Il 12 febbraio 1949 il fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani, Hassan al-Banna, ricevette sette colpi di pistola da due uomini mentre attendeva un taxi assieme al fratellastro in una via del Cairo. Quando ebbe raggiunto l’ospedale in fin di vita, la monarchia allora regnante in Egitto diede ordine di non fornirgli le cure necessarie, lasciandolo così morire.

Tre anni dopo, nel 1952, il movimento dei Fratelli Musulmani ebbe la sua vendetta, giocando un ruolo chiave nel colpo di stato perpetrato dal “Movimento dei Liberi Ufficiali” dei generali Naguib e Nasser, con il quale la monarchia egiziana fu rovesciata.

Malgrado ciò, negli anni successivi i rapporti tra i Liberi Ufficiali e i Fratelli Musulmani deteriorarono a tal punto che il movimento fu dichiarato illegale, diversi rappresentanti della Fratellanza furono incarcerati e il loro massimo esponente e ideologo, Sayyid Qutb, fu condannato a morte nel 1966 e ucciso per impiccagione.


L’eccezionalità dei Fratelli Musulmani e il loro difficile rapporto con gli organi di governo

Fin dalla sua fondazione nel 1928, il movimento egiziano dei Fratelli Musulmani (in arabo al-Ikhwan al-Muslimin, ma più spesso soltanto al-Ikhwan) ha dovuto affrontare un difficile rapporto con gli organi di governo, fossero essi di tipo monarchico, rivoluzionario o repubblicano. Tale complicato rapporto ha caratterizzato il movimento in tutte le sue fasi ed in tutte le sue diramazioni anche al di fuori dell’Egitto, fino ai giorni nostri.

La ragione di ciò è insita nella natura stessa dell’Ikhwan: i suoi caratteri infatti lo configurano come il primo esempio di Islam politico, rendendolo così l’unico movimento in grado di proporsi contemporaneamente come confraternita religiosa, partito politico e movimento sociale. La differenza cruciale rispetto ai precedenti movimenti di tipo religioso risiede nel fatto che la Fratellanza, grazie soprattutto agli apporti ideologici di Sayyid Qutb, propone un modello di organizzazione politica costruito su basi e precetti di tipo religioso che investe ogni aspetto della società civile. In questo senso gli insegnamenti del Corano e i precetti islamici divengono secondo la Fratellanza le basi del governo della società, rendendo pertanto illegittimo qualsiasi altro tipo di governo civile. Secondo la teorizzazione di Qutb, i Fratelli Musulmani arriveranno alla conquista del potere attraverso un duplice percorso: dall’alto, con alcuni uomini del movimento che penetrino nella vita politica del Paese ottenendo cariche importanti presso le istituzioni statali; dal basso, con il movimento che conquisti i consensi di vaste porzioni della società civile, coagulandole localmente attorno alle moschee.

Su queste basi, diventano evidenti le ragioni per cui i Fratelli Musulmani abbiano avuto nell’arco della loro storia rapporti difficili con i diversi governi con cui si sono trovati a dover agire e ancora oggi in diversi Paesi arabi siano considerati un gruppo illegale.


I Fratelli Musulmani in Egitto

In Egitto, la repressione dell’Ikhwan culminata con la morte di Qutb fu seguita dalla sconfitta subita dal Paese nella Guerra dei Sei Giorni del 1967: questo avvenimento causò da un lato una perdita di consenso per il leader laico Gamal Abd al-Nasser e dall’altro una ripresa dei movimenti di ispirazione religiosa. A partire dal 1969, i Fratelli Musulmani si allontanarono dalle posizioni radicali di Sayyid Qutb e abbandonarono l’ipotesi della lotta armata.

Dopo la morte di Nasser, nel 1970, il nuovo leader egiziano Anwar Sadat attuò una politica di apertura nei confronti dei movimenti islamisti. In questo periodo i Fratelli Musulmani iniziarono a perdere consensi tra i propri militanti più estremisti, ispirati dallo stesso Qutb: questi ultimi dal 1979 torneranno a praticare la lotta armata, giungendo ad assassinare lo stesso Sadat nel 1981.

Con il nuovo leader egiziano Hosni Mubarak, a partire dal 1984 i Fratelli Musulmani poterono partecipare alle elezioni, ma soltanto in alleanza con i partiti laici di opposizione. Nelle elezioni del 1984 e in quelle del 1987, i partiti che si presentarono alle elezioni assieme ai Fratelli Musulmani ottennero un numero di voti maggiore di quello di tutti gli altri partiti di opposizione messi assieme.

