sono prezzolati e asserviti a interessi stranieri”. Gli fa eco Giuseppe Nazzaro, vicario apostolico di Aleppo, rimarcando che “il Presidente Bashar el-Assad si è impegnato a correggere alcuni errori, ad esempio la revoca dello stato di emergenza, ma ha bisogno di tempo”.

Non è possibile che Erdoğan e Davutoğlu ignorino queste prese di posizione e si siano acriticamente allineati alle lamentele “occidentali”.

Se, per quanto concerne la Libia, Ankara sembra considerare persa la partita per “il regime” e, pur rifiutandosi di partecipare ai bombardamenti, intende probabilmente riposizionarsi velocemente in vista di un cambio di governo, la situazione siriana esige tutt’altro approccio.

La Turchia desidera la stabilità della regione, e non può sopportare uno stato di tensione e di pericolosa lacerazione ai suoi confini; le colonne – per ora limitate – di profughi provenienti dal territorio siriano la inquietano non poco.: sabato scorso il governatore locale turco della zona di confine, Celalletin Lekesiz, ha dichiarato che solo 252 dei primi 500 profughi presentatisi in territorio turco sono stati autorizzati all’ingresso.

La “primavera araba” nel suo complesso è motivo di preoccupazione più che di soddisfazione per Ankara, perché interrompe o almeno sospende quella sua politica di costruzione di un asse privilegiato con gli Stati arabi che ha sicuramente giocato un ruolo attivo, ad esempio, negli accordi interpalestinesi fra Hamas e Abu Mazen sfociati nella positiva intesa del Cairo. E parimenti Damasco ha giocato un ruolo nella vicenda e negli accordi, proprio su sollecitazione turca.

Allora non si può credere a un’ostilità turca verso la Siria ma piuttosto nell’impazienza di veder chiusa una pagina difficile e spinosa quale si è venuta a creare nel vicino Stato a guida baathista : Turchia e Siria necessitano di pace sociale e stabilità, e qualcuno, sapendolo, è ben lieto di soffiare sul fuoco per avvelenare gli animi.

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