Caos internazionale, crescente multilateralismo dei rapporti internazionali, declino dell’unipolarismo, costituiscono sempre più temi al centro tanto dell’attualità giornalistica, quanto del dibattito tra specialisti delle relazioni internazionali. La geopolitica ha fornito solide coordinate di pensiero storico-politico e geografico attraverso la Prima, la Seconda, e anche la Terza Guerra Mondiale conclusasi nel 1989, continuando a dare preziose indicazioni ‘di lungo periodo’ sul comportamento geostrategico degli attori statali contemporanei. Per cercare di offrire un rapido sguardo d’insieme alla mappa geopolitica contemporanea, abbiamo deciso di contattare il prof. Claudio Mutti, fondatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, nonché cultore ed esperto di geopolitica, in qualità di direttore della rivista trimestrale “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.

 

Gentile prof. Mutti, in recentissimi tempi la geopolitica ha conosciuto indubbiamente un revival e un rinnovato interesse presso il grande pubblico a seguito del cosiddetto “Euromaidan”, che diede inizio, a detta di diversi studiosi, ad una “Nuova Guerra Fredda”, o ad una “Seconda Guerra Fredda” in corso, a cui “Eurasia” ha espressamente dedicato il suo XXXIV numero nel 2015. È legittima, secondo Lei, tale denominazione, e vi è la probabilità che dilegui progressivamente con la presidenza dell’ ‘isolazionista’ Trump?

Se l’“isolazionismo” è la tendenza di uno Stato a rinchiudersi entro i propri confini disinteressandosi delle vicende internazionali, nel caso specifico degli USA la posizione isolazionista è quella rappresentata da Patrick Buchanan, il quale, ritenendo che il compito del suo Paese non sia di migliorare il mondo ma di far vivere bene i cittadini, è contrario non solo a disperdere sforzi e risorse all’estero, ma anche al rafforzamento dello Stato federale, premessa necessaria per ogni proiezione di potenza all’estero. Orbene, le prese di posizione assunte dal nuovo presidente e dalla sua squadra di governo nel campo delle relazioni internazionali, soprattutto quelle concernenti la Cina (principale preoccupazione geostrategica di Trump) e l’Iran (nemico principale dell’alleato israeliano), ma anche le accuse rivolte alla Russia e le relative dichiarazioni sulla supremazia nucleare americana, hanno richiamato alla realtà quanti avevano sperato (o paventato) che la nuova amministrazione imprimesse alla politica statunitense una svolta di tipo isolazionista. A mio parere, il concetto da prendere in considerazione non è quello dell’isolazionismo (il numero di “Eurasia” in corso di stampa lo abbiamo intitolato “L’America non si isolerà”); occorre invece prendere in considerazione l’”insularità” americana, nell’accezione legata al concetto mahaniano: gli USA, in quanto “isola maggiore” subentrata all’”isola minore” britannica, devono cercare il potere mondiale attraverso il dominio dei mari. È su questa base che Mahan ha teorizzato la riunificazione tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Il busto di Churchill consegnato a Trump da Theresa May suggella simbolicamente la riconferma della “speciale relazione” tra Washington e Londra.

 

Nel suo editoriale del XXVI numero di “Eurasia” uscito nel 2012, Lei offriva un’interessante chiave di lettura spykmaniana sui recenti sommovimenti nel Medio Oriente allargato, suggerendo una correlazione tra l’accresciuta importanza geostrategica della regione del “Rimland”, il territorio costiero che lambisce l’ “Heartland” dal Mediterraneo al Mar Cinese Meridionale, e la destabilizzazione occorsa nell’area mediterranea con le cosiddette “primavere arabe”. Di nuovo, la geopolitica torna in soccorso alla mera osservazione giornalistica degli eventi?  

Considerata da una prospettiva geopolitica, la “Primavera araba” può essere inserita nello scenario disegnato dall’americano Nicholas J. Spykman, il padre dell’atlantismo, del quale sarà opportuno ricordare la celebre formula: “Chi controlla il Rimland (ossia il territorio costiero dell’Eurasia), governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo”. Spykman suggerisce perciò agli Stati Uniti di concentrare il loro impegno su quella lunga fascia semicircolare che, dalle coste atlantiche dell’Europa fino alle coste dell’Estremo Oriente, abbraccia il continente eurasiatico. Siccome le coste meridionali e orientali del Mediterraneo sono un segmento del Rimland, ne consegue che gli USA le devono mantenere in uno stato di perenne disunione e instabilità; devono balcanizzare e destabilizzare tutta questa regione, perché, se essa si unificasse ed instaurasse con l’Europa un rapporto di solidarietà, il predominio statunitense nel Mediterraneo verrebbe messo a serio rischio. Per comprendere il fenomeno dei movimenti sovversivi nel Nordafrica e nel Vicino Oriente è dunque necessario tener presenti le linee d’azione suggerite dalla geopolitica alla superpotenza che intende esercitare la propria egemonia nel Mediterraneo. Inoltre, data la cultura dei popoli della regione, sarà opportuno combinare i criteri della geopolitica con le nozioni fornite dall’islamologia; date le manifestazioni sociopolitiche connesse alla religione, il fattore religioso costituisce un imprescindibile elemento della geopolitica, specialmente nel caso di aree di crisi come quella mediterranea.