Negli anni ’90 ricominciò la repressione del movimento da parte di Mubarak: arresti, campagne mediatiche diffamatorie, limitazioni crescenti della libertà di attività ostacolarono l’Ikhwan, senza per questo diminuire l’entità dei consensi nelle successive elezioni.

Attualmente, i Fratelli Musulmani si configurano come la sola organizzazione di opposizione in Egitto capace di catalizzare un supporto popolare, pur essendo bandita dall’attività politica del Paese. Infatti l’articolo 5 della Costituzione dichiara illegale qualsiasi attività o partito politico basati su fondamenti di tipo religioso. I singoli membri dei Fratelli Musulmani hanno perciò adottato lo stratagemma di presentarsi sulla scena politica come indipendenti e attualmente occupano 88 seggi su 444 in seno all’Assemblea Popolare, l’organo legislativo del Paese, ponendosi quindi come maggior gruppo di opposizione al Partito Nazionale Democratico del presidente Mubarak. In parallelo, secondo i dettami di Qutb, il movimento unisce all’attività politica un forte attivismo di tipo sociale: conta tra le sue fila molti studenti islamici attivisti, è presente in diverse associazioni egiziane di professionisti ed è noto per la rete di servizi sociali che offre nei villaggi e nelle campagne egiziani.


I Fratelli Musulmani nel mondo arabo

Già negli anni ’30, il movimento dei Fratelli Musulmani iniziò ad espandersi anche al di fuori dei confini dell’Egitto, con lo scopo di creare una sorta di network transnazionale con basi in diversi Paesi vicini. Sorsero così movimenti analoghi e omonimi in Libano, Siria, Transgiordania e Palestina, attivi nei rispettivi Paesi e facenti capo al quartier generale dell’Ikhwan del Cairo, dove si riunivano periodicamente i leader del movimento dei diversi Paesi.

La situazione attuale risulta frammentaria.

In Libano l’Associazione Islamica, il partito che si rifà alle idee di Qutb e dei Fratelli Musulmani, ha poco peso ed è schiacciato da Hezbollah, il “Partito di Dio”, che svolge il ruolo principale tra le fila dell’opposizione nei confronti del governo del Paese.

In Giordania, al contrario, i Fratelli Musulmani sono confluiti nel Fronte Islamico di Azione, un partito tollerato dalla monarchia hashemita che conta un’importante presenza nel parlamento locale.

In Siria la storia dell’Ikhwan è più travagliata: il partito Baath di Hafez al-Assad, al governo nel Paese fin dal 1960, non ha mai tollerato il movimento. D’altra parte, la Fratellanza siriana è sempre stata particolarmente ostile al partito al governo, sia per la sua matrice di stampo socialista sia per l’appartenenza alla setta alawita della famiglia Assad e di gran parte dei membri del partito: entrambi elementi poco apprezzati da un movimento religioso musulmano sunnita come l’Ikhwan. In Siria, i Fratelli Musulmani hanno optato fin dagli anni ’60 per la lotta armata, raggiungendo l’apice dello scontro nel 1982, anno in cui un tentativo di colpo di stato organizzato dalla Fratellanza fu represso sanguinosamente dall’esercito siriano. Da quel momento, l’Ikhwan siriano è stato dichiarato illegale nel Paese e ha pertanto cessato di essere una forza politica attiva, mantenendo però una rete di supporto nel Paese e due sedi a Londra e a Cipro.

In Palestina, l’Ikhwan è stato attivo durante tutte le fasi che videro i Territori opporsi alla creazione e alla successiva espansione dello Stato di Israele. Dopo la guerra dei Sei Giorni, i Fratelli Musulmani si diffusero nel Paese, ottenendo tramite le proprie attività di tipo sociale e religioso sempre maggiore consenso tra la popolazione. Successivamente, gli scontri tra la Fratellanza e altri movimenti secolari di liberazione palestinese, come l’OLP o Fatah, portarono alla marginalizzazione del movimento. Alla fine degli anni ’80, tuttavia, l’accorpamento di istituzioni sociali e di carità ben radicate nel tessuto sociale locale e affiliate ai Fratelli Musulmani palestinesi confluirono nel movimento Hamas, fondato nel 1987 a Gaza e deputato alla resistenza armata contro l’espansionismo israeliano. Nel 2006 l’ala politica di Hamas ha riportato la maggioranza dei seggi nelle elezioni parlamentari palestinesi.

In Iraq, i Fratelli Musulmani sono presenti dagli anni ’60, attraverso il Partito Islamico Iracheno. Fortemente repressi dal Partito Baath, sono rimasti in disparte fino alla rimozione di Saddam Hussein dal governo, nel 2003, quando sono riemersi come uno dei principali portavoce delle istanze della comunità sunnita irachena. Sebbene critici verso la presenza nel Paese della coalizione guidata dagli USA, partecipano oggi al processo politico iracheno.

Nella regione del Golfo, i Fratelli Musulmani sono presenti in Arabia Saudita e in Kuwait, anche se mal tollerati dalle monarchie locali.

In Algeria, la Fratellanza è presente fin dagli anni ’60, quando ancora il Paese era una colonia francese. Dopo l’indipendenza, il movimento giocò un ruolo marginale e nei primi anni ’90 si trasformò in Movimento della Società della Pace. Il movimento non fece parte del Fronte Islamico di Salvezza (FIS) algerino, anche se alcuni suoi membri vi si unirono, e non partecipò pertanto alla rivolta contro il governo che i simpatizzanti del FIS attuarono nel Paese in seguito al rovesciamento del Fronte dal potere, avvenuto nel 1992, preferendo astenersi dalla lotta armata. Oggi, il Movimento della Società della Pace è uno dei tre partiti che formano la coalizione del presidente in carica, Abdelaziz Bouteflika.

In Tunisia, i Fratelli Musulmani ispirano e influenzano il Partito al-Nahda, che risulta essere il secondo partito islamista del Paese.

Anche in Libia i Fratelli Musulmani sono presenti, tuttavia sono poco tollerati dal Rais Mohammad Gaddafi: fin dalla sua salita al potere, il presidente libico ha considerato la Fratellanza un pericolo per la propria stabilità e non ha risparmiato ai membri del movimento arresti, espulsioni dal Paese e limitazioni della libertà di azione.


I Fratelli Musulmani tra radicalismo e moderazione: i diversi profili locali di un movimento transnazionale

Il movimento dei Fratelli Musulmani è spesso considerato, da chi intenda racchiudere in schemi semplicistici i vari aspetti del Vicino Oriente attuale, come un blocco monolitico, presente in vari Paesi, di matrice islamista e filo-terrorista.

In realtà, il fenomeno dei Fratelli Musulmani è molto più complesso, e per una sua piena comprensione è necessario distinguere e analizzare in profondità le diverse sfaccettature che una simile realtà può presentare.

Innanzitutto, i rapporti dei Fratelli Musulmani con al-Qaeda e il “jihadismo internazionale”. A tale riguardo, non si può negare che i due movimenti presentino delle caratteristiche comuni: entrambi sono anti-statunitensi e anti-israeliani, mirano a costituire una società islamica che vada oltre i confini nazionali e per farlo operano contemporaneamente in diversi Paesi.

Tuttavia esistono tra al-Qaeda e al-Ikhwan profonde differenze. La prima, e più importante, riguarda i mezzi che i due movimenti adottano per raggiungere i propri obiettivi: al-Qaeda opera tramite attività terroristiche, con attacchi mirati ad obiettivi civili che hanno il solo scopo di spaventare la popolazione e far vacillare i governi, attraverso l’uccisione di un gran numero di civili in un singolo attacco. Al-Qaeda e i suoi affiliati hanno finora operato in Europa e negli Stati Uniti, ma soprattutto in diversi Paesi arabi nordafricani e vicino-orientali, nonché in Asia centrale, causando molte vittime anche di religione musulmana. I Fratelli Musulmani, invece, adottano la strategia del doppio inserimento nella società dei diversi Paesi in cui sono diffusi, penetrandovi contemporaneamente nella vita politica (come partito o con seggi al parlamento) e negli strati della società (come associazioni con fini sociali e caritatevoli collegate alle moschee). In questo modo, la Fratellanza mira ad utilizzare il consenso sociale piuttosto che la paura.

In secondo luogo, cambia il nemico contro cui i due movimenti rivolgono la propria azione: se gli attacchi di al-Qaeda mirano a minare la stabilità nella regione vicino-orientale del “nemico lontano”, gli Stati Uniti, al-Ikhwan rivolge la sua lotta ai governi dei Paesi arabi in cui si trova ad operare, identificando nei governi stessi le cause dei mali del mondo arabo.

In terzo luogo, i due movimenti differiscono nella declinazione del loro transnazionalismo: se da un lato al-Qaeda è un unico gruppo attivo in più teatri e supportato localmente da gruppi affiliati, al-Ikhwan è un movimento egiziano che ispira altri movimenti in diversi Paesi arabi e con i quali mantiene un rapporto di parallelismo piuttosto che di coordinazione. Le varie branches della Fratellanza fuori dall’Egitto mantengono tendenzialmente nelle loro attività una prospettiva nazionale, sono orientate alla lotta e all’opposizione al governo locale, sebbene si sentano parte di un movimento internazionale. Tale frammentarietà tra le diverse realtà locali della Fratellanza è accentuata dallo status che ognuno dei gruppi ispirati ai Fratelli Musulmani ha nel Paese in cui opera: così in Siria, ad esempio, al-Ikhwan è assolutamente illegale e i suoi membri sono puniti con la pena di morte, mentre nella vicina Giordania il Fronte Islamico di Azione è presente in parlamento.