 

Oggi il mondo musulmano appare attraversato da una “guerra civile islamica”, a cui pure la rivista da Lei diretta ha dedicato un numero tematico specifico nel 2015. L’orientalista Kepel individuava nel pensiero di alcuni teorici radicali islamisti quali al-Banna, Qutb, Shukri Ahmad Mustafa, ‘Abd al-Hamīd Kishk, la base ideologica di una sorta di teoria salafita internazionalista della ‘jihad’, una tattica della “rivolta permanente”, come la definì l’orientalista francese nel suo libroLe Prophète et Pharaon” (1984). In che misura questi orientamenti poterono diventare progressivamente un’arma contro altri musulmani civili e i loro governi scaturiti da lotte anti-coloniali (Egitto, Libia, Siria, Iraq)?

Dopo essere stata installata dal colonialismo britannico nella posizione di controllo dei Luoghi Santi dell’Islam e dopo esservi stata riconfermata dall’imperialismo nordamericano, la fazione wahhabita ha avvertito l’esigenza di disporre di una “internazionale” che le consentisse di estendere la propria influenza egemonica nel mondo islamico. Tale esigenza è stata soddisfatta col sostegno fornito ai movimenti originati dal cosiddetto “riformismo” musulmano; e ciò si è rivelato funzionale anche all’imperialismo atlantico e sionista, il quale si è trovato a dover combattere il panarabismo nasseriano, il nazionalsocialismo baathista ed infine i movimenti ispirati dalla rivoluzione islamica. Non essendoci stato il necessario coordinamento tra le forze del mondo musulmano nella resistenza contro il nemico comune, le ideologie eterodosse e settarie asservite all’imperialismo si sono potute diffondere fino a far esplodere una vera e propria “guerra civile” intraislamica.    

 

Negli anni 20’ del XX secolo lo storico belga Henri Pirenne avanzava la sua nota tesi circa la rottura tra dei rapporti tra Oriente e Occidente e l’avanzata araba quale momento storico sorgivo del “Medioevo”: oggi il caos nel Mediterraneo, la desovranizzazione dei suoi Paesi sulla sponda meridionale, la riproposizione ideologica dello scontro tra Occidente ed Islam, il congelamento dei programmi di infrastrutture energetiche da Oriente attraverso la Turchia, la profonda crisi economica euro-mediterranea e il rinnovato protagonismo dei Paesi centro-europei, richiamano alla memoria quell’ “età oscura” coincisa con l’isolamento dell’Occidente dall’Oriente avviato nel IX secolo dalla chiusura del Mediterraneo. Ci troviamo forse, metaforicamente, in un “nuovo Medioevo” occidentale?

Henri Pirenne sosteneva che l’avanzata dell’Islam, trasformando il Mediterraneo in un “lago musulmano”, aveva determinato la fine dei commerci tra l’Europa e l’Asia. In realtà, come hanno dimostrato i critici dello studioso belga, il presunto “lago musulmano” rimase ampiamente aperto ai commerci europei, nonostante lo sviluppo delle vie commerciali terrestri. Inoltre le conquiste arabe, secondo Pirenne, avrebbero costituito la premessa per la libertà d’azione dei Franchi nel vuoto politico generato dal ritirarsi di Bisanzio (“Senza Maometto, niente Carlo Magno”). Se proprio vogliamo confrontare la situazione di quel periodo con quella attuale, dobbiamo constatare che oggi il Mediterraneo, lungi dall’essere un lago musulmano o un lago europeo, è diventato una rientranza dell’Oceano Atlantico ed è sottoposto al controllo della Sesta Flotta statunitense, la quale ha la sua base a Napoli, dove si trova il Comando della United States Naval Forces Europe. Il quadro è completato dall’occupazione sionista della Palestina, con tutto quello che ciò comporta in termini di perenne destabilizzazione del Vicino Oriente, nonché dai massicci flussi migratori verso l’Europa, usati come arma di distruzione di massa. Così l’area mediterranea assume un ruolo che non solo è contrario agli interessi dei Paesi rivieraschi, ma anche a quelli di tutta quanta la massa continentale eurasiatica. Insomma, ”età oscura” senza alcun dubbio, ma senza che ci si possa aspettare un ruolo risolutivo dagli odierni Franchi. Quanto al successore di Leone III, è meglio non parlarne, per ragioni di buon gusto.

 

Di fronte alla ‘bancarotta’ della più nota versione ‘ottimistica’ della teoria unipolarista, quella di Fukuyama, ritiene che la sua versione ‘pessimistica’ presentata da Huntington sia una lettura teorica compatibile con la descrizione dell’attuale scenario internazionale? La teoria neo-eurasiatista, dunque, sovrapponendo il suo dualismo geopolitico classico di terra e mare agli orientamenti politologici che hanno dominato l’IR theory anglosassone (realisti, neorealisti, neogramsciani, liberali, costruttivisti, ecc.), può oggi costituire una più efficace e alternativa chiave di lettura?

In effetti l’ostilità di Trump nei confronti della Cina e del mondo islamico richiama la posizione espressa da Huntington, il quale, diversamente da altri rappresentanti del neoatlantismo, in The Clash of Civilizations non individua il pericolo principale per l’Occidente nella rinascita della potenza russa, bensì in quello che egli presenta come “l’asse islamico-confuciano”, ossia nella Cina e nell’Islam. Di nuovo, possiamo avvertire l’influenza delle dottrine di Nicholas Spykman (e dei suoi discepoli Meinig e Kirk), le quali considerano la posizione del Rimland di gran lunga più importante che non quella dello Heartland; infatti le civiltà islamica e confuciana, indicate da Huntington come le più irriducibili alla civiltà occidentale, appartengono geopoliticamente al Rimland. Il dualismo terra-mare, assunto dalle teorie neoeurasiatiste come fondamentale, rappresenta perciò una valida chiave di lettura per decifrare lo scenario che si sta configurando.  

 

Geopolitica ed eurasiatismo nel XXI Secolo, intervista a Claudio Mutti

 

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