Questa dicotomia tra localismo e transnazionalismo che caratterizza i Fratelli Musulmani non rappresenta l’unico dualismo che il movimento risolve al proprio interno. Infatti al-Ikhwan sta assistendo da diversi anni ad una sempre più accentuata scissione in due correnti, che si possono chiamare “moderata” e “radicale”.

La corrente “moderata” ritiene che i Fratelli Musulmani si debbano attenere alle regole della vita politica del Paese in cui risiedono, in modo tale da raggiungere il controllo del governo attraverso elezioni, rappresentanze in parlamento, supporto popolare. La corrente “radicale”, invece, sostiene che la via politica sia resa impraticabile dai governi al potere nei Paesi in cui la Fratellanza è presente e ritiene che il movimento dovrebbe dedicarsi ad una militanza più tradizionale, basata sull’attivismo religioso. Nei diversi Paesi in cui sono presenti, le branches locali dei Fratelli Musulmani vedono una predominanza dell’una o dell’altra corrente a seconda della situazione locale: così, ad esempio, in Siria predomina la corrente radicale, dato che la via politica è totalmente impraticabile, mentre in Giordania o in Egitto, dove membri della Fratellanza siedono in parlamento, la corrente moderata è molto importante.

Inoltre, non sono rari i casi in cui diverse branches di al-Ikhwan abbiano pareri discordanti riguardo alle medesime questioni internazionali.

Un esempio lampante è dato dai rapporti tra le varie Fratellanze (tutte di matrice sunnita) e l’Iran sciita. Da un lato, la causa anti-statunitense e anti-israeliana accomuna Iran e Fratelli Musulmani, dall’altro però le differenze confessionali (sciismo e sunnismo) e la tendenza all’influenza regionale dimostrata dall’Iran rendono i rapporti molto difficili.

In occasione del recente intervento armato dell’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi, sciiti che si dice spalleggiati dall’Iran, nel Nord dello Yemen sunnita, l’atteggiamento della Fratellanza si è dimostrato disomogeneo: da un lato, i Fratelli Musulmani in Egitto hanno chiesto ufficialmente all’Arabia Saudita di interrompere il proprio intervento e di spingere le parti al dialogo, attirandosi così l’accusa di essere favorevoli all’espansione sciita in territorio sunnita; dall’altro, la Fratellanza siriana ha accusato i ribelli Houthi di essere uno strumento nelle mani di attori regionali interessati unicamente ad espandersi nella regione: un indiretto riferimento all’Iran.


Alcune conclusioni

Il dualismo messo in luce in precedenza contraddice pesantemente una visione dei Fratelli Musulmani come movimento monolitico e anzi rivela come tale realtà sia ben lungi da presentare caratteri semplificabili e inquadrabili univocamente. Piuttosto che etichettare al-Ikhwan con definizioni semplicistiche e categoriche, risulta più efficace un approccio che analizzi le diverse declinazioni locali di un movimento diffuso internazionalmente. Soltanto attraverso l’analisi approfondita e contestualizzata delle sfaccettature che compongono il mosaico dei Fratelli Musulmani, è possibile comprendere come un unico movimento possa unire in se stesso ispirazione e precetti religiosi, attività politica, impegno sociale e caritatevole, obiettivi di sviluppo locale e progetti transnazionali, collaborazione politica e proselitismo religioso.

La politica seguita fino ad oggi dal governo di Mubarak nei confronti dei Fratelli Musulmani, analogamente alle politiche seguite da altri governi arabi, non sembra aver dato buoni frutti. La sola ricetta di repressione e limitazione del movimento nelle proprie attività politiche e sociali all’interno del Paese non ha potuto impedire che i Fratelli Musulmani, malgrado la loro disomogeneità, diventassero l’organizzazione islamista attualmente più antica, diffusa e influente al mondo.

Finché il governo egiziano, e con esso altri governi arabi, continuerà ad impegnarsi nella persecuzione dei propri possibili antagonisti interni e di chiunque faccia opposizione, e non si dedicherà piuttosto all’attuazione di politiche sociali tese a migliorare le condizioni di vita degli strati più bassi della popolazione, non potrà evitare la diffusione e la crescita esponenziale di movimenti analoghi all’interno del proprio Paese.


* Giovanni Andriolo è dottore in Relazioni internazionali e tutela dei diritti umani (Università degli studi di Torino)

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